Vivere nella solitudine alla sola presenza di Dio

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Fra Lorenzo: un eremita del Terzo millennio

Lo scorso sabato ho conosciuto un sant’uomo. Detto così può sembrare un modo dire, invece è esattamente ciò che ho visto: una persona che ha abbandonato il mondo per vivere esclusivamente di preghiera e, quando la Provvidenza lo permette, anche di un po’ di cibo.

Qualche tempo addietro, un amico mi aveva parlato di questa persona e della sua vita eremitica, almeno quel pochissimo che si sapeva, e della sua santità, parola che trovavo esagerata, pur tuttavia quel racconto mi aveva lasciato il segno e il pensiero di questo novello ‘solitario’ mi seguiva durante le mie giornate.

Dalla narrazione di quest’uomo di Dio era passato un po’ di tempo, fino a quando decidemmo con il mio amico di togliere ogni indugio e andarlo a trovare.

Più facile a dirsi che a farsi.

L’uomo vive in una zona montagnosa in Abbruzzo, ai confini con il Molise; insomma, una terra a dir poco inospitale, almeno per chi viene dalla città.

Ricordo solo che per raggiungerlo abbiamo lasciato la strada provinciale nei pressi di Castel di Sangro, e dopo esserci persi per ben due volte, abbiamo preso una strada assai tortuosa a tratti bianca e, lasciata la macchina, abbiamo proseguito a piedi per qualche centinaio di metri tra i boschi seguendo le indicazioni di un amico comune dell’eremita.

Finalmente, dopo una non facile camminata, siamo arrivati alla nostra meta, una radura dove c’è una vecchia casa colonica che, pur avendo bisogno di molti lavori di ristrutturazione, è comunque vivibile e chi vi abitava è certamente una persona assai pulita e ordinata.

Entrando, la porta di ingresso non è mai chiusa a chiave, la casa è formata da un grande salone con un camino, che serve sia da riscaldamento per l’alloggio che da cucina, poi un letto dove sopra il capezzale c’è una semplice croce di legno, a lato una credenza molto semplice, una cassapanca sopra la quale ci sono tre mensole con dei libri e l’arredamento è tutto qui. L’acqua e i servizi sono fuori.

La sola modernità è nella corrente elettrica a bassissimo voltaggio, la luce delle due sole lampadine, infatti, è molto modesta e, ovviamente, non c’è né cellulare, né televisione e né tantomeno radio o computer.

Il “santo eremita “ci ha accolti con un bel sorriso e con un fare molto amichevole nel suo abito religioso color cenere e con un grande rosario a modo di cintura.

Tramite il nostro amico comune sapeva del nostro arrivo, per questo da bravo ospite ci ha fatto trovare del pane che cuoce lui stesso e un po’ di frutta, soprattutto fichi.

Sinceramente mi aspettavo, non certo il buon selvaggio che abitava in una grotta, ma qualcosa in sintonia con l’eremita che avevo nella mia mente e nelle mie letture.

Nulla di tutto questo, Fra Lorenzo, questo il suo nome, è un frate a cui la sua congregazione ha concesso la possibilità di vivere da anacoreta in questi boschi per qualche tempo, dopo però aver trascorso circa vent’anni di vita cenobitica e, passato il periodo di prova, come prestabilito, è tornato dai suoi confratelli, ma ben presto ha chiesto di poter tornare nuovamente al suo ritiro e così, dopo un altro breve periodo di vita conventuale, è ripartito per i suoi amati boschi.

Da quel giorno, sono ormai dieci anni di quasi perfetta solitudine, se si eccettuano due o tre persone che una o due volte l’anno gli portano il necessario per vivere, anche se lui non ne ha quasi bisogno vivendo meno del meno, come il suo santo ispiratore, S. Charles de Foucauld, eremita morto martire nel 1916 in Algeria.

La visita di queste persone è pur sempre un atto di carità reciproca, loro arrivano qui all’eremo per portare un po’ di rifornimenti per le prime necessità, specialmente medicine, e lui, ricambia con qualche benedizione soprattutto per gli affanni quotidiani o Messe per varie intenzioni e, se capita, qualche prodotto del suo orto, insomma uno scambio alla pari.

Confesso che nonostante i suoi atteggiamenti amichevoli e informali, mi ha messo un po’ di soggezione, tanto che la prima domanda, un po’ banale, che mi è venuta in mente è stata su come trascorre le sue giornate.

Fra Lorenzo con il suo solito sorriso mi ha spiegato che la giornata è scandita da una vecchia sveglia meccanica che lui carica ogni volta seguendo le ore monastiche del mattutino, delle lodi e del notturno.

