Deterrenza

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Secondo un comune modo di dire, la guerra si configurerebbe come un mezzo per proseguire la pace con altri mezzi. Ovviamente si tratta di una definizione rischiosa e strumentale, per così dire ad usum delphini, ovvero di un modo di vedere le cose consono a quanti nella guerra stessa vedono il modo migliore per sciogliere controversie o imporre il proprio punto di vista, nel migliore dei casi. La storia nei millenni e nei secoli ci ha mostrato molte occasioni nelle quali gli uomini si sono scontrati e il caleidoscopio del perché si siano messi a combattere, con quali fini iniziali e poi con quali risultati finali, costituisce il lavoro di approfondimento e di comprensione di quanti hanno a cuore la vera chiarezza su cosa accade, perché accade e perché si possa tentare di evitare che accada.

L’avanzare della cultura, la opportunità di una crecita equilibrata nel mondo di tutti i soggetti piccoli e grandi che costituiscono il consesso mondiale, la scelta di creare meccanismi di riequilibrio, di composizione di inevitabili ma resistibili dissidi a garanzia di un sistema stabile di rapporti internazionali, ha prodotto dopo il secondo conflitto mondiale e la guerra fredda, ha impresso una misura nelle cose che tuttavia nella pratica sta incontrando ancora difficoltà e complessità, soprattutto laddove le aspirazioni di gruppi o nazioni incontrino intepretazioni verticistiche o impastata dell’ego e del protagonismo di coloro che pro tempore si trovino alla guida di nazioni od entità.

Se a questo uniamo i residui del cosiddetto equilibrio del terrore, ovvero mettere in soggezione il possibile avversario con la minaccia bellica per indurlo a cedere, comprendiamo come il cammino della civiltà umana sia ancora condizionato con inutile spreco di risorse e spesso con gravi perdite umane, da un istinto bellicista o dalla necessità di rimanere ancora all’homo homini lupus latino. A questo proposito però occorre ricordare un’altra affermazione latina di più ampio spessore e frutto della crescita della sapienza e della conoscenza: si vis pacem para bellum. In questa frase vi è un concetto chiarissimo: la guerra, lo scontro sono l’ultima ratio alla quale occorre prepararsi ma nella certezza di non ricorrervi mai. L’antica Roma in questo insegna molto ancora ai nostri giorni.

Purtroppo, accade che appetiti, interessi di persone o gruppi economici o di potere spesso possa deviare da questo sano principio e far prevalere il principio della forza bruta, militare e simili. Si tratta dunque del corrompimento, della degenerazione di uno status che imporrebbe invece di essere pronti ad agire ma di esercitare al tempo stesso tutti gli strumenti di convincimento che possano evitare l’esito finale spesso tragico e per superare il quale si generino poi nei deceni ulteriori spinte e controspinte dagli esiti imprevedibili.

Lo stato di guerra, o guerreggiata, o in procinto di esserlo, in molti angoli del mondo dove si vorrebbe far prevalere la forza delle armi contro il dialogo, il confronto anche serrato, ci manifesta che molto, forse troppo, è ancora da fare per arrivare a quella pacem fatta di equilibrio e di bilanciamento.

È in questo quadro che si può parlare della opportunità di un sistema capace di dissuadere dalle scelte più gravi e scellerate e di non usare volute provocazioni per far esplodere incendi poi incontrollabili.

Parliamo di quella che viene definita deterrenza. Il dizionario ci dice che è il potere di distogliere da un’azione dannosa per timore di una punizione o di una rappresaglia; azione o potere deterrente (soprattutto con riferimento alle armi nucleari e ai loro vettori). Il valore concreto è quello per il quale si indica il complesso di forze e mezzi deterrenti, ossia quelli necessari a mantenere quell’equilibrio necessario ad impedire decisioni poi impossibili da revocare.

Ai nostri giorni questo principio e quelle che sono le sue possibili evoluzioni appare evidente nel gran lavorio diplomatico messo in atto nei confronti della scelta del presidente russo Putin di cercare di imporre con le armi o con la minaccia del loro uso, il suo modo di vedere gli equilibri nell’Europa orientale, quella che una volta era parte dell’impero sovietivo e che ancora si fatica a vedere come consesso di nazioni e stati con una loro specifica sovranità ed indipendenza.

Qualcuno potrebbe obiettare: ma se si ha con chiarezza davanti a sé che cosa si vuole ottenere perché non dirlo apertamente e confrontarsi dialetticamente invece di spendere miliardi per mobilitare centinaia di migliaia di militari, migliaia di mezzi corazzati e aerei per manifestare intenti offensivi? Domanda come si diceva una volta da un miliardo di dollari.

Nella risposta confusa e divisa che la comunità occidentale ha dato alle pretese del Cremlino oltre alla debolezza di insieme vi è stato però in nuce il senso stesso della deterrenza, portare l’avversario a più miti consigli in base alle misure che possono essere messe in atto nel caso si sia superato il segno militare. I prossimi giorni ci diranno se questo sgangherato ma consistente armentario messo in piedi sta avendo i risultati sperati. Certo il concetto guida è che non si deve arrivare alla guerra se non si è in grado di vincerla. E per derivazione che la guerra è inutile se non si vuole concluderla o forse non la si voleva neppure fare!    

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