Ingorgo istituzionale, come uscirne?

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Quirinale e governo, Draghi e gli altri. Un gioco che rischia di trasformarsi in massacro

Il nocciolo della questione è molto chiaro, le vie per trovare la soluzione più ardue. Quel che da settimane sta accadendo nel mondo politico ed istituzionale nazionale è qualcosa di più di un insieme di elementi solo in parte coincidenti. Siamo in un vero e proprio ingorgo istituzionale dove la soluzione di un elemento rischia di portare sconquasso o comunque di complicare quelle degli altri aspetti di una vicenda sempre più intricata.

Pensiamo al di fuori dei fatti contignenti per un attimo. Normalmente la corsa per il Quirinale ha sempre avuto molti pretendenti veri o presunti, papabili o no, il balletto dei nomi e delle possibili candidature di bandiera prima, poi di schieramento, infine di valore, ha sempre contraddistinto il cammino di questa partita istituzionale, con il corollario che sovente i nomi sparati in primis sono soltanto dei ballon d’essai, vengono regolarmene bruciati non essendo in sostanza veramente candidabili. Un gioco di posizione che per ogni elezione dall’inizio della Repubblica ha segnato in un modo o nell’altro il procedimento in base al quale poi si è arrivati alla scelta finale.

La storia della nostra democrazia ha poi avuto negli inquilini del Colle dei veri e propri testimoni delle stagioni politiche nelle quali è avvenuta la loro elezione. Per qualche decennio questo meccanismo ha visto il predominio del partito democristiano, egemone nel paese e alle Camere e la regola non scritta del sostanziale confinamento del partito comunista in una opposizione forte ma fuori dalle stanze del potere. Questo è stato sempre vero ma lo è stato sempre solo in parte. Il partito egemone della sinistra, infatti, ha sempre avuto nel gioco democratico la capacità di far sentire la sua voce e il suo peso e proprio nella scelta del presidente della Repubblica si è verificato in anticipo sui tempi quel disegno politico che voleva inserire la sinistra della guerra fredda nel sistema di un paese in costante ricerca di un equilibrio sia politico che sociale.

Con il passare dei decenni, ogni presidente nel bene e nel male ha interpretato il proprio ruolo con la attenzione necessaria a quanto nel paese andava accadendo e questo ha comportato una lenta mutazione di un ruolo prima soltanto istituzionale, formale, in un qualcosa di diverso che a tutt’oggi non è ancora totalmente compiuto.

Se guardiamo e leggiamo la storia del Quirinale vediamo chiaramente questo lento ma inarrestabile cammino evolutivo. Ancora dentro le regole costituzionali ma sempre più vicino al limite da esse imposto. La forza degli elementi, dei mutamenti sociali e poi politici ha impresso infatti spinte poderose e per almeno vent’anni o qualcosa di più la lotta politica ha segnato sempre più chiaramente le scelte. Basti ricordare a questo proposito l’intento anche dichiarato ma non dettato da alcuna norma secondo il quale al Colle debba sedere comunque un candidato vicino o gradito alla sinistra parlamentare. Quasi un ostracismo verso soluzioni diverse un riflesso condizionato che rimanda al periodo della guerra fredda e del condominio ostile Dc-Pci, questa volta sottolineando che il tipo di destra che si è realizzato in Italia non è pienamente affidabile in termini democratici, almeno in alcuni dei suoi esponenti. Una petizione di principio che si è sempre scontrata con la maggioranza moderata del Paese.

Oggi, che le categorie politiche non sembrano più avere senso, che destra e sinistra sono tornate ad essere intese nel loro senso letterale ma che nelle Camere e negli enti locali la confusione dei ruoli tra moderati e progressisti non è sempre così adamantina da togliere dubbi, la sfida per la presidenza della Repubblica è divenuta un vero e proprio rebus.

Ma quel che rende assolutamente differente la situazione attuale, anche al netto della emergenza pandemica che condiziona le nostre vite e il funzionamento stesso delle istituzioni, è come dicevamo il rischio ingorgo. Questo ha un nome e un cognome: Mario Draghi. Il volerlo, infatti, al Colle quale garante delle riforme avviate dal suo governo che apriranno le porte ad uno dei più gradi aiuti economici e finanziari del dopoguerra deve misurarsi con la decisione irta di difficoltà di sostituirne la figura alla guida dell’esecutivo considerata difficilissima per l’indubbia autorevolezza e la capacità di andare avanti anche in contrasto con la rissosità delle forze politiche.

Un busillis di proporzioni enormi che trova difficoltà ed ostacoli nella difficile ricerca di un sostituto che sia come lui (nell’immaginario che sia lui stesso) in termini di decisionismo, di rapporti internazionali, di alta considerazione in tutti i consessi mondiali, nelle istituzioni finanziarie e in sostanza nei luoghi dove vengono decise le sorti del mondo stesso.

Dovendo scartare per ragioni costituzionali la possibilità di un esercizio anche momentaneo delle due funzioni, ci si trova dunque nel mezzo di un problema non artimetico, non geometrico, ma in certo modo potremmo dire quantistico, dove le variabili e le forze che agiscono divengono insondabili e per decriptare le quali occorre un nuovo sistema di rapporti politici e istituzionali che la crisi attuale della politica, unico vero dato certo, rende se non impossibile di incerta realizzazione, soprattutto in un momento così complesso dove tutte le variabili sembrano dirette nella stessa direzione ma senza che da esse scaturisca chiarezza e semplicità! Se è vero che nei momenti più difficili spesso avvengono cose che modificano e chiariscono il quadro in modo inimmaginale sino a poco prima, questo è uno di quelli. Dalla sua soluzione potrebbe scaturire un futuro di maggior equilibrio oppure un ulteriore e non augurabile ingarbugliamento. Non ci resta che sperare nel meglio!

Per ora buon 2022!        

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