Lunghe ore di preghiera e di meditazione che definisce il suo piccolo Paradiso.

In quei momenti lasciava il mondo con le sue occupazioni a cui “neanche un eremita può sfuggire – aggiungeva – per entrare in un altro mondo fatto solo di gioia”.

Tutto molto interessante, ma come accudisce alle necessità della vita di tutti i giorni?

Senza dire una parola, mi ha chiesto con un gesto di accompagnarlo, siamo usciti dal retro della casa e mi ha fatto vedere il suo piccolo, ma ben fornito orto, insieme agli alberi da frutta e da legna e poi, allargando le braccia, mi ha indicato il bosco che lambiva la casa raccontandomi che lì a pochi passi da dove eravamo c’era un immenso tesoro per la nostra salute, erbe, radici, foglie, insomma una vera e propria farmacia verde che non costava nulla ed era alla portata di chiunque.

Le occupazioni certo non gli mancano, però pur essendo un eremita è anche un religioso, un sacerdote, ma quando e dove celebra la Messa, gli ho chiesto?

Anche questa volta ha risposto con il silenzio, solo con i gesti.

Tornando in casa, vicino al camino, ha aperto una porta che dà in un piccolo vano arredato negli anni come una piccola cappella, l’altare l’ha costruito lui con la pietra locale, mentre quei pochi arredi li hanno portati i suoi confratelli in tutti questi anni, tra cui una bellissima riproduzione di una icona russa dedicata alla Madonna e debbo dire che, pur nella sua semplicità, il luogo è molto accogliente e sereno, inoltre, sempre i suoi confratelli gli mandano le ostie da consacrare per le sue Messe quotidiane.

Insomma, ho tutto e di più”, mi disse sorridendo.

Al di là della serenità che si respira in quel luogo, la vita non dove essere certo facile non essendo più un ragazzo ed avendo anche problemi di salute.

Cosa lo spinge, allora a questa vita così dura?

Mi aspettavo una risposta assai articolata e invece mi ha risposto semplicemente con una sola parola: la Fede.

Che cos’è allora la Fede, lo incalzai.

È ciò che ci fa credere nel profondo dell’anima tutte le verità che la religione ci insegna – mi ha risposto – e con tutto quello che la nostra Chiesa ci propone di credere”.

Un po’ generico, ho ribattuto, la Fede rimane pur sempre un fatto soggettivo.

Sicuro, ma la Fede vera – ha aggiunto – quella vissuta nel profondo del nostro essere trasfigura tutto ciò che è intorno a noi, tanto che a volte si trova difficoltà a servirsi ancora dei nostri sensi, così essenziali per la vita nel mondo, invece la Fede mostra la realtà autentica per come essa è veramente”.

Può farmi un esempio pratico?

Dopo qualche momento di riflessione mi ha risposto, rifacendosi a Charles Foucauld: “Lei mi domanda che cos’è la Fede, le rispondo con degli esempi sperando di dire cose giuste. La Fede è quando con gli occhi vediamo solo un povero per strada, mentre con la Fede vediamo in lui Gesù, le orecchie ci fanno ascoltare ingiurie verso di noi, mentre la Fede ci fa interiormente gioire perché, pur se in minima parte, viviamo gli oltraggi che visse nostro Signore. Lo stesso per il tatto che ci fa sentire i duri colpi che ci colpiscono durante la vita, mentre la Fede ci rende felici di soffrire in nome di Dio, l’olfatto poi ci fa sentire profumi soavi come l’incenso, ma la Fede ci fa capire che la vera fragranza è la preghiera dei santi ed infine, i sensi del gusto ci fanno sentire il sapore di un pezzetto di pane azzimo, ma, grazie alla Fede, sappiamo che quello è il vero corpo di Nostro Signore Gesù.

Dicendo questo, non aveva più il suo sorriso, ma un’espressione di profonda riflessione e per un attimo gli occhi sembravano persi nel vuoto, poi si è ripreso subito per dirmi: “Parlare di queste cose mi fa sentire indegno di tutti i beni che il Signore mi ha elargito e ciononostante oso ancora pensare che con le parole posso spiegare ciò che invece è inesprimibile”. Poi riprendendo il sorriso mi disse: “Sono proprio un povero pazzo”.

Ormai si stava facendo tardi, il sole era quasi tramontato quando la sveglia aveva suonato già per i vespri. Era arrivato il momento di salutarlo, ma anche di ringraziarlo per averci accolto con tanto affetto e gentilezza, nel congedarci, però, ho approfittato per chiedergli, tra l’altro, anche una preghiera per questo povero nostro frenetico mondo, questo sì che è veramente pazzo.

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