Archeologia e industria, due mondi lontani a confronto

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La XXIII edizione della Bmta da domani al 28 novembre. Il ricordo di Khaled al Assad

L’eco del passato, il racconto che le vestigia di quel che fu migliaia di anni fa raccontano,  fa parte della nostra cultura e tanto più di fronte ai tentativi di cancellare, far dimenticare, distruggere ciò che è stato pensando di favorire il presente. Chi non ricorda il passato è condannato a riviverlo, disse una mente illuminata qualche decennio fa. Di fronte a quanto sta accadendo nuovamente in Afghanistan, al tentativo di cancellare e seppellire quanto non è in regola con la legge coranica offende prima ancora che il senso della decenza, la stessa cultura islamica e le sue menti più consapevoli. Ma non ci riteniamo noi occidentali al di fuori di questa regressione.

La cosiddetta cancel culture, in nome del risveglio delle antiche culture oppresse da colonizzatori e vincitori, sta mostrando il peggio di sé proprio negli Stati Uniti dove si è generata e in tutti  gli altri paesi che ne seguono il pessimo “esempio”. E’ una malintesa ricerca delle origini. La storia con i suoi lati positivi e i suoi danni va ricostruita sulla base di ciò che c’è. La distruzione dei segni dell’oppressione può essere comprensibile ma non la cancellazione di quello che è stato. Pensiamo all’impero romano, alla sua mirabile costruzione legislativa e sociale, alle sue pagine nere di violenza e di oppressione: potremmo tentare di distruggere il Colosseo perché in esso si svolgevano i combattimenti a morte tra i gladiatori o perché in esso venivano mandati a morire i cristiani e i nemici?

Da secoli lo studio e la conoscenza di manufatti grandiosi come questo ma anche di reliquie del passato sepolte sotto le sabbie o nascoste dalla mano dell’uomo nel suo incessante e a volte dissennato tentativo di modificare la natura, permette di conoscere, di capire, di sentire meno antichi modi di essere, fenomeni sociali, evoluzioni di culture. Cancellare il passato non riporta in vita quel che è stato distrutto, ma compromette la possibilità stessa di conoscerlo e di ritrovarlo. Spesso negli scritti di viaggiatori ed anche di soldati non di primo piano, possiamo trovare tesori di conoscenza ed elementi di approfondimento da vagliare e che possono aiutarci nel cammino a ritroso che serve a stabilizzare spesso le fondamenta del presente o a rendere meno misteriosi fatti e misfatti di quel passato antico che deve essere lì, che non può e non deve essere dimenticato pena la cancellazione delle nostre stesse radici e della nostra stessa cultura. Proprio i romani antichi pur conquistando e distruggendo i nemici non ne cancellarono mai usi e costumi proprio in ossequio alla conoscenza come arma principale per costruire e tenere in equilibrio società e rapporti tra società diverse anche lontane.

Ecco perché, come ogni anno da allora, la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico giunta alla sua ventitreesima edizione – che si svolgerà dal 25 al 28 novembre prossimi –   ricorda con onore e con ammirazione per il suo coraggio sino al sacrificio della vita, Khaled al Assad direttore dell’area archeologica e del Museo di Palmira dal 1963 al 2003, barbaramente trucidato dai miliziani dello stato islamico mentre si opponeva alla distruzione dell’antichissima e spettacolare città sulle rotte carovaniere che dalla Siria si inoltrano nell’attuale Iraq e che conducevano attraverso l’Iran sino alle steppe del centro dell’Asia. Quelle stesse rotte seguite dalle armate di Alessandro Magno, poi dei re persiani e in buona parte anche dall’esercito romano.

Il suo cammino su questa terra è stato interrotto con ferocia opposta alla sua mite fermezza, ma il suo lavoro e le sue conoscenze sopravviveranno e fanno da cornice alle continue scoperte che gli archeologi portano alla luce nelle zone antichissime che videro sorgere gli imperi mesopotamici delle cui storie e culture è debitrice la cultura mondiale. Terre dunque dove è passata la grande Storia dell’umanità antica e che oggi sono purtroppo in gran parte devastate da guerre, scontri tribali e ambizioni distruttrici. Ma l’eco della grandezza non si spegne malgrado distruzioni, sfregi e offese oscurantiste ed accade così che il lavoro degli archeologi, un posto importante spetta a quelli italiani, riesca a riportare alla nostra vista qualcosa di spettacolare ed inimitabile salvato dalle sabbie del deserto e dal tempo e sottratto perciò alla furia distruttrice.

