Come è possibile tacere della tragedia afghana?

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Avverto un vivo senso di vergogna, non solo perché noi ne parliamo gli afghani la vivono, ma anche perché non possiamo dimenticare che dall’inizio alla fine, fino a ieri, noi eravamo lì.

E chiaramente quando dico noi non mi riferisco solo all’Italia, ma a tutte le nazioni che hanno partecipato e condiviso la responsabilità di questi venti anni di guerra.

Perché certamente gli USA hanno commesso molti errori e hanno la maggior parte delle responsabilità; ma noi non possiamo non chiederci: e noi dove eravamo?

Noi abbiamo accettato, sostenuto e condiviso ognuna di quelle scelte che oggi, con il senno del poi, chiamiamo errori, gridando allo scandalo. Soprattutto, al di là della scelta, per la mala gestio.

Noi tutti, quando i nostri alleati americani ci hanno anticipato che non volevano più essere i guardiani del mondo, prima, il generico “disimpegno” a breve, poi, il loro “ritiro” definitivo, da ultimo, malgrado la consapevolezza di ciò che sarebbe accaduto, ovvero che sarebbe crollata tutta la struttura su cui era stata costruita e si era retta l’operazione, prima, abbiamo fatto finta di non capire, poi, abbiamo atteso gli eventi. Soprattutto non abbiamo ipotizzato alcuna alternativa.

Errori recenti invero analoghi agli altri commessi nel tempo. Nel caso di specie risalgono a molto prima della tragedia delle Twin Towers, ovvero l’episodio scatenante l’intervento in Afghanistan.

La ragione è sempre la stessa. Il peso che l’economia ha da sempre sulla geopolitica.

Dalla tragedia afghana oltre che piangere a parole dovremmo trarre le conseguenze e farne tesoro per il futuro.

C’è da chiedersi: quanto accaduto e ciò che ne consegue riguarda solo gli USA e i singoli stati che hanno preso parte al conflitto o l’intera “civiltà occidentale”?

Quanto è accaduto in Afghanistan è certamente una sconfitta. Ma il timore è che sia il preludio del declino dell’Occidente con i suoi valori e ideali. Una domanda sulla quale dovremmo riflettere alla luce della nostra nuova identità europea.

Quanto all’Afghanistan dare una risposta oggi è da un lato presto, dall’altro tardi. È presto perché, malgrado sia ancora viva la memoria di cosa siano i talebani, non conosciamo ancora cosa sottostà alla autonoma decisione americana, né sappiamo al di là delle loro vane promesse, cosa i talebani faranno.

È tardi perché per l’anelito di democrazia di quel popolo la tragedia è irreparabile. Come conferma l’enorme disperato esodo verso l’Europa.

In questo numero ne parlano due articoli, il primo di Diego Grazioli,Afghanistan anno zero” (rubrica esteri), il secondo di Francesca Lippi, “Gli americani lasciano l’Afghanistan – I talebani riconquistano il paese.

Roberto Mostarda, nel suo articolo “Interesse nazionale ed interessi di bottega” affronta il problema più generale del momento attuale.

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