Afghanistan: punto e daccapo!

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Molto si è scritto e molti hanno scritto sull’argomento, ma, permetteteci, vorremmo dire la nostra: si riparte da dove si era rimasti vent’anni fa, ovvero con i talebani al governo. Gli americani dopo quel fatidico martedì 11 settembre 2001 decidono di occupare l’Afghanistan per debellare il terrorismo e per democratizzare il Paese.

Missione impossibile: falliti entrambi gli obiettivi

Non a caso, l’Afghanistan è stato definito il cimitero degli imperi. Chi ci prova a invaderlo inesorabilmente cade: gli inglesi in tre guerre; i russi dopo una guerra di dieci anni e, per ultimi, gli americani dopo vent’anni di occupazione. E noi cadiamo con loro perché quest’ultima non era solo una guerra americana, era pure una guerra Nato. Orbene, il terrorismo non viene debellato e di democratizzazione neanche l’ombra. E alla fine, solamente dopo l’uccisione di migliaia di innocenti, pare che le «teste pensanti» d’oltreoceano si siano rese conto che la democrazia non si esporta come la Coca Cola e i panini di McDonald’s.

La democrazia, in effetti, secondo gli insegnamenti di Henri Bergson e Karl Popper, si conquista giorno dopo giorno, non si impone manu militari, al limite si ripristina laddove c’era o perlomeno esisteva un barlume di tradizione democratica. Oltracciò, va tenuto presente che la democrazia non è soltanto un insieme di norme, ma soprattutto una disposizione mentale e culturale come ben ci rammenta lo storico anglo-americano George Robert Acworth Conquest. Essa, infine, dev’essere esercitata attraverso le leggi umane e non quelle divine, mentre caratteristica del mondo islamico è la commistione della fede politica con quella religiosa.

«Fate quello che dico e non fate quello che faccio» un detto che nel caso in questione cade a fagiolo. Ad agire sconsideratamente e contro ogni nozione di come, quando e dove una democrazia possa essere instaurata, troviamo, guarda un po’, gli Stati Uniti, pilastri del pensiero democratico e considerati da oltre due secoli il Paese della democrazia per antonomasia. E ciò che è peggio, ad essi si associano in questa sventurata avventura afghana per «ordine di scuderia» le Nazioni Unite e quindi l´Italia.

Dopo di che, trascorsi vent’anni, si è capito che la guerra in Afghanistan sarebbe stata infinita e infruttuosa. Essa col tempo si inverte e si cronicizza: le prede non sono più i talebani, ma le truppe `liberatrici´ e per di più l’indolente esercito afghano non ha la benché minima voglia di combattere una guerra civile. In sostanza il gioco non vale più la candela: game over e gli americani, a guisa di una multinazionale, cambiano strategia e decidono una delocalizzazione economico-militare verso altri mercati più produttivi. Il polemista politico Noam Chomsky definirebbe una siffatta operazione «una brutalità della globalizzazione». E così è.

La satira del giorno

Si ha notizia che, prima di sgomberare completamente da Kabul, le forze internazionali, per salvare almeno la faccia, abbiano chiesto ai talebani di democratizzare il Paese realizzando un «governo inclusivo» in un «nuovo Stato». Ed è a questo punto che si arriva alla satira del giorno: è come voler conciliare il diavolo con l’acqua santa! Infatti, non v’è chi non veda che in Afghanistan non sorgerà né uno Stato né una nazione! Laggiù il concetto di Stato come lo concepiamo noi è inesistente. Esistono, al contrario, le potestà dell’emirato, dei clan, delle tribù e vigono soltanto le leggi islamiche della sharia nonché i codici di condotta tribali. Tanto per intenderci, colà si afferma che i diritti delle donne altro non sono che una bizzarria occidentale! Non basta? Ma suvvia, nel club delle «teste pensanti» sarà poi così difficile capire che agli afghani interessano solo le madrase e le coltivazioni dell’oppio? E gli aurei tempi della cultura iranica? Beh, quella è da tempo relegata in un vago ‘ricordo storico’.   

Così parlò Zarathuštra

«Così parlò Zarathuštra. Un libro per tutti e per nessuno», il santone scende dalla montagna e va verso il mercato per portare l’insegnamento all’umanità (Nietzsche). Tra il 1500 e il `900 a.C. nasce lo Zoroastrismo in un’Eurasia aperta, impreziosita dagli apporti delle grandi civiltà greco–romana, cinese, indiana ed egizia. E l’Afghanistan rappresenta un punto di riferimento. Altri tempi! D´altronde, bastava dare uno sguardo al Museo Guimet di Parigi ove si è tenuta la mostra «Afghanistan, les trésors retrouvés» per scoprire le meraviglie oriunde dai quattro maggiori siti archeologici afgani: Ai-Khanoum, Fullol, Bagram e Tillia Tepe!

Ma πάντα εῖ (tutto scorre) e così, a partire dal 642 d.C., l’islamismo trasforma l’Afghanistan, oramai crogiolo razziale di ben ventiquattro etnie, nel paese che noi tutti tristemente conosciamo e alle cui porte ci potrebbe star bene, in luogo dell´usuale cartello di benvenuto, la scritta «Io venni dallo splendore / E cado nel dolore», parafrasando i primi due versi dell’ultima poesia del maestro di Zen Hoshin. Eppoi, nell’intervista di Pietro Del Re, il macabro racconto del soldato Mohammed Amin Ullah: «Lapidiamo le donne per il bene dell’Islam» la dice lunga, la dice tutta.

Una guerra di vent’anni che non è servita a nulla!

