Quorum

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Con l’inizio delle procedure per l’elezione del nuovo capo dello Stato, torna prepotente nella narrazione quotidiana quello che è stato un motivo conduttore quasi connaturato al voto per il Quirinale. Più che nelle elezioni politiche o amministrative dove se ne parla soltanto in termini di validità delle elezioni tout court, in quelle per il Colle la questione diviene non soltanto centrale, ma quasi un rompicapo se le condizioni di partenza o di arrivo dovessero mostrarsi complesse.

Fuor di metafora, parliamo di quorum. Seguendo come sempre l’indicazione concreta del dizionario con questo termine si indica il numero legalmente necessario per la validità delle adunanze di un organo collegiale. L’espressione deriva dalle parole iniziali di un’antica legge inglese, che stabiliva la presenza di un numero di determinati giudici per la validità del procedimento, ed è entrata nell’uso attraverso la pratica parlamentare. Per estensione, il termine è anche usato per indicare il numero minimo di voti necessario per l’elezione di un candidato, in senso generale. Riferito sia alla validità del voto sia alla relatività della procedura e delle maggioranze eventualmente necessarie alla deliberazione.

Se il senso compiuto di cui si parla deriva dal sistema britannico, da quella common law che ne è il fondamento, l’origine del vocabolo è di evidente discendenza latina. La traduzione viene dal genitivo, propriamente “dei quali”, plurale del pronome relativo qui, presente nella frase medievale “quorum vos … unum (duos) esse volumus «dei quali vogliamo che voi siate uno (due, e via dicendo.)».

Il numero legalmente necessario per la validità delle adunanze e delle deliberazioni di determinati organi collegiali, come ricordato e secondo il dizionario, può essere distinto in costitutivo (o strutturale), quello necessario per la validità delle adunanze di un’assemblea, e deliberativo (o funzionale), quello necessario per la validità delle deliberazioni. Il quorum, entrato in uso in Italia (così come anche il termine) nell’Ottocento attraverso la prassi parlamentare inglese, e poi quella francese, viene stabilito con una frazione del numero complessivo dei membri diversa per i varî organi, pubblici o anche privati, e per i varî oggetti di deliberazione (metà più uno dei componenti o dei presenti, due terzi dei componenti, e così via).

Il quorum può essere raggiunto, una riunione , un’assemblea può essere sospesa per mancanza del quorum necessario a decidere; ancora, può essere necessario in prima battuta per la stessa convocazione di una seduta: si parla di prima convocazione, poi di seconda e così via, con il correlato della precisazione del quorum via via necessario o sufficiente. Per estensione, si indica come quorum anche il numero minimo di consensi necessario all’elezione di un candidato.

E questo ci porta più vicino alla riflessione di queste righe. Infatti il meccanismo per l’elezione del presidente della Repubblica, secondo le norme costituzionali, prevede che nelle prime tre votazioni esso sia dei due terzi degli aventi diritto al voto. Poi tale livello scende nel tentativo di rendere possibile che uno dei candidato possa essere eletto.

Appare evidente che la carta fondamentale abbia posto delle norme che dovrebbero consentire che al Colle sia chiamata una personalità non divisiva, capace di coagulare una vasta maggioranza che si ritiene rappresentativa del volere del popolo italiano. Questa è sempre stata la base per così dire prepolitica e pre-parlamentare del sistema. Il corso dei decenni da Enrico De Nicola in poi ha mostrato in filigrana lo stato del Paese e la consistenza o meno di una maggioranza chiara e unitaria al fine di inviare al Quirinale chi potesse interpretare e guidare le istituzioni con il richiamo alla volontà di tutti o di una grande maggioranza dei cittadini.

I decenni che ci hanno preceduto hanno descritto un paese via via più diviso nel quale l’elezione del capo dello Stato è divenuta spesso mercanteggiamento, scontro o braccio di ferro tra diversi. E questi diversi hanno manifestato chiaramente e sovente la propria visione di fondo alternativa e ai limiti delle regole costituzionali. Va detto che sono state le personalità susseguitesi all’alta carica che hanno sempre riequilibrato il ruolo super partes loro attribuito riuscendo nel tempo ad aumentare la rappresentatività del Colle nell’immaginario degli italiani. E’ quello che ha disegnato nel suo saluto conclusivo del settennato, lo stesso presidente Mattarella.

Il tempo passato ha in un certo senso svincolato il ruolo del presidente rispetto a coloro che lo hanno eletto e ha consentito con questa maggiore libertà di azione di apportare nei fatti, non ancora nelle norme, il ruolo ad una funzione incidente e da protagonista nel mantenere l’unità della nazione e favorire la maggior rappresentatività a partiti e a coalizioni via via succedutesi. Nei momenti meno chiari e più difficili i cittadini si sono sempre rivolti al garante delle democrazia, al fulcro del potere di rappresentanza, chiedendo ad esso lumi e chiarezza di intenti a difesa delle istituzioni attaccate o soltanto minacciate.

E’ quello che si ritiene debba essere anche oggi il ruolo di equilibrio e di guida di chi salirà al Colle. Ai grandi elettori il dovere di non disperdere credibilità e autorevolezza della carica!

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