L’inventore del motore a scoppio nacque a Pietrasanta

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Barsanti, intuì la tecnologia utilizzata in seguito da ogni macchina

Se vi capita di passare dalle parti di Pietrasanta, in provincia di Lucca, andate in via Mazzini e, giunti al civico 77, leggete una targa che troneggia sulla entrata di un portoncino.

La targa ricorda che il 12 ottobre del 1821 proprio in quella casa nacque Eugenio Barsanti. E fin qui nulla di particolare. Ma proseguendo la lettura leggiamo: “che la fama dell’ingegno altissimo eterno con l’invenzione del motore a gas”. E, con un po’ di nazionalismo prosegue, “contrastata invano dagli stranieri al materno oracolo d’Italia”. In poche parole, come vederemo, c’è tutta la storia di quest’uomo.

Secondo questa targa sarebbe stato lui l’inventore niente meno che del motore a scoppio. Ma come è possibile? Tutti sanno che ad inventarlo fu un tedesco. Alcuni dicono Nicolaus Otto altri Karl Benz. Entrambi collegati al celebre gruppo industriale Daimler che da allora costruisce automobili tra le più famose al mondo. Ma se le cose stanno così, cosa c’entra tra questi grandi, Eugenio Barsanti, che per di più era un religioso della congregazione degli Scolopi?

Cerchiamo di scoprirlo.

Leggendo la data di nascita, sappiamo che nacque proprio duecento anni fa da una famiglia della piccola borghesia e, dai racconti pervenutici, conosciamo che il piccolo Eugenio era un ragazzo timido, ma molto studioso e appassionato di fisica e di matematica.

Il fanciullo prometteva bene a scuola, ma mandarlo avanti negli studi non era una cosa così semplice, specie per una famiglia modesta. Però il ragazzo valeva e così si decise di mandarlo dai padri Scolopi, da sempre predisposti alla educazione dei giovani, conosciuti anche per la loro ricerca scientifica un po’ in tutti i campi del sapere.

Bravo negli studi, ben presto Eugenio si diploma e intraprende la carriera di insegnante, ma con l’abito religioso avendo preso i voti religiosi nel 1845.

Amante dello studio e della scienza era curiosissimo di tutto ciò che accadeva nel resto d’Europa. Seguiva con attenzione le prime attuazioni pratiche della elettricità e soprattutto dell’energia a vapore che stava rivoluzionando l’industria del Continente.

Intanto il problema di quest’ultima invenzione produceva quello che oggi chiameremo problema di sostenibilità ecologica, creando i primi problemi all’ambiente, specie per le forti concentrazioni di inquinamento nelle grandi città; e Londra ne era un chiaro esempio di quei tempi.

Barsanti fu tra i pochi che segnalarono questo problema, ma i tempi non erano assolutamente ancora maturi per una sensibilizzazione del problema.

Bisognava trovare una soluzione, ma quale?

L’idea venne al giovane padre scolopio leggendo gli appunti di Alessandro Volta che, solo alcuni decenni prima, aveva rivoluzionato il mondo della scienza con la scoperta dell’elettricità e l’invenzione della pila.

Tra questi scritti, la sua attenzione fu attratta da uno in particolare, apparentemente minore. Alessandro Volta aveva notato come immettendo in uno spazio chiuso un composto di gas infiammabile e attaccando una scarica elettrica, il composto generava un’esplosione.

Era nata, senza saperlo, l’idea che avrebbe rivoluzionato il mondo; la legge fisica del motore a scoppio.

L’idea c’era, ma la strada da percorrere era ancora lunga e, come vedremo, non priva di ostacoli.

Il Barsanti intuì che la detonazione poteva generare anche un movimento, ad esempio in una motrice, utilizzando materiali infiammabili come l’idrogeno e il metano.Questi due ultimi erano stati scoperti da poco scoperti e del cui uso ancora non si sapeva cosa farne, solo il metano trovava la sua utilizzazione ed era quella di accendere i lampioni per le strade.

Molto poco, visto che alla luce delle sue proprietà poteva essere usato per spingere le locomotive, risparmiando le tonnellate di carbone necessarie per avviare un motore a vapore non certamente “Green”.

Più i giorni passavano e più nella mente del giovane scolopio si accendevano una serie di nuove soluzioni per una ipotetica macchina, già proprio quest’ultima era il primo vero problema.

Per sapere se le idee erano giuste bisognava infatti provarle e per questo occorreva un prototipo su cui lavorare.

A quel punto poteva rimettere i suoi sogni e le sue speranze nel cassetto, occorrevano molti soldi per il prototipo e quelli certamene a differenze delle idee non c’erano proprio. 

A volte, però, la fortuna arriva quando uno meno se lo aspetta.

Essendo stato trasferito nel 1851 a Firenze, ebbe l’opportunità di conoscere un giovane ingegnere idraulico, Felice Matteucci, il quale sentendo le spiegazioni del Barsanti si entusiasmò all’idea di poter creare un motore più compatto, efficace e sicuramente più conveniente di quello a vapore.

Una invenzione che avrebbe cambiato il mondo e, cosa che non guasta di certo, fare anche tanti soldi. 

Grazie alla vocazione imprenditoriale di Matteucci si poté realizzare concretamente un prototipo funzionante, dimostrando che l’idea del Barsanti era valida.

Ora, finalmente si poteva procedere alla sua realizzazione su scala industriale, mancava solo la un piccolo particolare, brevettare l’invenzione.

