Pacificazione

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Si sente parlare da più parti, come molti decenni or sono di pacificazióne, ovvero – come sottolinea il dizionario – del fatto di pacificare, cioè di mettere pace o riportare una situazione di pace tra due o più parti in lite, in conflitto. Ci si adopera per la pacificazione; si fa opera di pacificazione, si tenta di farlo. Lo stesso termine viene usato in modo positivo come lo status nel quale due parti in contrasto si mettono d’accordo, e dunque con valore reciproco, pongono in atto il fatto di ritornare in pace o d’accordo. Può accadere nella grande politica internazionale, come nella vita di ognuno, nel proprio privato. La possibilità di analizzare tutto questo scibile è dunque amplissima e non si può racchiudere in queste riflessioni.

Storicamente, si ha l’esempio dei tentativi di pacificazione ad esempio nella Francia del sedicesimo secolo con i cosiddetti editti di pacificazione, con i quali la corona, durante le guerre di religione tra cattolici e ugonotti, si proponeva di porre fine ai dissensi tra le parti in lotta.

Come sempre la nostra analisi parte da quello che il dizionario ci indica come il senso della parola, il suo valore nell’ambito della vita collettiva, come osservavamo da quella tra gli stati a quella tra le persone.

La prima considerazione che nasce immediata è che per esserci pacificazione ci deve essere come condizione essenziale perché ad essa si arrivi che sia in corso una guerra, una guerriglia, uno scontro tra parti la cui particolarità e il sostanziale non riconoscimento dell’altra parte e dunque la difficoltà di intavolare tra interlocutori credibili una via di uscita, una soluzione, un accordo che ponga fine al motivo delle ostilità, superando ovviamente resistenze, ostacoli, pregiudizi.

Ove questa condizione non venga rispettata il senso della parola in questione cambia e si identifica con una rappresentazione a suo modo guerresca o bellica in senso anche letterale all’interno di una comunità nazionale ad esempio o tra gruppi della stessa nazione. Qui però non siamo nella pacificazione in senso stretto, ma nella composizione di posizioni differenti, anche antitetiche all’interno dello stesso quadro statuale o della stessa collettività.

Ecco allora che quanto accade in queste settimane nel nostro paese, nel proliferare di attacchi e minacce crescenti e non solo nel numero, contro ad esempio il green pass o le norme con le quali si cerca di arrivare ad una normalizzazione della vita  – che tenga conto che il famoso virus che attanaglia da quasi due anni non è scomparso, è sempre là e ogni allentamento delle misure deve essere pensato in modo da minimizzare possibili nuovi focolai e possibili contagi – ci appaiono in una luce diversa.

Una sorta di rovesciamento delle parti nel quale coloro che non vogliono vaccinarsi si richiamano alle più mirabolanti teorie, quando basterebbe il buon senso, e sottolineano in modo sempre più rabbioso il loro essere minoranza nella società. E come ogni minoranza che si rispetti cercano di dimostrare se occorre anche in modo rumoroso e violento che sono loro ad avere ragione. E’ l’apoteosi del famoso quadretto tragico e umoristico allo stesso tempo di coloro che imboccando l’autostrada contromano oltre a rischiare la altrui e la propria vita, inveiscono con quanto sarebbero a suo dire in violazione del senso di marcia!

Non si tratta qui di porre in dubbio la sincerità di quanti onestamente si sentono contrari alla vaccinazione per vari motivi, etici, sanitari, e via dicendo. Con essi occorre partire dal confronto e non dallo scontro. Quello di cui parliamo è la protesta violenta, le minacce sotto casa, il recupero di recapiti e di telefoni di persone da minacciare dei più vari sfracelli.

Qui non stiamo parlando ovviamente di confronto anche duro di posizione. Stiamo parlando di terrorismo di pochi che vogliono “educare” molti e che per far questo si richiamano falsamente ai più fondamentali principi di libertà ma che per loro significa fare quel che più li aggrada senza contraddittorio e senza confronto, cercando e questo è il punto di imporlo alla maggioranza perché essendo loro detentori del potere di conoscenza per così dire, tutti gli altri sarebbero dei beoti o dei creduloni. E’ evidente che questo tipo di atteggiamento vada combattuto con tutti i mezzi leciti e con le stesse leggi democratiche, ovviamente applicate e non solo nominate.

In conclusione, non essendoci una guerra ma l’ennesimo tentativo di creare condizioni di guerriglia in una società sostanzialmente equilibrata, occorre non scambiare le parti. Soprattutto se queste posizioni divengono facile strumento nelle mani di gruppi e agitatori che sono questi sì contro la convivenza civile e la dialettica propri di una società democratica. Una società dove non deve essere lasciato spazio a chi si intromette e si infiltra in proteste dure ma democratiche con il fine di attaccare avversari, in questo casso nemici, richiamandosi ad idee e pratiche politiche che la nostra democrazia ha sconfitto e superato da decenni. Con l’accortezza che non è con archi costituzionali o simili altre soluzioni che questi fenomeni si sconfiggono, ma applicando le leggi esistenti, se occorre alla lettera!

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