Contagio

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Puo sembrare singolare, ma il termine scelto arriva ad oltre due anni dall’inizio della pandemia. In diverse riflessioni si è sottolineato il senso della parola, il progredire della pandemia, gli sviluppi delle misure restrittive da un lato e dei tentativi della scienza e della medicina di trovare un rimedio o quanto meno uno strumento che potesse coadiuvare la lotta contro il virus. La parola contàgio arriva oggi perché lo scenario impresso dall’ultima variante, quella conosciuta come omicron, sta dando plasticamente il senso di una pandemia inarrestabile. Il paese, il mondo, hanno vissuto questi anni alle prese con questo nemico microscopico, insidioso e pericolosissimo.

Molte le azioni messe in atto per contrastare le condizioni di vita alle quali è stato necessario sottoporsi, una massa di numeri, di misure, di divieti e via discorrendo che hanno come oscurato, ma non eliminato, il dato centrale che ha fatto tale la pandemia: il propagarsi dell’agente virale nella popolazione, da essere umano ad essere umano. Ma oggi, come in un non augurabile risveglio ci troviamo a contatto con la parola nella sua più ampia accezione. Tutti rischiamo di essere colpiti dal virus, di esserne attaccati, tante e misteriose sono le vie nelle quali è possibile entrarvi in contatto. Pur se dall’inizio si è sempre parlato di contagio, mentre il virus colpiva con tutto il suo peso, anche letale, possiamo dire che la reazione generale è stata quella di rialzare la testa di fronte al nemico. Oggi, che il nemico secondo le evidenze scientifiche sembra avere caratteristiche meno mortali, almeno nei confronti di coloro che si sono vaccinati, avvertiamo intorno a noi di essrne in qualche modo circondati, minacciati da ogni dove. Ecco perché la parola scelta ha ripreso vigore e centralità.

Il termine deriva dal latino contagium, sostantivo che deriva dal verbo contingere, il cui significato è quello di “toccare, essere a contatto, contaminare», e che risulta composto dal prefisso con e dal vocabolo che discende dal verbo tangere, ovvero proprio quel toccare o in questo caso più correttamente essere “toccati”.

Il senso compiuto indica la trasmissione di una malattia infettiva dalla persona malata ad una sana sia direttamente sia mediante materiali o mezzi inquinati (aria, acqua, alimenti, escrezioni, e via dicendo), ovvero attraverso insetti o animali trasmettitori dei microrganismi infettivi. Si pensi agli scenari che hanno riguardato nei millenni e nei secoli, il tifo, la peste, il colera, e così via. Si può anche indicare il pericolo di contagio che si può comunicare, prevenire, oppure nel migliore dei casi evitare.

Con dizione meno prevalente e meno propria il termine può indicare il morbo stesso che si trasmette per contagio e il suo diffondersi. Così si sono sviluppati e diffusi termini come pestilenza, epidemia ed oggi di fronte alla diffusione su scala planetaria, di pandemia.

Esiste poi un altro piano di significato ed è quello che riguarda il pensiero, il rapporto tra esseri umani in termini non fisici: In questo caso contagio può delineare l’influsso dannoso che l’esempio o il pensiero di alcuni possono esercitare su altri. In psicologia, si parla anche di quello psichico, ossia la trasmissione da un individuo all’altro di idee, convinzioni, sentimenti o stati d’animo; sul piano psichiatrico tale contagio è considerato come l’equivalente patologico della suggestione, mentre sul piano sociale è preso in considerazione per la possibilità che ha di determinare particolari modificazioni nelle strutture sociali.

Lasciando il campo medico e queste ultime considerazioni, è però da qui che conviene partire per riflettere sulla nostra attuale situazione. E’ evidente infatti che ci troviamo di fronte a qualcosa di estremamente pervasivo in termini medici, ma anche a qualcosa che ha la capacità endemica di provocare la nostra reazione in diversi modi. Da un lato quella fondata sulla paura e quindi con essa della necessità di imporci comportamenti che possano difenderci; dall’altro, reazioni opposte, anche essere pervasive che inducono a ribellarsi in vario modo a quelle che vengono sentite come imposizioni e limitazioni alla nostra libertà.

Quello che maggiormente si avverte infatti è la virulenza di questa ultima maniera di opporsi, la sua caratteristica elitaria, non nei numeri, ma nell’atteggiamento giacobino di chi ritiene di sapere cose che nessun altro sa o se le sa non ne tiene conto dimostrando il suo supino porsi nei confronti di ordini o indicazioni di autorità. Un atteggiamento pericoloso per la tenuta sociale e soprattutto rischioso nei rapporti umani perché vede comportamenti ribelli e fideistici come se ci si trovasse al cospetto di chissà quali poteri oscuri che vorrebbero sovrastare e condizionare. E come si osservava con la sgradevole componente che potremmo definire del “marchese del grillo” ovvero parafrasando dell’”io so e voi non sapete un c…!”.

I dubbi, la sensibilità di ognuno pongono e continueranno a porre a ciascuno di noi domande ed interrogativi per tutto il cammino a fianco della pandemia, ma è evidente che pur rispettando chi la pensa diversamente, l’emergenza sanitaria per sua stessa natura ha connotati che la rendono cogente. Come gli eccessi allarmistici così le accuse complottistiche dovrebbero essere confinate a poche aree di popolazione e non contrabbandate per contro-narrazioni che vorrebbero addirittura rovesciare il paradigma. Tra le armi per combattere il virus ci sono la scienza e la tecnica medica e come dimostra la vicenda che quasi viviamo in diretta esse si muovono tra difficoltà, ripensamenti, continui aggiustamenti del tiro, alcune strade in prima battuta capaci di dare più fiducia devono essere abbandonate e via dicendo. Tutto il contrario della favola per beoti che viene diffusa in modo incontrollato e subdolo e che vorrebbe essere considerata la verità! Mai come in questo caso di verità ve ne possono essere diverse così come diverso è lo stesso virus nelle sue continue varianti a contatto con l’uomo!   

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