Il premier non si candida ma non si sottrae

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La difficoltà di uscire da un ingorgo istituzionale con molte sfide aperte

Chi immaginava che il presidente del Consiglio Draghi sciogliesse i vari nodi presenti nel quadro politico, economico e istituzionale in occasione dell’incontro di fine anno con la stampa, sarà rimasto certamente deluso o poco appagato. Il premier non ha sciolto alcuna riserva, che peraltro non si era mai posto, sulla sua candidatura al Quirinale, lasciando come spesso osservato ai partiti e alle forze sociali di trovare una strada. Per far questo ha chiarito ancora una volta il nocciolo del suo lavoro: avviare la macchina della ripresa tra impegni onerosi e finanziamenti che in gran quantità stanno cominciando ad arrivare dall’Unione Europea. In questro senso ha confermato che tutti i target più importanti, quelli strutturali sui quali si deve fondare il passaggio verso uno sviluppo di nuovo spessore e qualità, sono stati raggiunti e che gran parte dei programmi sono in corso di avviamento anche se rimangono alcuni nodi da sciogliere.

Tra le cose certe vi sono due elementi: da una parte il premier ha voluto sottolineare con grande umorismo il suo rimanere sino al 2023 al suo posto sorridendo alla domanda in tal senso; poi ha ricordato di essere “un uomo, anzi un nonno al servizio delle istituzioni”. Come a dire che pur nel pieno della sua azione conosce i propri limiti e che tuttavia ritiene di poter dare il suo contributo al paese. Quel Paese che grazie a lui viene ora considerato in modo più stabile e credibile sul proscenio internazionale, dove il suo prestigio personale è divenuto nazionale nel senso che con la sua guida molti dubbi e remore delle cancellerie si sono ridotti se non scomparsi. E qui sta il busillis. La nostra carta costituzionale, infatti, prevede un sistema fatto di vari punti di forza: il capo dello Stato come garante dell’unità della nazione, il Parlamento come luogo dove si esercita e si esprime la volontà popolare, il governo come istanza dalla quale promanano scelte e indirizzi in attuazione dei programmi di ripresa e resilienza.

Quelle che non prevede, e che affanna ormai tutti, è il fatto che si può essere presidenti della Repubblica, o premier, o parlamentari. Nello specifico, dunque non si può essere due cose in una assommando cioè le prerogative altrui, come poco opportunamente e con faciloneria si è spesso fantasticato da più parti. Se si intende mantenere il paese in equilibrio e senza forzare le regole del gioco, non si può ipotizzare un presidente della nazione che assommi in sé anche ruoli di governo e al tempo stesso occorre trovare la soluzione di un governo che possa attuare il programma prestabilito e per il quale l’attuale premier sta lavorando e si sta misurando con il consueto paese e la consueta politica che non sembra ancora essersi accorta della particolarità della situazione attuale che nulla ha in comune con quelle che l’hanno precedeuta.

Ecco allora che Draghi non ha voluto sciogliere un passaggio che spetta alla politica e alla Costituzione e quale civil servant non si permette di ipotizzare i suoi ruoli ma chiede alle istituzioni rappresentative e ai leader politici di trovare la quadra di questa che è certamente una pagina inedita della lunga e sfaccettata storia nazionale. Il nodo più pesante è che vi possa essere un governo efficiente e determinato fatto ad immagine del premier anche se il suo ruolo dovesse essere quello di più alta magistratura dello Stato. Un rebus di non facile soluzione di fronte alla rissosità e alla scarsa attitudine di tutte le forze politiche a pensare in modo istituzionale. Cioè a dire con il senso dello Stato proprio di chi si trova al governo del paese e ne conosce possibilità e debolezze e deve stare in equilibrio tra concessioni e compatibilità e in ossequio alle finalità che l’esecutivo si trova a dover soddisfare.

La sensazione più calzante, in questo momento, è che nessuno vorrebbe trovarsi al posto di Draghi come presidente del Consiglio per la mole del lavoro da fare e per la serietà da lui messa in atto spesso “contro tutto e tutti” e allo stesso tempo per i fini propri della politica vorrebbe ereditarne sia capacità che determinazione nel caso in cui per il premier dovesse ipotizzarsi l’arrivo al Quirinale. Come lo stesso premier ha sottolineato è un uomo, quindi in grado di assumersi le proprie responsabilità di governo come sta facendo; ma anche un nonno, al servizio delle istituzioni. Forse è soltanmto questa la piccola concessione, il piccolo spiraglio per la salita al Quirinale.

C’è però da dire che la sua figura anche a livello internazionale non è assolutamente sostituibile e che la fase che il paese attraversa – al netto ma non troppo della pandemia – richiede tutto il suo prestigio e la sua determinazione e scarsa dimestichezza (per fortuna) con la politica perché programmi e decisioni siano portate avanti senza incertezze. Non deve cioè dimostrare nulla a nessuno!

Ecco allora che l’interrogastivo di fondo rimane senza risposta per ora mentre le elezioni per il Colle si avvicinano e di fronte al secco no di Mattarella ad un bis almeno sino a quando il governo avrà attuato il suo programma.

Nessuna chiarezza viene dalla politica e dalle sue diverse espressioni in campo che sembrano ancora invischiate nella loro indecisione di fondo che potremmo sintetizzare con l’antico detto “non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca”! Naturalmente abist iniuria verbis e lungi dal voler esprimere qualsiasi valutazione men che rispettosa nei confronti delle donne e delle mogli!       

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