Tracotanza

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Potremmo definire la tracotanza la malattia senile dell’arroganza, la degenerazione di quello che è già di per sé un difetto, una pesante carenza, una manifestazione spesso di insicurezza e poca fiducia in sé stessi, trasformata in arma tanto da far pensare la contrario. La parola indica l’essere tracotante, ovvero l’arroganza dovuta a eccesso di superbia o presunzione. Capita di sentir dire “non sopporto più la sua tracotanza; oppure che qualcuno risponde o tratta con tracotanza qualcun altro, vuole con essa far rispettare a forza il proprio odrine, la propria disposizione, il proprio comportamento.  Si ricorda ad esempio nella Divina Commedia, dove Dante osserva “Questa lor tracotanza non è novariferendosi ai diavoli che tentano di impedire il passaggio a Dante e Virgilio, nelle loro tappe infernali del cammino iconografico del sommo poeta. Diavoli custodi della città di Dite, che si opponevano “secondo una antica tradizione, alla discesa di Cristo al Limbo” (Scartazzini-Vandelli, a Inf VIII 124).

Tra le parole che più frequenti descrivono quella scelta, vi sono presunzione, arroganza appunto, temerarietà. Il termine è impiegato anche come sinonimo di irriverenza, “parlando de la bellezza che in su l’onestade risplende, dice la reverenza essere di quella; e così come questa è bellezza d’onestade, così lo suo contrario è turpezza e menomanza de l’onesto, lo quale contrario inreverenza, o vero tracotanza dicere in nostro volgare si può”.

L’essere arrogante, poi tracotante, indica insolenza e asprezza di modi di chi, presumendo troppo di sé, vuol far sentire la sua superiorità, il comportamento altezzoso, sprezzante e talora violento che spesso caratterizza chi detiene il potere.

Tra questa definizione e il comportamento di Vladimir Putin non vi è molta differenza, quasi che la sagoma si attagli perfettamente alla forma. L’orso russo (con tutto il rispetto per il plantigrado) non considera minimamente i suoi interlocutori, ne nega addirittura l’esistenza pur di far ritornare il sillogismo aristotelico e poi marxista delle sue elucubrazioni.

Ecco, dunque, che la vicenda che sta sviluppandosi purtroppo dal vero in Ucraina dimostra come l’arroganza possa trasformarsi in tracotanza, ovvero che non esistono ostacoli e barriere al proprio modo di vedere le cose, alla propria narrazione degli avvenimenti, negando, nascondendo e volutamente ignorando quanto la storia ci ha posto dinanzi negli ultimi secoli e poi negli ultimi cento anni o giù di lì. Tutto questo per il tracotante non esiste, è propaganda altrui, confutazione strumentale della propria verità, dunque da irridere e da stigmatizzare con affermazioni apodittiche come “da che pulpito … viene la predica” o similari. Demolire l’avversario usando strumenti come l’ironica domanda, la derisione di ragioni altrui, la negazione degli avvenimenti storici, la purga dei passi che a questa narrazione si oppongono.

Certo la superficialità o la colpevole distrazione di chi vorrebbe opporsi al tracotante fa il suo gioco e ha il suo peso. Se si è fatto finta che l’interlocutore fosse attendibile, per mero esercizio strumentale di opportunità momentanee, fidando nella sua moderazione, la constatazione che tutte le possibili armi propagandistiche sono state usate al contrario fa impressione ma non stupisce.

Il tracotante all’opera prima agisce e poi discetta. Lo zar, dunque, sta attaccando il paese vicino del quale nega nella sua infinita tracotanza (e con l’ausilio di una storiografia pan russa portatrice soltanto di oppressione e di dolore) la stessa esistenza come nazione sovrana, ritiene nel suo soliloquio di seguire il vento della storia che a lui è stato rivelato riportando le pecorelle all’ovile. Lui che sa chi sono le pecorelle smarrite, mentre gli altri fingono e considerano libere quelle pecorelle.

Se non ci trovassimo dinanzi ad una possibile tragedia nel cuore di quell’Europa che tragedie ha vissuto da secoli, l’unica riposta potrebbe essere il trattamento sanitario obbligatorio, o meglio quella rieducazione anche forzata che sin dai tempi dello zarismo fa parte della cultura russa e che nell’Unione sovietica e nella sua immanente storia nel secolo scorso ha trovato la sua compiuta e scientifica applicazione pratica.

Mediazioni all’infinito, debolezze di analisi, strumentalità eretta a forma di reazione, non comprensione del nemico, comunque dell’altro, sino a non vedere quello che esso descrive, indica, delinea, preannuncia, mostrano come il vero problema di oggi sia quell’Occidente per tanti decenni all’avanguardia ed oggi non alla guida del compiuto realizzarsi dei diritti di libertà dell’umanità, ma alla rincorsa incredula e stupita di vecchie storie alla cui comprensione siamo stati disabituati per ignoranza e per strumentalità.

Quello che accade ci sta risvegliando brutalmente. Da oggi e non da domani, il mondo nato nel secondo dopoguerra sta mutando pelle, un cambiamento non bello da vedere, da immaginare e da vivere. La vera chiave di lettura è che il mondo del diritto, della sovranità, del trionfo della legge al servizio dell’uomo e non viceversa, appare quasi come un bel ricordo. La vera tragedia della nostra epoca è questa. I Putin vari sono sempre esistiti, ma abbiamo perso la capacità di vederli e capirli prima. Ecco la rincorsa ed ecco la vera drammaticità di quello che accade a Kiev, accanto alle sofferenze che le armi, o carri e la violenza, la repressione, lo scontro tra uomini porteranno come tributo a tutti noi!

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