Controaltare. Green Pass anche per entrare in chiesa

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Nel XVII secolo, per la peste a Milano le chiese rimasero sempre aperte per i fedeli. Oggi ci vuole il green pass.

Qualche giorno fa, in uno dei caldi pomeriggi di fine agosto, sono entrato, dopo tanto tempo, nella chiesa della mia parrocchia che può contenere oltre 600 persone sedute e quasi altrettanto in piedi, insomma uno spazio enorme.

Completamente solo, mi sono seduto assorto dai miei pensieri, complice anche l’atmosfera alquanto silenziosa, quando un giovane con la mansione di sacrestano, mi ha ripreso con un certo astio perchè non indossavo la mascherina.

Faccio cortesemente notare che in quello spazio enorme sono completamente solo e, ovviamente, non posso, anche volendo, infettare qualcuno, ma l’uomo è inflessibile, le norme vanno eseguite.

Un po’ perché stavo in chiesa e un po’ per il caldo, non ho avuto la voglia di replicare oltre e così ho indossato la mascherina tornando alle mie meditazioni.

Questo piccolo episodio mi ha fatto riflettere una volta di più su come stiamo diventato un po’ tutti nevrotici con la paura di infettarci.

Il mio non è certo un caso isolato, in questi giorni sui blog è un fiorire di episodi del genere a volte anche grotteschi come quelli di certi parroci che non vogliono i fedeli in chiesa per assistere alla Messa senza il green pass, con tanto di cartello fuori il portone delle chiese che dettano le nuove regole e con tanto di sanzioni, si spera solo spirituali, o addirittura, leggiamo ancora su alcuni siti cattolici, che per alcuni preti il non vaccinarsi è addirittura un peccato grave, forse il più grave di quello che grida vendetta al cospetto di Dio, aggiornando de jure il catechismo di san Pio X.

Insomma più realisti del re.

Il bello, si fa per dire, che tutto avviene proprio contro le disposizioni della CEI, (Conferenza episcopale italiana) che per un parroco dovrebbe pur significare qualcosa, e anche delle direttive governative che non richiedono il green pass per entrare in chiesa o per partecipare a processioni, veglie liturgiche e quant’altro.

Ciò nonostante sembra che questo non interessi ai nostri prelati anche con ruoli pastorali importanti come leggiamo sui giornali.

Oggi, 8 settembre, per la cittadina di Albano, nei pressi di Roma, che prendiamo come esempio tra i tanti, sarà festa per il giubileo sacerdotale del vescovo locale, mons. Marcello Semeraro, nonché cardinale prefetto della Congregazione per le cause dei santi che dopo tanti anni lascia la sua diocesi.

Contemporaneamente ci saranno anche i festeggiamenti per l’ingresso del nuovo vescovo, mons. Vincenzo Viva.

Una giornata di festa importante che vedrà l’impegno della cittadina per rendere al meglio questo evento.

Tutto bene dunque? Non proprio.

Purtroppo non manca qualche ombra nell’organizzazione.

Nonostante sia una celebrazione eucaristica, leggiamo sul sito diocesano che “secondo quanto previsto dall’entrata in vigore del decreto legge 105 del 23 luglio, per accedere all’area della celebrazione sarà necessario esibire la certificazione verde”, dimenticando anche in questo caso le già citate direttive della CEI.

Sorge allora spontanea una domanda: “A chi dar retta, alla Cei o alla diocesi?

Abbiamo preso questo episodio non per far polemica, ma per capire lo stato di confusione che regna sul Covid, sui vaccini e il green pass.

L’ordinamento voluto dalla diocesi è, ci permettiamo di dire, assai curioso perché il varco di accesso alla piazza è già contingentato dai fedeli su prenotazioni e certamente non può esservi il rischio di assembramenti.

Se tutto andrà così, ma speriamo in un ripensamento, con l’accesso solo con il green pass per assistere alla Messa, questo caso di Albano aprirà le porte ad un nuovo modo di partecipare ai riti sacri, non più con la volontà di stare più vicini a Dio, di emendarsi della propria vita, di pregare o di assistere al sacrificio della S. Messa, queste voci non saranno più fondamentali, anzi perderanno di valore se non si esibisce il proprio green pass all’ingresso della chiesa che, detto tra noi, ci dovrebbe aprire (sic) la Porta dei Cieli.

Ci avviamo senza accorgercene ad vero e proprio Limes tra buoni fedeli e quelli meno buoni, con questi ultimi cacciati dalla chiese che diventano di fatto figli di un Dio minore non più degno, nonostante le buone intenzioni di accostarsi ai divini Misteri entrando in chiesa.

Siamo arrivati un po’ alla follia del liberi tutti, non più ogni diocesi, ma addirittura ogni chiesa o parrocchia interpreta come gli pare le disposizioni superiori.

Si ha paura del contagio, specialmente verso le persone cosiddette fragili, questa almeno è la giustificazione, ma a nostro modesto avviso, c’è anche una mancanza di fede, da parte dei cattolici, in Colui che andiamo a trovare celato sotto le Sacre Specie nel Tabernacolo, forse un po’ più di fede ci farebbe bene, ci renderebbe più coraggiosi anche davanti ai percoli del Covid e della vita in genere.

Davanti alle scene delle chiese serrate per Covid o contingentate per paura del virus, ripenso a san Carlo Borromeo che durante la peste a Milano, nel XVII secolo, che decimò la città oltre la metà dei suoi abitanti, non esitò come vescovo a rimanere in città, pur potendosi allontanare, e ordinò a tutti suoi sacerdoti di lasciare aperte giorno e notte le chiese della diocesi e prodigarsi per sovvenire alle necessità dei fedeli, non solo fisiche, ma fosse anche solo per una preghiera.

Nonostante il grande prezzo di vite umane, Milano, come narrano le cronache, grazie anche all’esempio di vescovi illuminati come il Borromeo si risollevò materialmente, ma soprattutto spiritualmente, ma erano altri tempi con un’altra Chiesa.

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