San Romero d’America contro l’impero nordamericano

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Roberto Savio, consigliere della Fondazione Italiani, argentino e italiano, giornalista ed economista internazionale, fondatore di IPS e Other News, profondo conoscitore della storia e della geopolitica, particolarmente legato ai paesi latinoamericani e a San Salvador, ci ha inviato l’articolo di Juan José Tamajo, di grande attualità alla luce dei cambiamenti in corso, che abbiamo tradotto e pubblichiamo volentieri.

“Il 15 agosto scorso è stato il 104° anniversario della nascita di Mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador dal febbraio 1977 al 24 marzo 1980, giorno in cui, mentre celebrava l’Eucaristia, fu assassinato per ordine di Roberto D’Abuisson, ideatore delle squadre della morte e del partito politico ARENA. Non ho intenzione di fare una ricostruzione di Romero, canonizzato da Papa Francesco nel 2018, e prima ancora dal popolo, alla luce del riconoscimento di “San Romero d’America, Pastore e martire di noi”, fatto da Pedro Casaldáliga, amico e seguace del profeta di El Salvador.

Penso che il modo migliore per celebrare un anniversario così significativo sia commentare un testo poco conosciuto di monsignor Romero, ma realmente profetico e finanche rivoluzionario, e, ovviamente, raro nella gerarchia cattolica. Egli ebbe l’audacia di scrivere una lettera di protesta al Presidente degli Stati Uniti d’America, Jimmy Carter, che era una sfida all’Impero. Il tradizionale interventismo politico, militare ed economico nordamericano si svolgeva allora in El Salvador con l’appoggio di un governo che reprimeva il popolo e provocava esili massicci, distruzione del tessuto sociale e massacri di intere comunità.

Ho letto molte volte quella lettera e credo che dovrebbe essere parte dell’antologia delle memorabili denunce profetiche, insieme alle critiche, dei profeti di Israele e della Palestina ai governanti del loro popolo, ai paragoni di Gesù di Nazareth riguardo i politici e le autorità religiose del suo tempo, nonché alle denunce e alle condanne di Bartolomé de Las Casas e Antonio Montesinos contro gli encomenderos che assoggettarono i popoli originari di Abya Yala, vinti con la croce e la spada, alla schiavitù.

Metterò prima la lettera nel suo contesto storico per entrare poi nel suo contenuto, nelle sue ripercussioni e nella risposta di Carter, che si sentì ferito nel suo orgoglio imperiale quando fu interrogato dall’arcivescovo del più piccolo paese dell’America Latina chiamato “il Pollicino dell’America.”

Fin dal suo arrivo come arcivescovo in San Salvador, monsignor Romero cadde nel mirino dell’Impero nordamericano e venne fatto oggetto di scrupolosa sorveglianza e follow-up investigativo da parte dell’Ambasciata degli Stati Uniti in El Salvador, che inviava alla CIA, alla Segreteria di Stato americana, al Pentagono e alla Segreteria di Stato della Città del Vaticano informazioni tempestive e molto accurate circa i discorsi e le omelie di Monsignor Romero.

In Vaticano monsignor Romero riscuoteva poca simpatia. Peggio ancora, fu vittima di un clima di sospetto e di rimprovero da parte dello stesso Giovanni Paolo II, che avvalorò i rapporti molto critici dei suoi colleghi, i vescovi salvadoregni e dei leader politici cristiani del Paese nei confronti dell’arcivescovo. Gli Stati Uniti e il Vaticano mantennero un rapporto di complicità nei confronti di Romero, tanto da radicalizzare le sue giustificate critiche alla Giunta di governo, all’esercito e all’oligarchia nelle sue omelie, lettere pastorali e radiomessaggi attraverso la radio dell’arcidiocesi, oggetto di numerosi attacchi.

Ma né gli Stati Uniti né il Vaticano riuscirono a convincere Romero ad allentare gli attacchi sistematici al governo salvadoregno e tanto meno ad essere d’accordo con lui, come gli chiese il Papa quando lo ricevette a Roma in una visita dalla quale l’arcivescovo è ripartì rattristato. Romero non si lasciò addomesticare né dagli interessi dell’Impero né dalla strategia di concordia del Vaticano con il governo salvadoregno. Il suo posto sociale era dalla parte del “popolo crocifisso”, nell’espressione del teologo Ignacio Ellacuría, rettore dell’Università centroamericana “José Simeón Cañas”, assassinato insieme ad altri cinque compagni gesuiti e a due collaboratrici domestiche nove anni dopo Monsignor Romero.

