Babele

 -  - 


Il vocabolo scelto questa settimana non equivale certo ad una pretesa di esegesi del racconto biblico e alla comprensione di esso, sarebbe molto fuori del contesto e delle nostre stesse possibilità interpretative, più con modestia vogliamo però analizzare nel contesto nazionale che cosa appare rispetto al termine suddetto.  

Cominciamo come sempre dalla conoscenza e dalla comprensione della parola. Babèle, dunque (anticamente babèlle), viene indicato come sostantivo femminile ad indicare qualcosa di confuso di indistinto, di incomprensibile o di troppo confusionario. Ovviamente il riferimento e l’uso che se ne fa è quello antonomastico del nome dell’antica città di Babele (chiamata anche, e più comunemente, Babilonia), nell’Asia Anteriore. Quella antica città capitale dell’antico regno omonimo, testimonianza storica di una grande ed opulenta civiltà del passato che ancora ci parla con le sue antiche reliquie nella regione della Mesopotamia, quella del Tigri e dell’Eufrate oggi nell’attuale Iraq. Per uno di quegli errori storicamente accertabili che nascono dal nome o dalla sua radice, il termine venne erroneamente connesso nella Bibbia con l’ebraico balal che ha come significato quello di «confondere».

Ecco perché, da allora alla parola babele si affianca questo significato di luogo di disordine e confusione. Di qui l’uso incontrastato nel linguaggio parlato e scritto ormai diffuso. Si pensi all’esclamazione quell’ufficio è una babele, oppure la confusione stessa come stato visibile e percepibile: che babele in quel luogo ad esempio. Ricordando questa erronea attribuzione del nome ricordiamo che secondo il racconto biblico (Genesi 11, 1-9), gli abitanti di Sennaar decisero di costruire una città e una torre «la cui cima raggiungesse il cielo» (cioè «altissima»); ma Dio, per punire il loro orgoglio, confuse le lingue, cioè le idee e i propositi di costoro che, interrotta la costruzione della città, si dispersero per il mondo: «perciò a questa fu dato il nome di Babele, perché l’Eterno confuse quivi il linguaggio di tutta la terra».

Una metafora quanto mai efficace e come si potrebbe dire capace di sovrapporsi alla vera antica origine ed attribuzione del nome. Forse potremmo dire che la famosa Babilonia era conosciuta per ricchezza, grande accoglienza, multiculturalità e criticata per la libertà di costumi e atteggiamenti culturali e sociali. Un tratto vero o presunto che ha permesso però al significato biblico della parola di diffondersi con questo particolare significato annesso appunto alla confusione ed incapacità di comprendersi.

Comunque siano andate le cose ed accettando entrambe le possibili origini come realistiche, il significato che la parola ha assunto nel linguaggio comune, ma anche in quello colto, culturale e via dicendo converge su questa accezione ed è in questo senso che si vuole analizzare il nostro stato di cose attuale in Italia, tra pandemia e propositi di ripartenza.

E’ evidente che quando tutti parlano è come se non parlasse nessuno, ovvero in altro modo se tutti sono responsabili di qualcosa allora l’attribuzione della responsabilità è molto difficile se non impossibile quanto meno in termini legali o giuridici.

E’ quello al quale assistiamo. La lunga stagione della pandemia si è evoluta in qualcosa di molto complesso. All’inizio il colpo secco della diffusione di qualcosa di non conosciuto, la paura alimentata dalle notizie sempre più tragiche e sempre più difficili da tenere sotto controllo. Così abbiamo saputo delle vittime, della diffusione senza difesa. Poi abbiamo conosciuto la stagione che dall’emozione incontrollabile ci ha portato all’uso di tutti quegli strumenti di difesa, mascherine, distanziamento, disinfettanti ovunque, che ci hanno dato la sensazione di poterci difendere. Tutto questo però mentre intorno a noi o a noi vicino il virus ha continuato il suo cammino senza fermarsi e anzi modificandosi a contatto con gli esseri umani.

In tutto questo tempo che si è espanso come in una bolla che non sembra diradarsi ancora, abbiamo cominciato ad essere bombardati da due messaggi contemporanei, quello istituzionale con l’invito a vaccinarci e quello comune a non farlo, sostenuto da posizioni eccentriche o complottiste di ogni sorta e soprattutto di ogni colore. E’ infatti evidente che non funziona l’attribuzione politica di destra agli anti vaccini essendo essa condivisa da intellettuali, da movimenti e gruppi anche di opposta posizione.

A questa vera babele si è sovrapposta sin dall’inizio un’altra babele, quella dei virologi che non rendendosi conto appieno del peso della loro parole non hanno soltanto indicato la loro posizione ma iniziato una vera e propria querelle tra di loro, contraddicendosi, smentendosi a vicenda ed creando ulteriore alimento a chi già non “si fidava” per così dire. Un “rimedio” peggiore del male.   

La situazione attuale è dunque di quanti, la maggioranza, hanno assunto il vaccino, e di quelli che minoranza ma non indifferente si pongo sostanzialmente dalla parte di presunti “eletti” che soli comprendono che il vaccino sarebbe una sorta di condizionamento di qualche grande fratello. Una frittata mal riuscita dunque nella quale ormai ognuno ritiene di pensarla come vuole e, cosa più grave, trasformando questa sua posizione in una sorta di manifesto di resistenza contro qualcosa che non viene descritto se non con le solite e ritrite definizioni complottiste che ben si conoscono! Un gran pasticcio, insomma, che non fa che rendere più difficile la difesa completa contro la pandemia. Una responsabilità che però non è solo dei no vax ma di coloro che da destra e da sinistra strizzano loro l’occhio!

3 recommended
bookmark icon
Aspetta un attimo...

Sottoscrivi la nostra newsletter

Vuoi essere avvisato quando pubblichiamo nuovi articoli? Inserisci il tuo nome e il tuo indirizzo e-mail.