Il codice Quayola: scoprire nuovi linguaggi e nuove estetiche attraverso l’intelligenza artificiale

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Un affascinante viaggio tra arte e tecnologia, tra passato e futuro, tra classicità e mezzi di espressione visiva più futuristici.

Può un algoritmo tecnologico creare nuove forme d’espressione artistiche? E’ questa la domanda che il visitatore si pone varcando le soglie di Palazzo Cipolla a Roma per ammirare la mostra “Re-coding” di Quayola, tra i più importanti esponenti della media-art a livello internazionale.

Romano d’origine ma londinese di adozione, Quayola (al secolo Davide Quagliola) basa la sua espressività artistica sulla contaminazione tra le arti figurative e la tecnologia, in un dialogo costante con i grandi maestri dell’arte classica, invitandoci ad una riflessione sull’era digitale in cui viviamo.

Il punto di partenza del suo percorso artistico è la consapevolezza che qualsiasi immagine, prima ancora di essere osservata e compresa dall’essere umano, viene analizzata e scandagliata da sistemi computazionali.

Ma cosa vedono le macchine? Come osservano il mondo? Quanto questa continua mediazione tecnologica cambia il nostro modo di osservare il mondo?

Ebbene, Quayola partendo dall’heritage della nostra cultura visiva (immagini che possono andare dalla iconografia classica, alla tradizione della pittura di paesaggio, ai non finiti michelangioleschi) lo esplora con un apparato tecnologico e lo ripropone attraverso nuove modalità di sintesi visive.

In questa prospettiva, la tecnologia diventa un’opportunità per scoprire nuovi linguaggi. Come spesso dichiarato dall’artista, la tecnologia più che “il pennello” dell’artista e dunque un mezzo per sviluppare idee già chiare, “umane”, è un’entità con cui relazionarsi alla pari, come un “collaboratore”, per generare idee nuove. Si parla appunto di “tecnologia generativa”.

Come dichiara il Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele, Presidente della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale che promuove la mostra, Quayola utilizza gli algoritmi che governano il mondo digitale non soltanto e non semplicemente per creare delle opere d’arte, ma piuttosto per scandagliare il processo di ricerca che è alla base dell’opera stessa, per esplorare la moltitudine di possibilità di concretizzazione dell’idea creativa. Egli scompone e frammenta per riorganizzare e costruire nuovi canoni estetici del tutto nuovi

Il risultato è un’atmosfera galleggiante in uno spazio-tempo indefinito dove l’algoritmo matematico sviluppa, amplifica, espande, aumenta, accresce, acuisce, geometrizza, traduce e diserta il vecchio per concepire il nuovo, e il classico è senza tempo, contemporaneo.

Utilizzando sistemi di robotica, Intelligenza Artificiale (AI) e software generativi, Quayola trasforma la tecnologia computazionale in una nuova tavolozza. Dipinti rinascimentali e del barocco mutano in complesse composizioni digitali attraverso metodi computazionali, e sculture ispirate alla tecnica michelangiolesca del non-finito sono scolpite mediante mezzi robotici.

Seguono rappresentazioni della natura, prodotto di un’arte generativa che evidenzia l’affascinante, benché paradossale, somiglianza tra il mondo naturale e quello digitale. Esiste un simile processo “organico” nella vita naturale e in quella algoritmica: nei due regni della natura e del digitale che segue la propria logica autonoma e consente alla realtà di essere in constante mutamento. Con una natura artificiale così vicina nella sua verità al mondo naturale, Quayola inventa una nuova forma di Impressionismo.

Lo spettatore si trova così immerso in un Barocco digitale, dove i capolavori classici vengono decodificati e riproposti generando un’estetica del tutto nuova e di forte impatto emozionale.

Chi è abituato a concepire la tecnologia come qualcosa di asettico e disumanizzato rimarrà sorpreso: qui l’intelligenza artificiale si mette al servizio dell’atto creativo, offrendo all’artista ed ai suoi fruitori nuovi strumenti per esplorare l’ineffabile mistero del fare arte. 

La tecnologia diventa una nuova forma espressiva, per realizzare nuovi mondi visionari, in cui le definizioni si perdono nel confronto tra ciò che conosciamo e ciò che potremmo imparare a conoscere.

E, si badi, essa non si sostituisce all’uomo. Perché dietro la creazione di un’immagine, di un oggetto destinato ad un’esperienza umana e, dunque, a generare un impatto emotivo, rimane imprescindibile la scelta dell’artista che ha a che fare con l’inspiegabile, con il non programmabile, con l’umano appunto.

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