E’ quanto è accaduto nel Kurdistan iracheno, enclave relativamente pacifica nel nord dell’Iraq, dove una missione di scienziati provenienti dal Friuli Venezia Giulia ha scoperto una decina di rilievi assiri, riportandoci alla mente quell’antichissimo impero orientale le cui memorie e ricordi sono presenti in tutte le opere letterarie e storiche dell’antichità nonché nei testi religiosi.

Quello che gli scavi hanno riportato alla nostra conoscenza ha avuto il riconoscimento dedicato proprio alla memoria di Khaled al Assad, che sarà assegnato in occasione della sesta edizione  dell’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, il Premio promosso dalla Borsa e dalla rivista Archeo che si terrà a Paestum nel quadro della Borsa  dal 25 al 28 novembre.  

Si tratta dell’unico riconoscimento a livello mondiale dedicato al mondo dell’archeologia e in particolare ai suoi protagonisti, gli archeologi, che con sacrificio, dedizione, competenza e ricerca scientifica affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti a servizio del territorio. Proprio allo scopo di dare il giusto tributo alle scoperte in ogni angolo del mondo la Borsa ed Archeo  hanno promosso il Premio annuale  assegnato in collaborazione con le testate internazionali, e tradizionali media partner: Antike Welt (Germania), Archéologia (Francia), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito),Dossiers d’Archéologie (Francia) e da quest’anno anche con British Archaeology (Regno Unito) la testata del prestigioso Council for British Archaeology.

Nel 2020 le cinque finaliste dello scorso anno candidate sono risultate in Cambogia la città perduta di Mahendraparvata capitale dell’impero Khmer nella foresta sulle colline di Phnom Kulen a nord-est di Angkor; in Iraq, nel Kurdistan iracheno presso il sito di Faida, a 50 km da Mosul, dieci rilievi rupestri assiri, gli dei dell’Antica Mesopotamia; un  Israele, a Motza a 5 km a nord-ovest di Gerusalemme, una metropoli neolitica di 9.000 anni fa; in Italia, a Roma il nuovo tesoro emerso nella Domus Aurea, la Sala della Sfinge; sempre nel nostro paese, nell’antica città di Vulci, una statua di origine etrusca raffigurante un leone alato del VI secolo a.C.

Su tutte, però, è apparso evidente il valore dei “dieci rilievi rupestri assiri ascrivibili al VIII-VII secolo a.C. A portarli alla luce  il team di archeologi “IAMKRI Italian Archaeological Mission to the Kurdistan Region of Iraq”, coordinato da Daniele Morandi Bonacossi dell’Università di Udine con la Direzione delle Antichità di Duhok guidata da Hasan Ahmed Qasim.

Si tratta di pannelli imponenti, grandi 5 mt e larghi 2 mt, scolpiti lungo un antico canale d’irrigazione lungo 8,5 km, alimentato da un sistema di risorgenti carsiche, oggi sepolto sotto spessi strati di terra depositati dall’erosione del fianco della collina. Ma nell’antichità dal canale si diramava una rete di canali più piccoli, che consentivano di irrigare i campi circostanti, rendendo ancora più fertile le campagne coltivate nell’entroterra di Ninive, capitale dell’impero.

La mitologia assira raffigurata sulla roccia è un campionario significativo di divinità e animali sacri. Le figure divine rappresentano il dio Assur, la principale divinità del pantheon di quel popolo, su un dragone e un leone con corna, sua moglie Mullissu, seduta su un elaborato trono sorretto da un leone, il dio della Luna, Sin, anch’egli su un leone con corna, il dio della Sapienza, Nabu, su un dragone, il dio del Sole, Shamash, su un cavallo, il dio della Tempesta, Adad, su un leone con corna e un toro e Ishtar, la dea dell’Amore e della Guerra su un leone.

