Afghanistan anno zero

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L’Afghanistan è nel caos. La guerra cominciata nel 2001 in risposta all’attacco di Al Qaeda alle torri gemelle, che in Afghanistan aveva le sue basi operative, si è conclusa con una completa disfatta delle ambizioni Occidentali ed il ritorno al potere dei Talebani. Gli studenti coranici sono ormai padroni del 90% del territorio, compresa la capitale Kabul, che sta vivendo momenti drammatici con la popolazione civile in fuga con ogni mezzo dalla città assediata e completamente circondata.

La partenza dei contingenti militari NATO e la scomparsa o addirittura la fuga del principali leader del governo nazionale, ha lasciato la  popolazione nel panico. Emblematiche le scene trasmesse dai rotocalchi televisivi che raccontano dei disperati tentativi di migliaia di civili che cercano di salire sugli aerei adibiti al rimpatrio del personale delle ambasciate occidentali e delle organizzazioni umanitarie che hanno operato in questo ventennio sul territorio coadiuvati da personale locale che, salvo in rare eccezioni, è stato lasciato al proprio destino. Una fuga precipitosa, che suggella il fallimento della dottrina di esportazione della democrazia con le armi coniata da Washington negli innumerevoli interventi in Medio-Oriente.

Nel tragico balletto delle responsabilità di questa tragica situazione, è la figura del Presidente americano Joe Biden a pagare il prezzo più alto. L’errata tempistica della decisione di evacuare le truppe del contingente americano, spina dorsale della coalizione militare che aveva operato in Afghanistan, è un’ombra che rischia di condizionare il suo mandato. Inascoltati sono stati gli appelli giunti dai governi membri della coalizione internazionale, intenzionati invece a continuare la missione posticipando il ritiro dei soldati. Solo a giugno Biden aveva parlato di missione compiuta, dando seguito agli accordi di Doha siglati dal suo predecessore Donald Trump con emissari talebani nel settembre dello scorso anno, che prevedevano il ritiro delle truppe americane e la gestione del potere tra il governo centrale e le varie fazioni che controllano il territorio.

L’accelerazione del ritiro decisa dall’attuale amministrazione americana, sulla base di valutazioni rivelatesi infondate fornite dai servizi d’intelligence, è stata però clamorosamente sbagliata, così come le stime riguardo l’affidabilità degli apparati statali, primo tra tutti l’esercito addestrato dagli istruttori militari della NATO. I soldati regolari afgani infatti si sono squagliati come neve al sole di fronte all’avanzata dei talebani, nonostante gli armamenti più sofisticati ed il triplo degli effettivi a disposizione. Causa di questa situazione la corruzione endemica della classe dirigente del Paese che non ha mai saputo rappresentare le esigenze reali della popolazione, speculando sugli aiuti internazionali che, al posto di essere utilizzati per migliorare le condizioni di vita della gente comune, hanno arricchito i vari clan.

La precipitosa fuga del Presidente Ashraf Ghani in Uzbekistan e dei vari signori della guerra, che in questo ventennio hanno esercitato un potere dispotico sulle città da loro controllate, è la prova lampante di questa debacle. Le immagini delle loro residenze dorate prese d’assalto dagli studenti coranici è la dimostrazione dello speco delle risorse messe a disposizione per modernizzare un Paese arretrato. L’appoggio della popolazione sunnita al movimento dei talebani è la logica conseguenza degli errori commessi sul campo dalle diplomazie occidentali. Senza il sostegno dei ceti rurali, impoveritisi nel corso degli ultimi anni, l’avanzata lampo dei talebani sarebbe stata impensabile.

A fare le spese del nuovo Emirato Islamico d’Afghanistan saranno le categorie sociali che, soprattutto a Kabul, erano riuscite a ritagliarsi un’emancipazione dalla cultura tribale che regna da secoli nel Paese. Donne, intellettuali, minoranze etniche, rischiano di vedere spazzati via i pochi progressi che si erano riusciti a conquistare nell’ultimo periodo. Drammatiche le parole di una ragazza afghana diffuse in un messaggio video che tra le lacrime annuncia che “moriremo lentamente nella Storia”. Una storia come al solito forgiata dalle ragioni del più forte, come dimostrano le varie invasioni perpetrate dalle Grandi Potenze che, dall’Ottocento in poi, hanno interessato questa terra, vedi Gran Bretagna, Unione Sovietica e Stati Uniti. Operazioni fallimentari, sempre risoltesi in fughe precipitose che hanno lasciato al proprio destino quella parte della società afghana che aveva creduto in un progresso democratico. 

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