In molte delle sue omelie egli faceva riferimento agli Stati Uniti, e certamente non in modo compiacente. Il 21 ottobre 1979, aveva riportato le seguenti parole dalla Graphic Press: “Gli Stati Uniti prenderanno in considerazione la possibilità di riprendere l’assistenza militare se la nuova giunta migliorerà la situazione dei diritti umani”. Questo era il suo commento accurato e critico in cui esprimeva la sua stanchezza riguardo l’uso delle armi in una situazione di povertà come quella che stava vivendo El Salvador: “Hai già dimenticato quello che il Papa ha chiesto nei Paesi poveri nella sua recente visita? Siamo stufi di pistole e proiettili […], la fame che abbiamo è di giustizia, cibo, medicine, istruzione e programmi di sviluppo equo efficaci. Se i diritti umani saranno rispettati, non avremo alcun bisogno di armi o di metodi di morte”.

Il 4 novembre 1979 commentò la manifestazione del governo degli Stati Uniti a sostegno della Giunta che aveva offerto aiuti economici e militari in questi termini: “Credo che il modo migliore con cui gli Stati Uniti possono aiutare El Salvador, in questo momento, sarebbe quello di condizionare il proprio aiuto al governo salvadoregno all’impegno di quest’ultimo a ripulire le forze di sicurezza […], risolvere in modo soddisfacente il problema degli scomparsi e punire i colpevoli […]. Se non verranno poste queste condizioni, l’aiuto che gli Stati Uniti possono darci militarmente finirà solo con il rafforzare gli oppressori del popolo”.

Ma la denuncia più diretta contro il micidiale sostegno politico, economico e militare degli Stati Uniti al “consiglio di amministrazione” di El Salvador fu la lettera indirizzata al presidente Jimmy Carter, che Romero lesse nell’omelia pronunciata nella cattedrale di San Salvador il 17 febbraio 1980. La lettura venne interrotta più volte da un fragoroso applauso, che Romero interpretò come un segno di adesione al suo contenuto. E, dopo aver ricevuto un sostegno così massiccio, la inviò al presidente degli Stati Uniti (1). Nella lettera, faceva appello al fatto che Carter era cristiano e che aveva dichiarato di voler difendere i diritti umani.

Romero diceva a Carter che, il sostegno militare ed economico del governo degli Stati Uniti, non avrebbe favorito una maggiore giustizia e pace in El Salvador, ma aggravato l’ingiustizia e la repressione contro le persone organizzate. Ricordava che il “Consiglio di amministrazione”, e in particolare le Forze armate e le Forze di sicurezza, ricorrevano alla violenza, procurando molte più persone uccise e ferite rispetto ai precedenti regimi militari, e che compivano una sistematica violazione dei diritti umani, come, affermava, la Commissione interamericana sui diritti umani aveva già denunciato.

Lo informava che chi governava veramente El Salvador erano i militari, “che l’unica cosa che sanno fare è reprimere il popolo e favorire gli interessi dell’oligarchia salvadoregna” e che, dopo la fornitura di maschere antigas e giubbotti protettivi da parte degli Stati Uniti e le istruzioni impartirte per la gestione delle manifestazioni, “le forze di sicurezza […] hanno represso ancora più violentemente le persone usando armi mortali”.

Romero diceva a Carter che, se avesse voluto difendere i diritti umani, avrebbe dovuto “vietare gli aiuti militari al governo salvadoregno” e “garantire che il suo governo non intervenga direttamente o indirettamente […] nel determinare il destino del popolo salvadoregno”. Riteneva ingiusto e deplorevole che, a causa dell’ingerenza di potenze straniere, il popolo venisse represso e impedito di decidere autonomamente il percorso economico e politico da seguire. E lo sosteneva citando il documento della III Conferenza dell’Episcopato Latino-americano tenutasi a Puebla (Messico) nel 1979, che difendeva “la legittima autodeterminazione dei nostri popoli che permette loro di organizzarsi secondo il proprio genio e la marcia della loro storia e cooperare in un nuovo ordine internazionale” (n. 505).