A ricevere il premio sarà Daniele Morandi Bonacossi, Direttore della Missione e Ordinario di Archeologia e Storia dell’Arte del Vicino Oriente Antico dell’Università di Udine, allapresenza di Fayrouz, archeologa e figlia di Khaled al-Asaad. Alla stessa scoperta anche lo “special Award” ,riconosciuto dal pubblico sulla pagina facebook della Borsa.

La XXIII edizione della Borsa ha peraltro dato inizio ad una nuova grande iniziativa legata alle scoperte in archeologia con la prima Conferenza Mediterranea sul Turismo Archeologico Subacqueo, intitolata alla memoria di Sebastiano Tusa, al cui nome è stato anche intitolato il Primo Premio di Archeologia Subacquea. L’iniziativa si + sviluppata in collaborazione con la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, della Fondazione Sebastiano Tusa, del Centro universitario europeo per i beni culturali di Ravello, di ICOMOS Italia, del Nias (Nucleo per gli interventi di archeologia subacquea dell’ICR (Istituto centrale per il restauro del Mibact, del Parco archeologico dei Campi Flegrei, dell’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee, dell’istituto Italiandi di Archeologia Subacquea, dei Gruppi Archeologici italiani e dell’Archeoclub d’Italia.

La presenza dei primi quattro enti assume particolare rilevanza per la certificazione di una rete di siti sommersi ricompresi nel Programma degli Itinerari Culturali avviato dal Consiglio d’Europa oltre trent’anni fa con al centro i valori del consiglio stesso, ovvero diritti umani, diversità culturale, scambi interculturali alla riscoperta di terre e popoli legati tra loro da un’antichissima storia e da un patrimonio comune malgrado le difficoltà attuali e le divisioni anche artificiali attuali.  Una rete che unisce idealmente Campania, Puglia, Sicilia, Egitto, Grecia, Israele, attraverso i siti di Baia, delle Tremiti, di Ustica-Pantelleria, di Alessandria d’Egitto, di Pavlopetri e di Caesarea Marittima.  

Luoghi spesso sottoposti ad interventi ed esplorazioni in assoluta libertà, senza protocolli specifici, senza rispetto dei resti antichi e senza alcuna salvaguardia dell’ambiente marino in delicatissimo equilibrio, fragile e sensibile al turismo di massa. Di questo aspetto cruciale si occupa la richiesta di certificazione al Consiglio d’Europa di una a vara carta di Itinerario Culturale Europeo a sostegno delle località e a difesa dei luoghi nel segno della tutela, delle esperienze autentiche e della sostenibilità.

L’edizione di questo 2021, che raccoglie e testimonia il mancato appuntamento del 2020 e della scorsa primavera a causa della pandemia, avrà anche un’altra particolarità: sarà ospitato in un luogo particolare, un manufatto di “archeologia” industriale questa volta, testimonianza vivente della rivoluzione tecnologica e di ciò che ne resta in termini storici e culturali: il Tabacchificio Cafasso un complesso di strutture  e di opicifi a non molta distanza dall’area archeologica, nel Borgo omonimo, centro rurale sorto agli inizi del secolo scorso e sviluppatosi intorno agli impianti produttivi, a disposizione finalmente della Città di Capaccio Paestum. Sarà la nuova sede della Borsa che dopo ventidue anni di vita trova, potremmo dire, finalmente casa dopo averci fatto viaggiare in lungo e in largo nel mondo antico. Per il sindaco di Capaccio Paestum Franco Alfieri quando sarà possibile al Comune si promuoverà l’acquisto della struttura, non solo per il suo valore storico e culturale ma per consentire alla città e al suo comprensorio archeologico di valore mondiale di avere un’area da poter mettere al servizio del pubblico interesse e all’altezza di questa zona. Una storia che ha oltre venti anni quando una indagine storico-urbanistica e progettuale, nata su proposta dell’arch. Fausto Martino nell’ambito di una ricerca di tesi della Facoltà di Architettura di Napoli e sviluppata secondo gli indirizzi forniti dalla stessa Soprintendenza che formulava per il manufatto industriale una proposta di intervento di restauro e riconversione a polo fieristico-espositivo per la promozione delle filiere produttive.

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