Sfida

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Può certamente sembrare ovvio dire, come fa il dizionario, che il termine scelto, sfida, sia un sostantivo del verbo sfidare. Ovvio perché il punto di partenza per la comprensione di un vocabolo è stabilirne la derivazione. Subito dopo viene l’analisi dei modi con i quali si manifesta l’uso della parola, il suo connotarsi nel linguaggio sia scritto che parlato, in quel fluire che è proprio della nostra quotidianità.

Avviamoci allora in questa direzione. Dunque il riferimento che subito richiama la parola sfida è quella del misurarsi con qualcosa o con qualcuno. In sostanza un mettersi alla prova singolarmente o in un contesto plurale. Possiano allora dire che la sfida può riguardare una battaglia, un duello, una gara e qualsiasi altra competizione. Una sfida può essere lanciata, accolta respinta, rifiutata. Una volta, molto tempo fa, il lanciare una sfida consisteva nell’inviare una lettera da parte dell’offeso all’offensore per sfidarlo, normalmente con riferimento a questa usanza, peraltro mai scomparsa del tutto, a duello. Nella nostra quotidianità questo mezzo di risoluzione di un confronto non è più ammesso dalla legge, anche se altri metodi di scontro, sfida, o peggio sopraffazione sono emersi e sembrano non smettere di evolvere.

Il “luogo” per così dire nel quale si attua la maggior parte delle moderme sfide è in particolare quello dello sport. Ed è di regola l’atto con cui un atleta invita un avversario a gareggiare con lui; ad esempio, l’atto con cui un pugile affronta un altro che sia detentore di un determinato titolo.

Di sfida si parla anche nel senso di provocazione, ovvero di atto che ha lo scopo di suscitare comunque una reazione da parte di altre persone. Si pensi ad uno sguardo, un gesto, anche un discorso. Si fa riferimento all’azione del provocare, al fatto di essere provocato. Nel diritto penale la provocazione costituisce una circostanza attenuante prevista per chi ha reagito in stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui; nei delitti di ingiuria e diffamazione, la provocazione agisce come causa di esclusione della pena, quando la reazione avvenga subito dopo il fatto ingiusto.

Ancora nel diritto pubblico medievale, le rappresaglie furono regolate da norme intese a determinarne l’esercizio. Così, perché si facesse luogo alla rappresaglia, gli statuti cittadini talora esigevano che l’offeso mandasse al suo avversario, per mezzo di un messo, una sfida detta “diffidantia”, scritta da un notaio alla presenza di tre testimoni, e talora richiedevano che dovesse intercorrere un lasso di tempo, prima di iniziare le ostilità. Tutto ciò aveva il fine di porre un freno ai mezzi violenti di tutela dei propri diritti, che erano tuttavia ammessi dalla legge e in quelle lontane epoche piuttosto diffusi.

Questa l’analisi del termine. Il riferimento alla nostra vita quotidiana ha in qualche modo il tono di una sfida, potremmo dire, ma riguarda quella che l’umanità si trova a dover affrontare nei confronti dei cambiamenti climatici sempre più accentuati e rapidi. La consapevolezza che molti atti dell’uomo hanno alterato l’equilibrio del sistema Terra e le conseguenze di questo sono dinanzi a noi come aggravamento delle condizioni fisiche di molte parti del globo, in un crescente e dissennato aumento dell’inquinamento, dei rifiuti, dello sfruttamento senza quartiere delle risorse anche esse tutt’altro che infinite e solo in parte rinnovabili.

La sfida più che con l’ambiente i cui cambiamenti se incontrollabili sono in grado di farci sparire come umanità tutta, è certamente quella che si crea con il tempo sempre più tiranno per fermare il degrado o rallentarne gradualmente gli effetti. Ma, soprattutto, è quella di veder convergere l’azione di tutti gli uomini, in ogni parte del pianeta, nella direzione di un più equilibrato utilizzo delle risorse che ci vengono messe a disposizione.

Ed è questa che appare allo stato attuale la sfida più grande. Come in un condominio che si rispetti, però, assistiamo ad un continuo accusarsi a vicenda di essere i peggiori inquinatori, utilizzatori e via dicendo, oppure di portare la responsabilità storica dei gravi mutamenti che ci appaiono quasi ogni giorno ddai poli all’equatore. I poveri accusano i ricchi, i ricchi guardano dall’alto i poveri, i giovani attaccano i vecchi, i vecchi se la prendono con i giovani che vogliono tutto e subito. Gli uni con gli altri armati insomma, mentre le sozluzioni vanno ricercate in modo graduale ed quilibrato.

Non si può pensare che i sogni dei giovani e le scelte che propongono possano essere patrimonio comune nell’immediato. Occorreranno passi e passi nella direzione che essi indicano e questa si che è giusta. Ma va ricordato che il tema dell’impatto dell’uomo sul pianeta non nasce per le iniziative di Greta o dei ragazzi dei Friday for future. Essi sono oggi i nipoti di coloro che questi mutamenti cominciarono a studiare e analizzare con preoccupazione molte decine di anni fa. Se qualcosa si è fatto, se i passi avanti sono possibili è anche per studi, approfondimenti, tentativi condotti da molto tempo. L’arricchirsi degli strumenti tecnologici, le possibilità di vedere anche in senso letterale che cosa sta accadendo nel pianeta è uno dei più grandi passi in avanti che vengono da lontano. I figli dei fiori di una volta sono gli scanzonati ed irriverenti giovani che accusano senza peli sulla lingua i grandi della terra. Ma sono questi ultimi che dovranno poi imprimere la spinta al cambiamento e questa richiederà tempo, gradualità e grandi scontri tra chi trattiene e chi tira avanti: le resistenze, anche se irrazionali e suicide ci sono e vanno contrastate passo dopo passo. Quella che abbiamo davanti è certamente una sfida vera, la sfida della nostra sopravvivenza e contro i nostri stessi mezzi capaci di rovinare l’equilibrio instabile che costituisce da sempre la vita come la conosciamo! 

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