Povertà male incurabile

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Povertà deriva da pauper (poco) e epariens (che produce) ed è intesa come l’indisponibilità di reddito e beni materiali tali da non poter garantire l’efficienza fisica di una persona.

Perciò il concetto di povertà ha cominciato a delinearsi con l’avvento della civiltà, in quanto le società primitive erano in grado di soddisfare i propri limitati bisogni primari senza differenziazioni socioeconomiche.

Il concetto di povertà è coevo quindi al concetto di ricchezza, se non addirittura è quest’ultima che ha creato la prima.

Povertà e ricchezza sono le facce di una stessa medaglia; come dice Aristofane (nella commedia Pluto), la condizione del povero è il principio generatore di ogni attività umana, la base di ogni economia: se mancasse la povertà, nessuno farebbe più nessun lavoro, eserciterebbe alcun mestiere.

Nella mitologia greca Penia (Povertà) veniva considerata una femmina, in contrasto con Pluto (Ricchezza) che era maschio.  Dalla povertà, tuttavia, è nato Eros (Amore), come narra Platone nel Simposio, così riferendo: il giorno del compleanno di Afrodite sull’Olimpo si tenne una festa alla quale furono invitati tutti gli dei ad eccezione di Penia che non aveva gli abiti adatti e perciò restò fuori. Poro, dio dell’astuzia, ubriacatosi, uscì fuori e svenne ai piedi di Penia, la quale gli si sdraiò accanto e dalla loro unione (povertà e astuzia) nacque Eros (amore), il quale è quindi povero ma nello stesso tempo è cacciatore astuto e seguace di Afrodite, essendo stato concepito il giorno della sua nascita.

Per Marx  povertà e ricchezza sono state sempre  in conflitto: «La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi. Liberi e schiavipatrizi e plebeibaroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta” (Manifesto del partito comunista1848).

Ma se la povertà ha creato la lotta di classe nello stesso tempo ha fatto nascere il concetto della solidarietà umana nel senso di venire incontro ai bisognosi.

Già nei Proverbi della Bibbia troviamo scritto:

14.21. Chi disprezza il suo prossimo pecca, ma chi ha pietà dei poveri è beato;

14.31 Chi opprime il povero disprezza il suo Creatore, ma chi ha pietà del bisognoso lo onora;   21:13 Chi chiude l’orecchio al grido del povero, griderà anch’egli, e non gli sarà risposto, ma colui che chiude gli occhi sarà coperto di maledizioni;

28:27 Chi dona al povero non sarà mai nel bisogno, ma colui che chiude gli occhi sarà coperto di maledizioni.

E nel Deuteronomio è detto:

15:10 Dona generosamente al povero; e quando gli darai, non te ne dolga il cuore; perché, a motivo di questo, il Signore, il tuo Dio, ti benedirà in ogni opera tua e in ogni cosa a cui porrai mano;

15.11 Poiché i bisognosi non mancheranno mai nel paese; perciò, io ti do questo comandamento, e ti dico: ‘Apri liberalmente la tua mano al tuo fratello povero e bisognoso nel tuo paese’. 

Nell’antica Roma, a tutela di coloro la cui prole rappresentava l’unico reddito (proletari), sono stati

creati i tribuni della plebe. Nello stesso tempo gli agiati, anche per acquistarsi il voto politico,

elargivano beni ai poveri (clientes) provvedendo così al loro sostentamento.

La figura del patronus venne poiimpersonata dal vescovo che assisteva i poveri che in occasione di carestie affluivano nelle città a mendicare il pane.

Con l’avvento del cristianesimo, tuttavia, si distingue tra i poveri volontari (pauperes cum Petro), come gli eremiti e i frati mendicanti di S. Francesco, ed i poveri loro malgrado (pauperes cum Lazaro), cioè i senza lavoro, i malati, i ragazzi abbandonati, i vecchi divenuti inabili al lavoro. Verso questi ultimi sono state indirizzate le opere di beneficienza e le elemosine.

Si sono pertanto sviluppate nel tempo associazioni religiose e laiche di beneficienza, anche la legislazione è intervenuta creando sistemi assistenziali in favore dei bisognosi. L’assistenza ai bisognosi oggi rappresenta un dovere inderogabile di solidarietà sociale (art. 2 Cost.) e un diritto costituzionalmente riconosciuto (art. 38 Cost.).  

Malgrado l’impegno costantemente profuso contro la povertà ancora oggi questo male non è stato debellato se è vero che nel mondo esistono 235 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria ed in Italia in povertà assoluta sono risultate nel 2020 oltre2 milioni di famiglie e complessivamente 5,6 milioni di persone, ossia oltre un milione in più rispetto all’anno precedente.

Si assiste ancor oggi al fenomeno del pauperismo. La povertà diventa pauperismo (o miseria o indigenza) quando riguarda masse che non riescono più ad assicurarsi i minimi mezzi di sussistenza: è questo un fenomeno collegato a una particolare congiuntura economica che porta al di sotto del minimo indispensabile il reddito di una  parte della popolazione.

 Oggi purtroppo viviamo questo fenomeno e per uscirne si è visto che non sono sufficienti gli aiuti economici elargiti dal Governo e gli aiuti materiali cui quotidianamente provvedono associazioni ed enti di diritto pubblico e privato.

Offrire gratuitamente alle persone indigenti un reddito minimo è risultato un disincentivo ad accettare lavori, specie se poco pagati, e quindi le cronache testimoniano un costante rifiuto alle offerte di lavoro, preferendo i beneficiari non perdere il sussidio che garantisce loro una vita nell’ozio: è la cosiddetta trappola della povertà.  

E allora se il progresso tecnico e sociale è in continua crescita non dovrebbe esistere più povertà, e se ciò malgrado esiste è il caso di arrendersi di fronte a un male incurabile o insistere nella ricerca di una soluzione che al momento non è stata ancora trovata?

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