Afghanistan, quando tutti scappano, il prete rimane

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Con la fuga precipitosa dei militari alleati davanti ai talebani

Tutti sappiamo del dramma del popolo afgano, un dramma annunciato, ma per il quale nessuno ha saputo impedirne la tragedia: per negligenza, codardia, confusione, un giudizio vero lo darà solo la storia, ma adesso c’è solo un popolo in fuga con scene strazianti come quelle all’aeroporto di Kabul.

Si cerca di fuggire alle vendette dei talebani, specialmente coloro che hanno collaborato in questi venti anni con le truppe straniere la cui sorte è già segnata se rimangono in Afghanistan.

Chi può cerca di fuggire alla tenaglia dei conquistatori, i quali già fanno sentire la loro presenza crudele, specialmente verso le donne.

Tutti, dicevamo, cercano di scappare, di nascondersi, solo un sacerdote italiano è rimasto a difendere senza armi, ma con la sua sola fede, il suo piccolo gregge di cattolici afgani: è padre Gianni Scalise della congregazione dei Barnabiti, insieme a quattro suore di Madre Teresa di Calcutta.

Il sacerdote corre un pericolo certamente grande, senza la protezione dell’ambasciata italiana dove risiede, ormai in via di smobilitazione (per la cronaca, mentre scriviamo, è rimasto con altrettanto coraggio solo il nostro console Tommaso Claudi, ndr) senza alcun aiuto, il sacerdote è voluto rimanere per dare conforto ai suoi fedeli locali e se possibile portarli in Italia, specialmente i bambini e tra essi coloro che hanno gravi handicap sia motori che psichici.

Un impegno, quest’ultimo, difficile a cui ha dato tutte le sue cure fin dai primi giorni del suo dicastero, insieme alle suore, in una terra dove ogni malformazione fisica, specie di un bambino è vista come una maledizione.

Nato a Roma, ha svolto la sua attività sacerdotale quasi tutta a Bologna, nel Collegio San Luigi; era anche responsabile della parrocchia cittadina di San Paolo Maggiore, quando nel 2014, alla soglia dei 60 anni, è stato incaricato direttamente da papa Francesco come superiore della missione cattolica “sui iuris” in Afghanistan, ospite dell’ambasciata italiana e unico presidio cattolico in una nazione in maggioranza assoluta mussulmana.

La presenza a Kabul dei padri barnabiti non è certo una novità giacchè risale al 1931 quando Pio XI volle affidare loro la missione in questa terra allora ancora semisconosciuta.

In una intervista rilasciata qualche anno fa ad una televisione bolognese, sulla sua permanenza in Afghanistan, ha ricordato i momenti anche difficili e come, insieme alle suore e ai suoi fedeli, ha trovato la forza per andare avanti dedicando ogni giorno almeno un’ora di adorazione al Santissimo Sacramento a testimonianza di come, anche in un mondo così ostile, Gesù era sempre presente e questo gli dava il coraggio per continuare a lavorare in condizioni assai precarie.

Come ha dichiarato egli stesso, i cattolici sono tollerati, ma guai ad essere sospettati di fare proselitismo, la conversione al cattolicesimo è punita con la morte.

Dunque, una attività pastorale non certo libera, tanto che se doveva uscire per portare sollievo a qualche cristiano impossibilitato a venire in chiesa presso l’ambasciata o per andare a celebrare la messa agli italiani presenti nel centro della Nato, doveva sempre essere scortato.

Una situazione che sentiva proprio in questi ultimi giorni sempre più difficile intorno a sè, soprattutto per il popolo afgano, con la presenza dei talebani già evidente sul territorio; nessuno si faceva illusioni sul proprio futuro, una volta andate via le forze della coalizione.

In una intervista rilasciata lo scorso aprile all’agenzia cattolica Sir diceva, tra l’altro, profeticamente: “Con il ritiro delle truppe Usa, c’è il rischio concreto di guerra civile mettendo a repentaglio la sicurezza del Paese”.

Poi, non da politico, ma da chi vive personalmente la realtàdel posto, pur nella drammaticità della situazione, ha sempre coltivato da cristiano la speranza: “Anche se i talebani dovessero avere il sopravvento, perché meglio organizzati e finanziati, non credo che possano illudersi di restaurare l’Emirato islamico, come se questi vent’anni non fossero esistiti “.

Pur descrivendo una situazione di grande paura, il suo pensiero era rivolto alle donne afgane. Sono una presenza numerosa e: “A differenza di ciò che si pensa in Occidente, le donne spesso sono qualificate e attive nella società afghana; sarebbe impensabile volerle rinchiudere di nuovo in casa o dentro un burka”.

Parole che invitano a non disperare, nonostante tutto, e proprio adesso che la situazione è sfuggita di mano alle truppe che per vent’anni hanno occupato e difeso questa nazione.

La sua fede l’ha ribadita appena pochi giorni dopo l’entrata dei talebani a Kabul in una intervista con Radio Vaticana: “Stiamo vivendo giorni di grande apprensione – dice padre Scalise – in attesa degli eventi. Il mio appello è di pregare… Pregate, pregate, pregate per l’Afghanistan. Grazie”.

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