I problemi e le distrazioni

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Le riforme a rischio se prevalgono le azioni di piccolo cabotaggio 

Il passare dei giorni sembra approfondire la divisione tra il livello di azione del governo necessario a impiegare con successo le grandi risorse a disposizione e le azioni della politica, meglio dire le correnti in movimento nell’agone tra partiti e movimenti. Il quadro politico, come dimostrato dalle elezioni locali, è assai frastagliato ma con alcune indicazioni chiare.

A sinistra il Pd è l’unica forza di riferimento ma non ha i numeri per assumere una leadership stabile ed è contrastato all’interno e all’esterno da distinguo di ogni genere, da riserve mentali, da riflessi condizionati. In una parola non ha ben chiaro quale debba essere la sua funzione in un paese come il nostro dove la guida del cambiamento richiede competenza e consapevolezza dei rischi che si corrono e delle difficoltà che si incontrano. I prezzi anche elettorali che ha pagato nel tempo nascono da questa sorta di immobilismo sostanziale e dall’incapacità di una sintesi risolutoria.

Il movimento cinquestelle in maggioranza in Parlamento è ormai minoranza in gran parte del paese e sta scontando una congerie di divisioni interne, di spaccature, di frange. Il suo ruolo è incerto in generale e nei particolari settori nei quali aveva cercato le sue parole d’ordine fatica a trovare un senso compiuto. Troppi galli a cantare come dice il proverbio mettono a rischio che arrivi il giorno. Quello che è evidente è che ormai esistono due o tre movimenti disntinguibili e che la leadership dell’ex premier Conte formalmente alla guida sia in grave difficoltà. Protagonismi e l’assenza di un sistema di regole chiare hanno minato e mettono a rischio ogni tentativo di dare un significato complessivo. Resta il fatto che con i numeri possono costituire un elemento pesante nell’aritmetica parlamentare e sul cammino dell’esecutivo.

Se questo, al netto di alcune sigle come “Italia Viva” di Renzi e “Azione” di Calenda che ancora non fanno presa sull’elettorato in modo determinante, è lo stato delle cose nel cosiddetto centrosinistra, quel “campo largo” che con espressione potremmo dire sesquipedale i suoi dirigenti continuano a immaginare senza legami con la realtà, le cose non vanno bene neppure nel centrodestra.

Evidente ormai un appannamento della posizione del suo segretario. Salvini appare sempre più avviluppato nelle questioni di approccio sovranista ai problemi e poco sui problemi reali. La squadra di governo del carroccio sembra distante da lui non nell’appartenenza al partito, ma nel modo con il quale è portata a confrontarsi con problemi, scelte e responsabilità di governo. La coabitazione difficile tra queste due anime sta mostrando la corda sempre più e la poca chiarezza sulle finalità di fondo sta chiaramente aumentando le difficoltà di insieme. Pensare che attegiamenti come quello polacco o quello ungherese verso l’Europa possano essere di aiuto è un abbaglio. L’Italia è diversa profondamente da quelle realtà e il suo tessuto democratico assai più diffuso e maturo di quei paesi usciti dal giogo sovietico ma forse non dalle logiche che quel sistema aveva innervato nelle sue istituzioni. E soprattutto questa simpatia porta con sé forti tensioni tra i suoi dirigenti e i suoi ministri e sottosegretari. Sembra quasi che anche per la Lega si ponga un problema di ruolo e di senso delle cose da fare.

Se questo è vero per Salvini lo è anche con alcuni elementi ancor più complessi per Fratelli d’Italia. Il partito della Meloni che sembra andare a gonfie vele nei sondaggi e nel voto – un voto chiaramente “di protesta più che di proposta” come sottolineava decenni fa Ciriaco De Mita commentando i casi politici di allora – mostra poi sul terreno della proposta politica e delle scelte sia nazionali che internazionali grandi zone d’ombra. Il populismo di lotta sembra essere il collante di uno stare all’opposizione quasi per partito preso, contro tutto e contro tutti. Di contestazione quasi di sistema. Passaggio che richiederebbe sia nelle idee, sia nelle teorizzazioni, sia nelle proposte un ceto dirigente di spessore che non si riscontra nella realtà.

Last but not least, l’attenzione arriva su Forza Italia. Depredata dai sovranisti e dai populisti la formazione dell’ex cavaliere si trova in una complessa situazione. Da un lato cerca di riattivare lo smalto perduto con una connotazione governativa e responsabile tipica dell’anima liberale; dall’altro sconta nei numeri una doppia lettura. Se da una parte risulta troppo esigua per contare da sola, dall’altro si situa in una posizione di cerniera del sistema assumendo quindi un ruolo privilegiato ed influente per la stabilità. Ecco perché continuano le sirene su Berlusconi al Quirinale come proposta che sembrerebbe saldare il centrodestra ma che è ovviamente osteggiata dal resto del Parlamento. La partita del Colle ha un valore superiore a quello di tutti i partiti e dei loro leader e connessa con il governo Draghi mostra evidente la necessità di guardare ad alti obiettivi per la ripresa e la stabilità del Paese e del suo ritrovato ruolo internazionale. Giochetti o distrazioni di massa non sono opportuni da qualsiasi parte provengano.

Dopo due anni di pandemia e con le difficoltà che ancora insistono su di noi come su gran parte delle altre nazioni, è bene che le distrazioni lascino il tempo che trovano e che i giochetti vengano destinati ad altri tempi più sereni. La posta in gioco è troppo alta, i problemi sul tappeto troppo complessi e su di essi andrebbe riservata l’attenzione; non sui soliti riti che per decenni hanno contrassegnato la scelta del Presidente della Repubblica. Nei problemi a volte si può intravedere la soluzione e nella complessità la semplicità!        

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