Numerose furono le manifestazioni di solidarietà alla lettera che pervennero da vari settori del popolo e della Chiesa, tra cui religiosi e sacerdoti americani che avevano lavorato pastoralmente in El Salvador e diversi vescovi latinoamericani che avevano espresso il loro sostegno a tale gesto di protesta, nonché la loro solidarietà per la distruzione della curia arcidiocesana.

La lettera venne però definita “devastante” da un membro del governo degli Stati Uniti, precisazione a cui Romero rispose in questo modo: “Non volevo devastare, ma semplicemente, a nome del popolo, chiedere e, grazie a Dio, mi sembra aver aperto gli occhi degli Stati Uniti”. Jimmy Carter rispose tramite il Segretario di Stato, Cyrus Vance, con una lunga lettera consegnata a Romero dal nuovo ambasciatore statunitense Robert E, White in cui giustificava il suo sostegno al “Consiglio” perché “offre le migliori prospettive” e affermò che “la maggior parte dell’aiuto finanziario andrà a beneficio dei più bisognosi” (2).

Tuttavia, il Segretario di Stato degli Stati Uniti affermò anche che “nell’aiuto militare, gli Stati Uniti riconoscono azioni sfortunate che le forze di sicurezza hanno occasionalmente intraprese in passato”. E rivolgendosi a Romero, affermò che “siamo preoccupati quanto voi che questo sussidio non sia utilizzato in modo repressivo e che si tratti di mantenere l’ordine con un uso minimo della forza letale”. La risposta fece riferimento alla necessità di un ambiente meno bellicoso e meno conflittuale e affermava che gli Stati Uniti non avrebbero interferito negli affari interni di El Salvador. E menzionò anche la minaccia di una guerra civile posta come alternativa alle riforme del governo.

Romero riportò una sintesi della lettera di Carter e espresse la sua valutazione della stessa nella sua omelia il 16 marzo 1980, otto giorni prima del suo assassinio. Gli sembrò un’affermazione assurda, visto i fatti dimostravano il contrario, quella secondo cui il “consiglio” offriva le migliori prospettive. Sull’ingerenza degli Stati Uniti negli affari di El Salvador, il commento dell’arcivescovo non poteva essere più espressivo: “Speriamo che i fatti parlino meglio delle parole”. Sulla guerra civile come alternativa alle riforme della Giunta che Cyrus Vance prospettava come una minaccia, Romero riteneva che una tale minaccia tendesse a creare psicosi, che non si dovesse essere impressionati da un’imminente guerra civile e che esistessero altre razionali alternative che era necessario cercare.

Per quanto riguarda gli aiuti militari, chiese una severa vigilanza “affinché non si traduca in repressione del nostro popolo. E questo è evidente perché la posizione delle Forze Armate è diventata sempre più pro-oligarchica e brutalmente repressiva” (corsivo di J.J. Tamayo).

La lettera di San Romero de América a Carter, la sua sfida permanente all’arroganza dell’Impero e la sua denuncia della complicità degli Stati Uniti nella violazione dei diritti umani, nella repressione e nella violenza del governo salvadoregno contro il suo popolo costituiscono, a mio avviso, l’esempio migliore e più coerente della “politica liberatrice del Regno contro la politica oppressiva di qualsiasi Impero”, che Pedro Casaldáliga, forse pensando a monsignor Romero, formulò venticinque anni dopo il suo assassinio:

Cristianamente parlando, lo slogan è molto chiaro (e molto impegnativo) e Gesù ce lo ha dato: […] contro la politica oppressiva di qualsiasi impero, la politica liberatrice del Regno. Quel regno del Dio vivente, che appartiene ai poveri ea tutti coloro che hanno fame e sete di giustizia. Contro l’agenda dell’impero, l’agenda del Regno”.

Per una migliore comprensione di monsignor Romero, cfr. Juan José Tamayo (dir.), San Romero de América, martire della giustizia (Tirant lo Blanc, Valencia, 2015).”

(1). La lettera di Romero a Carter è stata pubblicata sul settimanale Orientación il 24 febbraio 1980.

(2) La lettera di Cyrus Vance è stata pubblicata sul quotidiano El Mundo (El Salvador) il 15 marzo 1980.

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Juan José Tamayo è professore onorario emerito presso l’Università Carlos III di Madrid. I suoi ultimi libri sono: Hermano Islam (Madrid, 2019) e The International of Hate. Come è costruito? Come viene decostruito? (Icaria, 2021, 2a edizione).

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