Aliquota

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La riflessione che conduciamo da qualche tempo attraverso la scelta dei termini più significativi di volta in volta in evidenza ci porta questa volta ad una parola certamente comune che risuona sotto vari significati in molpteplici aspetti della nostra quotidianità, sia in termini economici che finanziari e “finanche” fiscali.

Procediamo come di consueto con l’analisi del vocabolo nel dizionario. In linea generale l’espressione deriva dalla elisione del termine parte (aliquota). Con essa si indica ognuna delle parti uguali in cui è divisa o divisibile una somma; parte della somma dovuta. Ancora, con questo termine si indica la percentuale del reddito, del patrimonio o del valore imponibile, fissata dalla legge, in base alla quale si determina il debito individuale di imposta; è detta anche misura dell’imposta (se l’aliquota è costante, qualunque sia l’ammontare della ricchezza imponibile, l’imposta si dice proporzionale; se cresce con l’aumentare della ricchezza, si dice progressiva; se diminuisce, regressiva).

In sostanza l’aliquota è definibile anche come tasso che deve essere applicato alla base imponibile ai fini del calcolo dell’imposta. Con essa si indica  in quota la misura del prelievo fiscale: è costante quando rimane fissa all’aumentare del livello della base imponibile, come nel caso dell’a. IRES e delle a. IVA, progressiva quando aumenta all’aumentare della base imponibile, come avviene per l’IRPEF, regressiva in caso di diminuzione all’aumentare della base imponibile.

Il legislatore interviene sulla misura modificandola per agevolare o penalizzare determinate categorie di contribuenti o particolari operazioni commerciali. Può essere nominale, o legale, esprime quanto è dovuto dal contribuente per legge, mentre per avere un indicatore migliore dell’onere che grava sul contribuente si fa riferimento a quella effettiva. Nel caso di imposte dirette, per esempio quella nominale si applica su una base imponibile rappresentata dal reddito lordo, quella effettiva su una base imponibile al netto di eventuali deduzioni o agevolazioni. Quella media rappresenta quanto è dovuto in media dal contribuente per ogni unità di base imponibile; si calcola facendo il rapporto fra il debito d’imposta e la base imponibile e viene utilizzata per misurare il peso dell’imposta. Quella marginale poi designa, invece, quanto è dovuto dal contribuente per un’unità aggiuntiva di base imponibile. Cioè quanto varia il debito d’imposta al variare della base imponibile ed è utilizzata per valutare gli incentivi dell’imposta. L’aliquota marginale effettiva è pari alla variazione dell’imposta netta al variare del reddito complessivo ed è rilevante per valutare gli effetti di incentivo o disincentivo dell’imposta alla produzione del reddito. La progressività dell’imposta è indicata dall’incremento della media. Essa non va confusa con la progressività, l’imposta, infatti, può essere progressiva anche quando l’aliquota è costante, in presenza di deduzioni fiscali.

Quanto precede per quanti si devono occupare di dichiarazione dei redditi non è mai familiare ma fa parte della realtà da affrontare ogni anno e molte volte durante l’anno. Tale è l’immanenza che raramente ci si riferisce ad essa come ad un fattore positivo. L’esperienza dimostra infatti che raramente si assiste ad una diminuzione effettiva di essa e che di conseguenza il suo risultato è quasi sempre non solo non inaspettato, ma costantemente vituperato dagli addetti ai lavori che con essa e con tutte le sue infinite varianti devono avere a che fare.

Nella stagione che viviamo si fa un gran parlare di aliquote, in un costante ballo, in un’altalena di variazioni, di riferimenti a quella che sale, a quella che scente, a quella che varia spesso in continuazione. Un costante mutare con signficative ripercussioni sulla vita di ognuno, sul suo reddito, sulla gestione stessa di esso. Di aliquote si parla praticamente per ogni aspetto economico che riguarda il cittadino, il suo reddito, le sue scelte finanziarie, tanto che potremmo dire che il riferimento ad una aliquota sia corredo ineliminabile per ognuno di noi. Dal valore che essa assume possiamo capire che cosa capita a quanto portiamo a casa mese dopo mese, anno dopo anno. Ma di aliquote si parla anche quando decidiamo di acquisire un bene, da una casa sino ad un elettrodomestico. C’è sempre un’aliquota in agguato che può essere pesante o agevolata come nei casi di acquisti rateali e rendere più semplice o più oneroso (questo il caso comunque prevalente) il nostro impegno finanziario.

Molto più raramente il termine può essere impiegato, sempre in relazioni a questioni finanziarie, per indicare quanto i nostri beni possono rivalutarsi o quanto i nostri soldi investiti possano fruttare. Sono circostanze sulla base delle quali un semplice cittadino poteva comprendere con una battuta quanto di positivo vi era in quello che stava intraprendendo. Usiamo volutamente il passato nel verbo perché da molto tempo a questa parte, sicuramente in Italia, il vantaggio di un’aliquota non esiste, essendo i tassi di riferimento pressoché azzerati nella maggior parte dei casi, dimodo che la positività la si potrebbe capire soltanto in presenza di risorse economiche ed investimenti a troppi zeri, mal conciliabili con le condizioni nelle quali si trova la stragrande maggioranza della popolazione.

In buona sostanza, il valore strumentale del termine,la sua apparente asetticità, si manifesta per i cittadini soprattutto come un riferimento non felice all’andamento sia del proprio lavoro, sia di tutti i costi che quotidianamente siamo costretti a sopportare!

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