La facile avanzata dei talebani nello scorso agosto verso la capitale, sigillata dalla strage dell’aeroporto di Kabul, ci fa meglio capire l’inutilità del sacrificio di vite umane e dell’alto dispendio di denari ed energie in vent’anni di missione nelle valli afghane, testimoni di tante disgrazie, compresa la follia integralista verso i Buddha di Bamiyan. Dall’ultimo rapporto del Commissario Generale Speciale per la Ricostruzione dell’Afghanistan, John F. Sopko, appare l’impietosa situazione della ventennale occupazione americana del Paese: incapacità e negligenza sono solo alcuni degli addebiti fortemente contestati all’amministrazione occupante. E le conseguenze finali di detta catastrofica gestione sono apparse a fine agosto nei media di tutto il mondo: scene eroiche di chi salva e scene tragiche di chi non si salva!

Tutto ciò si poteva evitare: si sarebbe potuta realizzare un’evacuazione giudiziosa, dal momento che si conosceva la data dell´‘addio alle armi’ sin dai tempi di Trump e si sarebbero potuti mettere in salvo, senza il fuggi fuggi generale, cani e gatti oltre a tutti coloro che dovevano e volevano essere messi in salvo. Ma così non è stato! Gli invasori di turno non hanno purtroppo capito che l’Afghanistan è facile da conquistare e impossibile da gestire. La composizione settaria e tribale della società, l’ambiente ostico nonché le ideologie religiose di stampo integralista e fondamentalista ivi esistenti costituiscono un ostacolo insormontabile, che rende quel territorio inespugnabile e inconquistabile. Tant’è che nessuno fino ad ora è mai riuscito a sottomettere completamente le genti afgane. 

Per dovere di cronaca va però ricordato che un personaggio poco noto riuscì per un determinato tempo nell’ardua impresa. Si tratta di un soldato di ventura di umili origini, certo Paolo Crescenzo Martino Avitabile, napoletano di Agerola. Egli giunse nel vicino Oriente nel 1835 per rimanere, in virtù delle sue gesta, nella memoria degli uomini come Abu Tabela «il terrore afgano», ma questa è tutta un’altra storia, che probabilmente enarreremo con dovizia di particolari in un successivo articolo. Ora, tornando all’argomento principale dopo questa breve digressione e tirando le somme, ci chiediamo cosa abbiamo appreso dall’avventura euroamericana in Afghanistan.

Una dura lezione

Orbene, senza le necessarie misure di prevenzione, i vari governi americani hanno fatto una guerra insensata; hanno occupato un paese proclamandosi forieri di giustizia e democrazia; hanno acceso la luce della speranza di una vita migliore a tanta gente che in loro ha creduto e poi, visto che non sarebbe stato possibile ´democratizzare` e colonizzare economicamente un popolo ‘viziato’ dal talebanismo, hanno cinicamente deciso di abbandonarlo al proprio destino, sacrificando e bruciando i sogni di quella parte sana di esso, che in loro per vent’anni  aveva confidato.

Allora? La politica ha sopraffatto l’etica? Ma certo, il fatto non è nuovo e della scissione tra politica e morale ce ne parla, senza andare molto in là nel tempo, ampiamente il Machiavelli allorché spiega come la politica sia un settore di pensiero e azione del tutto indipendente e autonomo da altri campi di indagine pure teoricamente contigui quali la religione e l’etica. Solo che nella pratica quotidiana oramai constatiamo sempre più che quest’ultimo concetto (l’etica) rimane una pura speranza mentre il realismo politico, secondo cui il fine principale dell’azione politica è l’ottenimento del potere, è quello che frequentemente impone di sacrificare i principi etici. In altre parole, in nome della ragion di Stato, viene concessa ai politici la «licenza di uccidere» le regole morali, a prescindere dai frequenti casi in cui alla malapolitica non è necessaria alcuna ragione per spregiare – per dirla con Dante – natura e sua bontade!

Difatti, come dianzi rilevato e in sintonia col noto motto business is business «gli affari sono affari», cioè negli affari non si devono mescolare considerazioni di altro ordine, gli americani in Afghanistan hanno mollato in bando ogni cosa: oltre alle costosissime attrezzature militari, migliaia di interpreti-collaboratori, gli amici più fedeli (centinaia di cani antidroga e antibomba) e, peggio ancora, migliaia di donne e bambini fragili e indifesi, che nella democrazia hanno fortemente creduto.

Solo che noi eravamo «compagni d’armi» dei ‘liberatori’ sotto le insegne della Nato, il cui trattato andrebbe rivisto e riformulato per non essere costretti a sopportare gravezze, cinismo e ipocrisia altrui, e oggi, da italiani, al contrario di altri, sentiamo vergogna di essere costretti all’indifferenza nei confronti di quegli esseri umani, principalmente donne e bambini, che per tanti anni abbiamo illuso. La nostra coscienza e la nostra reputazione restano al di sopra della nefanda politica, del denaro o della morale del denaro e del potere!

Dunque? Beh… abbiamo indubbiamente subito una sconfitta morale! E anche se al nostro carattere ripugna oltremodo l’ipocrisia di certe soluzioni, ahinoi, siamo stati coinvolti e al momento nulla possiamo fare. Purtroppo viviamo in tempi infami in cui la politica ha perso completamente la morale e… non ci resta altro che la ben magra consolazione di recitare il mea culpa nonché invocare «Domine, miserere eis» per tutti coloro che sono stati amaramente abbandonati in quell’inferno. E speriamo che il Signore ci ascolti!

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Giuseppe Arnò è direttore de La Gazzetta italo brasiliana

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