Il Quirinale e la democrazia matura

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L’elezione del capo dello Stato non deve essere arena per cambiare il paese

Non sappiamo ancora come le prossime settimane indirizzeranno la soluzione del combinato disposto tra governo ed elezione del presidente della Repubblica, tuttavia qualcosa ci soccorre. E’ il magistero dell’attuale capo dello Stato. Sergio Mattarella nel suo instancabile impegno per favorire la crescita della società, della politica, del paese nel suo insieme  – ne è ripova l’altissima popolarità raggiunta nel suo mandato e la fiducia in lui riposta – con la sua ferma opposizione ad un mandato bis, sta indicando la strada che una democrazia matura dovrebbe comprendere: occorre scegliere ed in fretta. Non si tratta di avere una rosa di nomi da snocciolare nelle prossime settimane, un insieme di papi che escono cardinali dal conclave, di prsonaggi insigni che vengono bruciati in questo gioco al massacro.

Il richiamo del capo dello Stato è che non si tratta di un gioco, ma di una scelta che deve informare i prossimi sette anni del paese. Il nuovo ospite del Quirinale deve fare propria la necessità più volte richiamata proprio da Mattarella di far crescere il paese ed i meccanismi con i quali la rappresentanza si trasferisce in modo equilibrato e civile da un partito all’altro, da un’area all’altra, in nome della comune visione di un paese al quale si chiede oggi di essere all’altezza del ruolo che la ritrovata centralità europea e mondiale merita. Per far questo occorre che le soluzioni siano frutto di scelte comuni, scevre da particolarismi e che si informino ad un fine condiviso da tutti: un rappresentante del Paese che sappia interpretarne senza opacità e senza tentennamenti la realtà ed il ruolo, individuarne i problemi, indiucare le possibili soluzioni e via discorrendo, in pratica possa indirizzare il sistema al dovuto e sperabile equilibrio che deve avere.

A fronte di questo che non è il solito messaggio, ma che in tempi di Feste natalizie, inevitabilmente si colora di speranza e di un futuro da costruire insieme, il quadro politico ed istituzionale appare incespicante o quanto meno agitato. Il governo ha impostato il cammino necessario ad usufruire della grande apertura di credito che l’Unione Europea riconosce al nostro paese nel quale si sono andate manifestando indicazoni positive. Questo cammino non deve interrompersi per nessun motivo. La sua parte onerosa che molti dimenticano consapevolmente, deve guidare le decisioni più importanti e non essere considerata un peso che rubescamente si prova a disinnescare. Se così fosse pochi mesi dopo l’eventuale elezione del premier Draghi al Colle, che lui stesso non ha mai nominato nel corso di questi mesi di lavoro, e dovendo scegliere il suo successore a Palazzo Chigi si tornerebbe al solito gioco dei giochi, dove anche le pulci per così dire hanno la tosse e quindi possono far sentire la loro presenza e il valore a volte determinante per quilibri difficili o rischiosi.

La richiesta pressante del bis di Mattarella indica proprio questo: la incapacità di prevedere un dopo che non sia rissoso e legato alle lotte tra e dentro le forze politiche. Invece di essere consapevole  visione della necessità di un equilibrio sommo. La ribadita opposizione a questo del presidente è proprio questo, il messaggio che arriva è che un paese maturo deve saper fare i conti con se stesso e rrovare le soluzioni. Altrimenti inevitabile è la conclusione che siamo ancora in mezzo ad un guado che si allarga invece di stringersi davanti a noi. E ripetiamo a settant’anni ed oltre dalla nascita della Repubblica che questo tema non sia stato ancora compiutamente consegnato alla storia, risulta sconcertante e in qualche modo anche preoccupante per il futuro.

Alla riflessione di Mattarella, infatti si assiste a qualche presa di posizione all’altezza della sfida e si richiama la necessità di trovare un equilibrio di alternativa e non di mutamento radicale del nostro modo di essere, mentre molta parte della pancia delle forze in campo pensa ad altro. Ora la libertà di pensiero è elemento irrinunciabile e sacro di una democrazia, ma la responsabilità di manternerla nell’alveo della razionalità e non abbandonarla al “selvaggio” che è in noi è altrettanto irrunuciabile e fondamentale. Per ottenere questo occorre che le opinioni e le dichiarazioni di ogni giorno non contraddicano quelle del giorno prima e che soprattutto non si continui a strizzare l’occhio nel farle, ovvero ad immaginare che una volta raggiunto l’obiettivo si possa agire liberamente. Sarebbe la peggiore delle circostanze e la dimostrazione evidente che non è la democrazia, lo stato, la Costituzione quello che vuole difendere, ma quell’humus fatto di nichilismo e di pressappochismo, di furbesco opportunismo che dopo decenni di esercizio democratico ritenevamo fosse un pallido ricordo. E’ scoraggiante invece vederne gli effetti quotidiani.

E’ in questo quadro che il paese affronta la stagione più complessa della sua storia, fatta di pandemia, di crisi politica e di rinnovamento delle istituzioni nel rispetto dei diritti e dei doveri costituzionali che nessuno, neppure in ipotesi, dovrebbe pensare di modificare a proprio uso e consumo.

Ci corre l’obbligo di ricordare una frase di Aldo Moro che abbiamo già rammentato qualche riflessione fa: questo Paese non si salverà se alla stagione dei diritti non si affiancherà quella dei doveri, che sono fondamento e garanzia dei primi ci permettiamo di aggiungere!

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