L’Araldo, la vera storia di Dedalo e Icaro

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Dedalo di Atene, era una delle più grandi e ingegnose menti della mitologia. Potremmo rapportarlo al “nostro” Leonardo da Vinci, e forse più. Il mito ce lo descrive come grande ingegnere, eccelso architetto, grande inventore, ricercatore, filosofo, pittore, scultore; insomma, un grande genio! E anche un bell’uomo. Il che sarebbe stata l’origine dei suoi tanti guai; sia per i tanti amori adulterini, che per gli altrettanti debiti che per la sua vita dissipata contraeva. Tant’è che una notte sarebbe stato costretto a scappare da Atene con suo figlio Icaro, suo fido collaboratore, anch’egli geniale quanto il padre.

I due fuggitivi si nascosero a Creta dove il Re Minosse, grande estimatore del suo talento naturale, e lo accolse volentieri e, avendo lui in corso di costruzione il palazzo reale di Cnosso, la più grande reggia di tutti i tempi, gli commissionò subito molteplici incarichi. Dedalo, collaborato da suo figlio Icaro si mise subito all’opera e, in men che non si dica, finì un capolavoro che ancora oggi, per quel poco che è rimasto ed appare, è meta di visite archeologiche internazionali. Si racconta di tetti aurei, giardini pensili, fontane multicolori, pareti di avorio, che abbellivano questo meraviglioso palazzo.

Ma l’opera di Dedalo che ha superato le barriere del tempo fu la realizzazione del famoso labirinto dove Minosse avrebbe rinchiuso un mostro ibrido, metà toro e metà uomo, nato dal rapporto spurio tra la moglie Pasifae, e il toro sacro a Poseidone. Secondo il mito Poseidone, per punire Minosse che disattendendo i suoi ordini lo aveva impiegato come toro da monta, fece innamorare Pasifae del toro sacro. Dalla loro unione sarebbe nato il Minotauro che era solito cibarsi preferibilmente di fanciulli e che Re Minosse per soddisfarlo, pretendeva da Atene, assoggettata a lui, l’olocausto di 14 fanciulli, maschi e femmine, ogni anno.

Sia come sia, Dedalo non si smentì e in poco tempo realizzò un labirinto così complesso dal quale, benché non avesse porte, era praticamente impossibile uscire, e dove il Minotauro venne rinchiuso.

Si racconta poi che per porre fine all’olocausto fosse arrivato sull’isola Teseo, eroe ateniese e figlio del Re Egeo, allo scopo di uccidere il mostro. Inutile dire che Teseo trovò difficoltà a districarsi nel labirinto, se non fosse stato per la sua “amica” Arianna, figlia di Re Minosse, che nel frattempo si era innamorata di lui, la quale chiese aiuto al suo vecchio amico Dedalo, il quale acconsentì a suggerirle il modo di entrare ed uscire (oggi basterebbe un navigatore satellitare). Teseo entrò nel labirinto accompagnato da Arianna, uccise il Minotauro e ritornò ad Atene, lasciando Arianna, convinta di essere ricambiata in amore, nello sconforto.

Minosse, venuto a sapere il tutto, onde scongiurare le sicure ire del solito Poseidone, fece arrestare Dedalo e Icaro e li fece rinchiudere nella loro abitazione … agli arresti domiciliari. Questi mal gradirono il trattamento loro riservata. Dedalo si risolse pertanto a realizzare in poco tempo un progetto che aveva già iniziato ad Atene ma che, a causa della sua fuga precipitosa, non era ancora riuscito a portare termine. Una sorta di deltaplano che già in quei tempi remoti immaginava di poter volare a vela come una barca, sfruttando la potenza dei venti. Padre e figlio allestirono in poco tempo due alianti monoposto, e, in una notte di plenilunio, con il favori del dio dei venti Eolo e di suo figlio Zefiro, riuscirono ad involarsi in cielo, con destinazione Cuma. Dove Dedalo aveva un caro amico, il Re Aristodemo, che così come Minosse, molte volte l’aveva invitato, non fosse altro che per collaborare alle sue fantastiche invenzioni e magnificare ulteriormente questa giovane nazione (l’odierna antica Cuma), all’epoca in piena espansione.

Trascuro di raccontare le varie peripezie e pericoli di questo ardimentoso viaggio da Creta fino a Cuma, dove ci furono alcune soste pericolose, scendendo prima nei pressi di Siracusa per mancanza di vento, poi in Calabria per una tempesta improvvisa, e via via attraverso vari pericoli, fino in Campania, con l’ultima fermata all’isola di Arime, l’attuale Ischia, riposandosi qualche giorno, anche per mancanza di vento in quanto Zefiro aveva un soffio molto più debole di suo padre Eolo, e gli alianti faticavano a volare, ancora oggi si dice una “refola di vento”, cioè uno zefiro di vento, un venticello.

Nell’ultimo tratto purtroppo per Dedalo, da Ischia a Cuma, il perfido Poseidone li localizzò, e inviò sopra il canale di Procida una improvvisa tempesta sui malcapitati eroi, che a stento poterono arrivare sulla collina antistante dell’attuale Monte di Procida, già territorio cumano, prima che uno degli alianti, quello di Dedalo, perdesse quota colpito da un fulmine e si fracassasse proprio al centro del Monte di Procida. Icaro, anche se addolorato, capì che per il padre non c’era più niente da fare e proseguì per la reggia di Cuma, presumibilmente nei pressi dell’attuale Agropoli, dove riuscì ad atterrare felicemente tra il tripudio della folla accorsa e l’abbraccio di Aristodemo, piangente per la morte del caro amico.

L’indomani, Aristodemo, insieme ad una parte della sua corte e di Icaro, raggiunse la collina cumana dell’attuale Monte di Procida, dove trovarono il corpo martoriato di Dedalo, e lo seppellirono, in quella terra meravigliosa, erigendo successivamente un tempio dedicato al dio Apollo, dio cui Dedalo era devoto. Tempio di cui, a distanza di 2500 anni, grazie anche all’interessamento del dott. Pugliese, attuale sindaco del Monte di Procida, si sono trovate le tracce e che presto saranno messe alla luce a disposizione dei visitatori.

NdR: … anche questa meravigliosa storia è riconducibile come per incanto, sempre a CUMA, giacché secondo natura Bacoli e Monte di Procida sono un tutt’uno.

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