Il PNRR e la politica

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Il Governo, i partiti, la corsa al Quirinale

Cercare di comprendere quanto sta accadendo nel nostro paese non è certamente facile. Superate le facili o scontate analisi sull’uscita ancora incerta dalla pandemia quello che ci appare con evidenza è un forte disagio sociale che la crisi sanitaria ha in parte contenuto ma che comincia a farsi sentire. A questo – gli scontri tra novax, estremisti di destra e forze dell’ordine sono indicativi – si aggiunge l’azione del governo che deve necessariamente incidere sui nodi cruciali del nostro sistema e nel far ciò sta facendo riemergere il classico copione di una politica incapace di visione prospettica e ripiegata sulla propria crisi che riguarda sia i partiti tradizionali sia le forze più recenti come il movimento cinquestelle alle prese con la più pesante crisi di identità della sua breve storia. Questa incapacità è un handicap grave che rischia di annacquare se non far fallire un vero tentativo di cambiamento del paese.

I nodi sono tanti ma il recente dissidio esploso sulla questione della riforma delle pensioni tra l’esecutivo e i sindacati mostra chiaramente che il cammino è irto di ostacoli e che le resistenze non sono piccole né transitorie. Ogni passo nella direzione di una razionalizzazione del sistema deve fare i conti con tutta la consuetudine di quella politica consociativa che per decenni ha rallentato e drenato oltre alle risorse anche le forze vive del paese. La contraddizione sta nella volontà dichiarata di tutti di far avanzare il paese, superare i ritardi, favorire il lavoro, lo sviluppo economico. Tutte questioni che naturalmente devono stare insiene ma che nella pratica quotidiana scontano tempi e modalità diverse; e soprattutto ci dicono che cercare di razionalizzare e semplificare significa spesso anche incidere sulle categorie professionali e sul lavoro provocando ulteriori disagi e non riuscendo a trovare le risposte giuste per ognuno. La fase di transizione che il paese deve attraversare è fatta di settori legati al sistema economico del passato ed in lenta ma inersorabile evoluzione e altri settori che sono invece manifestazione di quello che dovrà essere il futuro ma che non mostrano soltanto aspetti positivi ma criticità proprio sul lavoro, sulla sua garanzia, sull’adeguatezza dei trattamenti economici.

La quadra di questa contraddizione non è facile e investe per intero tutto il sistema economico, produttivo, la pubblica amministrazione, la capacità complessiva di recupero e ripresa. E da qui che origina la condizione di crisi della politica e al tempo stesso il tentativo di riavviare i meccanismi virtuosi nella società nel suo insieme. Non ci sono ricette miracolose ma soltanto la necessità di agire con continuità e determinazione. Alla base di tutto, però, vi è la crisi endemica del sistema politico e l’evoluzione/involuzione dei meccanismi sociali che nella politica potrebbero o dovrebbero trovare risposta o composizione.

La stagione che è scaturita dalla pandemia, la necessità di governare al meglio la crisi sanitaria, l’impegno non solo nazionale ma europeo che è stato messo in campo sta fornendo l’opportunità di rimettere in moto i meccanismi dello sviluppo, di superare ritardi ed handicap ma perché tutto questo possa avvenire è necessario che la politica, i partiti, i movimenti, interpretino le esigenze dei cittadini e ne rappresentino gli interessi nella direzione di una armonica composizione ed equilibrio e non nell’accentuare le divisioni o gli egoismi e le partigianerie.

Questo è invece il quadro che la politica mostra anche nei confronti del governo e della sua azione. E’ sempre più evidente che gli interessi di ogni partito sono in quota parte divergenti dal disegno complessivo sulla base del programma concordato in Parlamento. Le forze politiche in sostanza sostengono l’esecutivo Draghi come un ponte di passaggio verso una presunta normalità futura nella quale posizioni alternative si manifesteranno come tali. Le tensioni però sono all’ordine del giorno e non garantiscono la necessaria determinazione nelle riforme che l’esecutivo sta avviando.

Su tutto comincia a sentirsi l’influenza della corsa al Quirinale. Ancora non dichiarata però l’elezione del nuovo presidente della Repubblica ha già messo in moto il confronto. Nessun nome è sullo sfondo e non lo sarà ancora perché il vero nodo è la prosecuzione del lavoro del governo e l’attuazione dei punti fondamentali del programma. Le voci che si rincorrono sulle chance del premier di salire al Colle sono una sorta di cortina fumogena e tutti indistintamente sottolineano il dato positivo che l’azione del governo continui. Il rebus da risolvere sarebbe infatti riuscire ad eleggere Draghi alla presidenza senza interrompere l’attività dell’esecutivo. Dunque una soluzione che in nessun modo appare praticabile poiché l’autorevolezza del presidente del Consiglio costituisce il collante del governo  e senza di lui si potrebbe tornare al consueto sistema fonte di instabilità.

Le divisioni tra i partiti sono sempre presenti, l’alternativa tra destra e sinistra un dato di fatto pur nel mutare del quadro politico. La parabola dei cinquestelle un terzo elemento che provoca confusione ed instabilità data la impossibilità di definire compiutamente che cosa siano stati e che cosa siano i pentastellati oggi. Le elezioni amministrative hanno di recente mostrato come non vi siano reali possibilità per alcuno dei contendenti politici di interpretare il ruolo di cardine di futuri equilibri e come negli ultimi decenni ogni residuo di maggioritario stia scomparendo con la sostanziale responsabilità della politica e delle sue divisioni.  

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