Più facile a dirsi che a farsi.

Nell’allora Granducato di Toscana non esisteva un ufficio brevetti.

L’unica possibilità era presentarla alla prestigiosa Accademia dei Georgofili, di fama internazionale per certificarne almeno l’idea e ciò avvenne il 4 ottobre del 1853. Ora anche questo ostacolo era superato, ma solo formalmente purtroppo. Infatti, la certificazione non era un brevetto e non avrebbe impedito ad altri inventori nel mondo di rubare l’idea ai due toscani.

Bisognava assolutamente brevettarla.

Dopo qualche mese, con grandi sacrifici, riuscirono a presentarla in maniera ufficiale presso la capitale della nascente rivoluzione industriale, Londra.

Il brevetto, numero 1072, ebbe la diciturametodo nuovo o migliorato di applicare l’esplosione di gas come forza motrice, e così venne certificato e pubblicato sul Morning Journal di Londra, dimostrando che Barsanti e Matteucci erano a tutti gli effetti i primi ad ideare un motore a scoppio.

I due inventori si sentivano finalmente già pronti per fare della loro invenzione una grande conquista tecnologica per l’industria italiana che stava nascendo in quegli anni, ma qualcosa ancora mancava.

Sembrava quasi una tortura che non finiva mai. Appena si superava un ostacolo ecco arrivarne un altro e quest’ultimo era il più difficile.

Se il primo prototipo era servito per dimostrare la validità di una idea, adesso mancava un motore vero e proprio che generasse energia.

Le storiche Officine Bernini di Firenze ne costruirono il primo modello dalla potenza di 20 cavalli che venne presentato al pubblico il 19 settembre del 1860, ben sei anni dopo aver brevettato il progetto, suscitando un grande entusiasmo.

Non c’era bisogno di far mandare in pressione una caldaia consumando decine di chili di carbone per il suo avviamento, bastava semplicemente girare una chiave e il motore come per incanto si avviava.

Era un motore alquanto semplice, un bicilindrico a tre tempi che utilizzava una miscela di idrogeno ed aria per creare una forza motrice e, cosa non da poco, era assai più economico del vapore, si pensi che per generare potenza con questo motore bastavano allora solo 2 centesimi, mentre con il vapore ne occorrevano almeno 12 di centesimi.

Una vera e propria rivoluzione, specie per l’Italia che non aveva materie prime e né tanto meno il carbone, a differenza dell’idrogeno e del metano che potevano essere prodotti su larga scala anche da noi.

Sul mercato europeo si affacciava intanto un altro competitore, il motore belga Lenoir, presentato nel 1859, meno efficiente dì quello di Barsanti, ma con un pregio in più: aveva finanziamenti importanti, una grande rete di marketing e di pubblicità, enormi per quei tempi e, certamente, il motore dei due toscani non poteva competere con il loro prodotto autarchico senza soldi e senza un apparato industriale alle spalle.

Ciò nonostante trovarono proprio dal Belgio un offerta importante; la compagnia John Cockerill era interessata al modello toscano e volle creare uno stabilimento per costruire una versione perfezionata del loro motore.

Barsanti si trasferì allora a Seraing, in Belgio, per avviare i lavori del nuovo motore, mentre Matteucci rimase a lavorare a Firenze, ma proprio quando il futuro sembrava sorridere loro dopo tanti affanni, Barsanti contrasse il tifo e il 30 marzo 1864 morì a soli 43 anni, dopo una breve agonia.

Matteucci fu costretto a seguire sia lo sviluppo tecnico del motore che la gestione imprenditoriale, ma grazie al duro lavoro, riuscì finalmente a raccogliere i frutti vendendo i primi motori.

Decisamente, però, l’invenzione non era nata proprio tra i migliori auspici.

Pochi anni dopo la morte di Barsanti, nel 1867, all’esposizione universale di Parigi veniva presentato il motore tedesco Otto-Langen assai simile a quello dei due toscani, solo che usava idrocarburo liquido derivato dal petrolio, oggi comunemente chiamato benzina, in questo modo, piuttosto di aver bisogno di serbatoi ad alta pressione, la benzina era un prodotto stabile a temperatura ambiente e, soprattutto, più facile da produrre in quantità elevate.

Detto questo, le troppe similitudini tra i due motori non poteva essere una casualità, e, nonostante che molti giornali anche europei, davano ragione al motore toscano, la battaglia legale contro i tedeschi logorò fisicamente ed economicamente Matteucci che di lì a poco dovette dichiarare bancarotta.

Il motore a 20 cavalli 2 cilindri e 3 tempi divenne con il tempo solo una curiosità tecnica e nulla più, mentre il motore tedesco conquistava il mondo.

In appendice dii questa storia, riportiamo in breve una lettera ancora attualissima che padre Barsanti scrisse a papa Pio IX, presentando il suo progetto, da religioso espose al Santo Padre anche i suoi dubbi morali.

L’inventore si disse angosciato perché intuiva che il motore a scoppio avrebbe certamente cambiato il mondo, attraverso macchine sempre più perfette, ma che avrebbe trasformato anche le anime degli uomini.

Barsanti comprese che la sua invenzione avrebbe alienato gli uomini dalla spiritualità ed alimentato il materialismo nel mondo che, fin dall’Illuminismo, aveva cominciato a erodere le basi della civiltà occidentale.

Mai profezia fu più indovinata.

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