Italiano ucciso: la sua colpa era di essere bianco e l’assassino nero

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New York, una notizia ignorata per non essere giudicati razzisti

Immaginiamo per un attimo questa scena: New York, un uomo bianco uccide un ragazzo di colore per derubarlo. Nel giro di poche ore, la notizia è ormai su tutti i giornali americani e ha già varcato l’Oceano.

Manifestazioni in tutto il mondo vengono organizzate con plateali genuflessioni in memoria di questo povero ragazzo che ha avuto l’unica colpa di essere nero.

Il razzismo non fa sconti è sempre in mezzo a noi – si dirà – per giustificare, come lo scorso anno, le manifestazioni violente con assalti e furti nei negozi.

Il movimento Black Lives Matter, si mobilita per protestare conto questa ennesima violenza verso i neri e centinaia di giornalisti vengono sguinzagliati per trovare notizie del killer e sbatterlo come un mostro in prima pagina.

Fin qui una storia tutta inventata, ma non fuori dalla realtà se i soggetti sono scambiati nei rispettivi ruoli.

La cronaca, quella vera, racconta che lo scorso mese, dopo una serata con gli amici, un giovane medico italiano, Massimo Giri, in quei giorni a New York per un corso di specializzazione presso la Columbia University, stava tornado a casa, quando improvvisamente, come nei classici polizieschi, esce dall’ombra un uomo che lo assale, probabilmente per derubarlo, la vittima fa resistenza e il suo aggressore lo uccide selvaggiamente infierendogli numerose ferite da taglio.

Massimo muore quasi immediatamente, il killer fugge dal luogo del delitto, ma solo per trovare un’altra preda da derubare e la trova, per ironia della sorte, in un altro italiano, Roberto Malaspina, stessa tecnica usata poco prima, ma questa volta ferendolo solo in maniera non letale.

Non contento di queste due aggressioni, essendo probabilmente privo di soldi, aggredisce ancora una giovane coppia questa volta senza gravi conseguenze, ma ciò fortunatamente attira la polizia e l’aggressore viene arrestato.

L’indomani la notizia viene stranamente derubricata dai grandi giornali, addirittura in fondo alla foliazione, come fosse un piccolo caso di cronaca nera.

La giustificazione di tale mancanza di copertura giornalistica, anche se ovviamente non detta, è che il killer è un nero e, dunque, si rischia poi di passare per razzisti.

Intanto dell’assalitore si sa subito tutto: si chiama Vincent Pinkney di 25 anni, vive nel quartiere di Harlem e, al suo attivo, ha già un considerevole curriculum presso vari distretti di polizia cittadina.

Membro di una banda conosciuta per la sua aggressività, è arrestato più volte per crimini violenti, con brevi condanne, ma non passa molto tempo che finisce ancora in carcere nel 2012 per reati gravi, condannato esce, per sconto di pena, dopo soli quattro anni di carcere ed è di nuovo libero. Insomma, Vincent non è proprio un quello che si dice un angioletto.

Ciò che in questa storia amareggia, oltre ovviamente la morte di Massimo Giri, è l’omertà dei grandi network americani, tanto che per trovare la notizia bisogna cercarla solo sui notiziari locali, come scrive Federico Rampini inviato per il Corriere della Sera.

Ed è doloroso che un giornale come The N.Y.Times, considerato tra le vestali del giornalismo mondiale, si riduce, davanti ad un’opinione pubblica sempre più disorientata, ad una triste autocensura.

Ormai il giornale è sempre più dalla parte di quelle procure che rimettono in libertà, anche assassini, purché neri e attivando per contro una pessima promozione per la gente di colore assai negativa, dove la stragrande maggioranza è fatta di donne e uomini che lavorano duramente, educano i figli nel migliore dei modi e, soprattutto, vivono onestamente.

In questo modo, invece, non solo si rischia di mettere tutti sullo stesso piano, ma addirittura facendo passare le comunità afro americane per essere delle privilegiate davanti alla giustizia.

Una situazione che crea altro odio razziale, mentre, in realtà, sono proprio le minoranze che subiscono di più la violenza, come quei piccoli commercianti ispanici o vietnamiti che si sono visti i loro negozi distrutti durante le manifestazioni antirazziste di questi ultimi tempi.

Con questa politica definita permissiva, solo lo scorso anno, con la pandemia, gli omicidi sono aumentati del 42% e non solo a New York, ma tutte quelle città dove sono state abolite o ridotte di molto le spese per la polizia.   

Qualche voce dissenziente resiste isolata, ad esempio l’opinionista Bret Stephens, (prendiamo ancora da Rampini. NdR) una settimana fa ammoniva: “In passato quando la sinistra americana è stata lassista sull’escalation del crimine, ha favorito una potente riscossa della destra”.

Così, nelle recenti elezioni a sindaco di New York ha vinto il comandante della polizia, un uomo di colore, Eric Leroy Adams, con un voto plebiscitario, proprio di quelle minoranze escluse, di cui abbiamo accennato, che soffrono per questa situazione di violenza e di degrado istituzionale e vogliono essere difese nei fatti e non con gli slogan.

Per amara ironia, dopo morte di Massimo Giri, un editorialista del noto giornale, attaccava niente meno quei procuratori che non procedono speditamente a svuotare le carceri, nonostante una situazione di emergenza con il pericolo che possono ancora attuare atti criminosi. Un atteggiamento che ricorda molto una famosa nazione europea.

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