Il Paese, la politica, il senso delle cose

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Dopo la rielezione di Mattarella più domande che risposte

La rielezione del presidente Mattarella e il suo pacato ma duro discorso alle Camere ha aperto una stagione nuova per la vita politica, economica e sociale del Paese. Le parole d’ordine sono state responsabilità e concretezza per non sciupare il momento storico che vede l’Italia ancora una volta protagonista, o in grado di esserlo, nel novero delle nazioni ed in quella Europa della quale è stato paese fondatore.

Nel dirscorso del capo dello Stato vi era anche l’implicita richiesta di navigazione tranquilla e senza scossoni di indirizzo del governo e del suo presidente Draghi. Una volta superata l’artificiosa e stucchevole polemica sul suo candidarsi o meno al Quirinale quasi a creare un duello con l’attuale ospite e i troppi confusi giochi delle parti politiche degni di stagioni lontane e da non ripetere, è chiaro a tutti che solo un governo che continua il suo lavoro e che giunge alla fine della legislatura potrà assicurare gli obiettivi previsati nel PNRR e soprattutto potrà costruire i percorsi perché tutto ciò che travalica la sua durata non muti la direzione e le scelte e non di poco conto da fare per modrnizzare in senso nobile il paese intero.

Dopo gli applausi calorosi e anche un po’ farisaici dell’emiciclo dei grandi elettori, poco dopo, la melina e la disfida tra i partiti è ricominciata cone sempre con l’aggravante che nessuna forza politica è uscita indenen dal terremoto dei giorni dell’elezione. L’unica opposizione in essere rimane tale sembra in crescita elettorale, ma non in grado di mutare gli equilibri. Per il resto assistiamo ad una sorta di walzer e di paso doble dell’incoerenza e del pressappochismo. Nessuno sembra interessarsi troppo delle piorità del paese, anche se tutti si sbracciano per parlarne e per proporre soluzioni dal proprio punto di vista. Nessuno si pone dinanzi ai problemi in modo oggettivo, studia le compatibilità non politiche ma concrete delle scelte da compiere, si rende conto che il Piano o si attua senza se e senza ma, oppure la nostra Italia tornerà ad essere quel sorvegliato speciale dell’Europa e del mondo che nessuno vuole sia suo destino.

Una disattenzione egoista in qualche modo che trova alimento ma contribuisce ad aggravare il senso di smarrimento, di difficoltà, di disagio e di protesta che i cambianenti necessari stanno imponendo al nostro tessuto sociale e produttivo e che difficilmente potranno essere risolti come una volta.

La grande innovazione che qualcuno – vedi i cinquestelle o quello che si apprestano ad essere senza chiara guida ed obiettivi – immagina è il mirabolante sistema per sciogliere i nodi: lo scostamento di bilancio! Dunque, teste pensanti e centri studi si scervellano per proporre quello che è stato il caposaldo e il motivo del crollo della prima repubblica, al netto della consunzione della classe politica e delle gravi fratture determinatesi nel paese. Se non fosse troppo serio parlare di queste cose una gigantesca risata potrebbe seppellire tutto questo. Invece vi sono azioni politiche, di lobby, di pressione perché si arrivi a quell’obiettivo. Naturalmente incontrando la più fiera resistenza di quanto comprendono che aggravare ulteriormente il nostro debito pubblico porterà soltanto in quella direzione che molti invamo paventano o che non sanno fermare: la vassallizzazione del nostro paese, ovvero l’essere prateria altrui di acquisizioni o divenire sorvegliato dalle istituzioni finanziarie da quelle europee.

Come si possa arrivare a queste “altezze” è incomprensibile a meno di non capire subito il nodo autoreferenziale ed egoistico. Senza misure come quelle che si continuano a proporre in controtendenza e con sprezzo del ridicolo, l’esistenza stessa di alcune forze politiche come le conosciamo rischia di essere effimera. Quindi per costoro primum vivere deinde philosophare! Soltanto che sullo sfondo del proprio interesse vi è il paese con le sue irrisolte contraddizioni, i suoi nodi, le asperità sociali in crescita e tutto quello che rende così avvilente spesso il nostro quotidiano.

La direzione della storia, però, è univoca ed è un mix difficile ma evidente di dirigismo e capitalismo evoluto per così dire. Pensare di combatterlo con assistenzialismo, pannicelli caldi ed altro è suicida.

L’unica speranza è che leccandosi le ferite e cercando la loro nuova strada partiti ammaccati e movimenti in deflagrazione possano lasciar lavorare l’esecutivo e consentirli di impostare la strada ed evitare i ritardi e le strozzature altrimenti capaci di riportarci indietro a molti anni prima della pandemia, con incapacità di crescere e con la triste considerazione che quello che si dovrebbe fare soprattutto a favore delle giovani generazioni non solo non si fa ma anzi si sabota, badando a mantenere in equilibrio instabile quello che esiste con margini sempre più stretti.

Non è una stagione tranquilla quella che ci attende – non solo a livello internazionale – ma nel nostro orticello nazionale peraltro interconnesso con l’Europa e con il mondo. Trovare le strade più positive e corrette non è facile, ma alcune cose sono chiare. Senza coraggio e lungimiranza non si andrà da nessuna parte. Anzi, il peggio è un altro: che andremo indietro senza speranza, facendo finta di andare avanti. Uno sport che da troppi decenni è la cifra interpretativa della nostra politica ormai scollata dalla realtà! O troppo debole per correggere il tiro!    

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