Una politica a scartamento ridotto

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Il voto amministrativo conferma la grande disaffezione degli italiani

Il risultato delle elezioni amministrative conclusesi in più città italiane con il ballottaggio di domenica scorsa ha dimostrato – al netto delle considerazioni proprie di ogni forza politica o movimento, e quindi delle affermazioni di vittoria o delle ammissioni di un dato non confortante, se non una vera e propria sconfitta – che la politica nazionale e locale è in forte difficoltà e continua il suo accidentato cammino, mentre il paese prova a disfarsi di molte scorie del passato, e, nel superamento della pandemia probabile  in tempi ravvicinati, cerca di riavviare i meccanismi della ripresa da un lato e di una convivenza basata su nuove basi dall’altro. L’ondata pandemica e i suoi effetti riflessi sulla vita quotidiana e sul sistema sono evidenti ogni giorno che passa; e, che si tratti o si vorrebbe fosse una sorta di passaggio a nord ovest, si fa sentire molto presente e in un certo senso “maggioritario”.

Ecco perché alcune linee della politica ad ogni livello mostrano la corda. La maggiore criticità riguarda certamente il centrodestra. I recenti avvenimenti violenti a Roma e Milano intrisi di revenscismi vari, di riflessi condizionati del secolo breve e delle sue nefaste ideologie hanno dato una plastica dimostrazione che la possibilità per i partiti della coalizione di divenire maggioranza di governo, pur essendo nei fatti maggiornza relativa nel paese, è ancora lontana e per una serie di motivi intersecati tra di loro. Da un lato la lotta per la prevalenza divide gli elettori e la competizione interna porta solo ad una spaccatura visibile e non gradita da chi vota. Dall’altro l’incapacità della leadership della destra di tagliare definitivamente ogni simpatia e ogni legame ancorché non manifesto e strisciante con le pulsioni neofasciste e con quelle piccole ma pericolose frange che ne costituiscono l’essenza.

È questa una costante che impedisce al partito della destra di divenire di governo assumendo le caratteristiche di una forza responsabile e non passatista, conservatrice e moderata. Sinché questa condizione non sarà superata anche la prevalenza numerica nell’alleanza con Lega e Forza Italia se dovesse verificarsi non si trasformerà in leadership politica di coalizione. La prevalenza di posizioni nazionalistiche, primatiste e reazionarie sulla scorta del peggio che emerge in Europa, fanno nascere legittimi sospetti all’interno del mondo moderato che alla fine non riesce ad avere quella fiducia necessaria a sostenere il vero cambiamento. Che questo non avvenga neppure con l’intestarsi in un certo senso della opposizione al governo la dice lunga.

Un altra chiave di lettura è il rallentare evidente della spinta della Lega e delle difficoltà di guida che lo stesso Salvini incontra nella gestione della parte governativa e di quella politica del partito. Di più vi è una leadeship locale delle grandi regioni italiane nata dalla originaria spinta nazionale del leader che gareggia nella ricerca di una guida capace di mostrare anche per i leghisti la capacità di rappresentare i cittadini e, per estensione, anche il Paese. Il permanere di parole d’ordine estremiste in settori come l’emigrazione seppure raccoglie il consenso di chi vorrebbe decisioni più drastiche su un fenomeno comunque inarrestabile, al tempo stesso impedisce un’analisi del fenomeno stesso verso una gestione che tenga conto della realtà come si presenta e non come si vorrebbe che fosse.

In questo duello si situa Forza Italia, rimpicciolita nei consensi per la lenta discesa del suo leader, ma determinante sia per mantenere una componente moderata e liberale nel governo, sia perché la coalizione non possa spostarsi troppo su posizioni di destra, ma rimanga nell’alveo o nel perimetro di riferimento di quel partito popolare europeo che continua ad essere una tra le più grandi forze continentali.

L’analisi a questo punto deve spostarsi sulla sinistra o centrosinistra che dir si voglia. Il primo dato che viene alla mente è l’incapacità costante ed inveterata a liberarsi del riflesso condizionato di un antifascimo di maniera che viene utilizzato e sbandierato (seppure provocato dalla sostanziale stupidità dei cosiddetti avversari di classe) per mantenere una sorta di primazia su ogni evoluzione del Paese. Poter rilanciare in cortei e manifestazioni il mantra antifascista non mostra la pericolosità del possibile nemico, ma la debolezza intrinseca nel messaggio che si vuole inviare. A quasi ottanta anni dalla fine della guerra e dalla caduta del fascismo che le uniche forme di unione siano quelle delle frasi d’obbligo contro di esso è da un lato triste dall’altro indicativo che se gli estremisti di destra non sono in grado di capire il paese, questa incapacità è presente anche in una parte della sinistra che considera il richiamo alla lotta contro il regime il collante di una politica di oggi, nell’Italia di oggi, nell’Italia inserita in Europa e nel sistema mondiale quale democrazia compiuta. Svegliarsi su questo fronte non sarebbe mai tardi soprattutto per dare alle posizioni politiche contrarie ad ogni estremismo e ad ogni visione reazionaria, una nuova linfa che guardi al futuro e non al passato. Un passato che il paese ha ormai messo alle spalle e che continuare a riportare in auge da entrambe le parti è errato e poco lungimirante.

Insomma si possono vincere o perdere le amministrative, si possono guidare città grandi e piccole, ma la politica resta malata e l’astensione sempre più marcata ne è la spia più grave e prospettica. E non, come si diceva una volta, la dimostrazione della maturità del paese!

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