Se Atene piange … Sparta non ride

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Dal voto spunti di riflessione e molti problemi aperti

Le elezioni amministrative per dodici milioni di italiani, si sono svolte nella prima fase e ora attendiamo i ballottaggi che dovranno rispondere all’esigenza propria del voto di determinare a chi dovrà andare la responsabilità dell’amministrazione di molti ed importanti centri e tra questi la capitale del Paese.

Alcune considerazioni si impongono. Si sa che il voto amministrativo risente molto delle condizioni locali e che tuttavia viene sempre indicato come tale da chi perde e come un significativo passo politico in avanti per chi vince. È sempre stato così ed è difficile non avere la sensazione del dejavu ogni volta, nella stessa maniera. Cambiano in parte i protagonisti ma non cambia il copione.

Secondo punto e non secondario potremmo dire la partecipazione al voto. I dati sono impietosi questa volta più di altre e dicono molto del livello di attenzione del paese alla politica. Soprattutto sono peggiorati e non poco rispetto al passato. Risibile l’osservazione che i postumi della situazione pandemica abbiano rallentato la partecipazione. Un voto come quello che ci attendeva e ci attende è importante e significativo, proprio per la dilagante insoddisfazione e la distanza dalla politica, soprattutto e non solo, nelle giovani generazioni.

Quindi il fatto che meno del cinquanta per cento degli aventi diritto abbia declinato l’opportunità di esprimersi è un campanello d’allarme grave se non gravissimo e contrariamente a quanto si diceva in passato non ci avvicina ai paesi più moderni. Quanto avvenuto negli Stati Uniti con l’assalto al Campidoglio dei sostenitori di Trump è non soltanto il segno che quel sistema è in crisi ma che lo è dalle fondamenta. Nella storia di quasi tre secoli degli Usa, simili attacchi sono avvenuti due volte e in un paese certamente più di “frontiera” di oggi. Il fatto che il presidente repubblicano sconfitto (anche nei riconteggi da lui attesi che confermano questo risultato) non abbia per lunghissimi giorni ammesso di aver perso e continui a guardare alla Casa Bianca come occupato da persone che hanno cancellato la sua vittoria, non aiuta e non aiuterà quel paese.

Ma per rimanere, per così dire, ai casi nostri, che meno del 50 per cento dei romani abbia votato dopo una disastrosa amministrazione seguita ad altre non certo brillanti, dovrebbe far rabbrividire chi ha a cuore la città e la democrazia più in generale nel nostro paese. Dati simili ci arrivano anche dalle altre località interessate e insieme ai ballottaggi danno perfettamente la sensazione di un tornante della storia per quanto ci riguarda. Mai si erano verificate assenze così marcate.

Se poi aggiungiamo a questa considerazione che il risultato non è stato in diversi casi così chiaro (a parte quelli per così dire “scontati”) e che le percentuali dei partiti – non dei candidati – siano drammatici e testimonino la loro lenta dissoluzione anche se si tratta di movimenti un tempo fiammanti, abbiamo alcune risposte non molto beneauguranti, anche se alla fine qualche sindaco sarà eletto, qualcuno confermato e via dicendo.

Un’altra riflessione si impone come al solito sul modo nel quale vengono analizzati dai leader i risultati. Qui rifulge il famoso e romano “consolamose con l’aglietto”. Il protagonista di questa performance è certamente il segretario del Pd che continua a parlare come se fosse il rappresentante di una forza montante, dando soltanto definizioni sugli altri ma scarse considerazioni su loro stessi. Lo stesso errore che nei decenni passati ha portato il vecchio Pci e i suoi succedanei a ridursi a percentuali preoccupanti soprattutto per l’evidente incapacità di riaggregare intorno a sé la sinistra più intelligente e moderna. Spesso il partito mostra invece la sua crescente senescenza non riuscendo ad intercettare i veri movimenti del paese. La vecchia retorica della sinistra, infatti, non funziona più essendosi estinte o quasi le vecchie categorie sociali sulle quali si basava. Il lavoro da fare è molto ma non lo si fa con costrutto se si immaginano ipoteche su altre forze in ritirata come i cinquestelle, definendoli necessariamente di sinistra! Un abbaglio che può costare caro.

Altro abbaglio è quello del centrodestra, dove la lotta per la leadership è divenuta senza quartiere e la prevalenza del partito della Meloni sulla Lega non può e non deve far vivere sogni tranquilli per la sostanziale impreparazione e levità della classe dirigente del partito denuncia ogni giorno di più. Aver triplicato i voti rispetto al passato non ha triplicato competenze e professionalità. Uno iato tra potenza ed atto che non può lasciare sereni. Soprattutto con il lento disgregarsi di Forza Italia, unico ancoraggio moderato, e con la discesa della Lega che segue le difficoltà del suo segretario. Un quadro che non può certo essere controbilanciato dalla vivacità di cespugli al centro, sia da sinistra che da destra, essendo assente un leader che possa divenire federatore in tempi brevi.

Ecco perché, anche riflettendo in profondità sui risultati del voto, quanto abbiamo detto si può descrivere con la famosa frase che abbiamo usato nel titolo. Come più volte sottolineato dal presidente della Repubblica e chiarito dall’azione del premier

Il nodo centrale è rafforzare l’economia del paese, ma ritrovando i valori fondanti dello stare insieme, nell’essere paese al centro dell’Europa e con la chiara visione di quello che dobbiamo essere per esistere nel novero delle nazioni che contano. È su questo che occorre lavorare, non sulla leadership momentanea o su quella futura. È il paese che va ricostruito e rafforzato, la sua unità profonda, il valore del comune impegno per la democrazia compiuta che come si sa è una sorta di fabbrica di San Pietro, il cui lavoro non finisce mai, ma che qualcuno deve pur fare!

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