Smemoratezza

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L’esercizio al quale ci si vuol sottoporre è a suo modo interessante ed inquietante a seconda della prospettiva nella quale si affronta. La parola scelta è smemoratézza, che ne dizionario viene definita brevemente l’essere, il mostrarsi smemorato. Ovvero senza memoria, rinunciando per volontà propria e per contingenze personali a rammentare fatti, eventi, e così via.

Per capire di cosa parliamo è utile ricordare un intervento del biblista Gianfanco Ravasi di quasi venti anni sul quotidiano Avvenire. Quando si dice il ricordo! L’autore si cimenta con le parole di Benedetto Croce “l‘uomo dimentica. Si dice che ciò è opera del tempo; ma troppe cose buone, e troppe ardue opere, si sogliono attribuire al tempo, cioè a un essere che non esiste. No: quella dimenticanza non è opera del tempo; è opera nostra, che vogliamo dimenticare e dimentichiamo”.

Affrontando queste ed altre parti delle riflessioni del grande filosofo, Ravasi osserva che “di solito si dice che è proprio la polvere del tempo a cancellare o almeno a scolorire i ricordi; anzi, si ripete spesso che il tempo guarisce persino le ferite ed elide le amarezze e gli odi. In realtà, siamo noi a perdere – nel bene e nel male – l’incisività delle esperienze. Se lo volessimo, saremmo capaci di tener viva la fiamma del ricordo soffiando ogni giorno sulle sue braci ….

Quante acrimonie e lotte tra fratelli si mantengono intatte per decenni proprio perché è la volontà a tener fiammeggiante l’odio. Quante conquiste dello spirito divengono, invece, stinte e fin estinte per colpa della superficialità, della distrazione e dell’ingratitudine. Croce ci invita a evitare un esercizio comodo, quello del dar colpa a ciò che è esterno a noi, sia il tempo o sia il destino, e a riportare il primato alla coscienza, alla libertà, al cuore e alla mente dell’uomo”.

Che queste considerazioni si attaglino perfettamente al tempo presente è fuor di dubbio, in una fase storica nella quale ci dobbiamo confrontare con azioni dissennate e violente dell’uomo contro l’uomo, sulla base di racconti e riferimenti storici usati con voluta disinvoltura cancellando, non ricordando e lasciando in oblio avvenimenti che altrimenti spiegherebbero assai meglio che cosa sta accadendo e quale senso dare all’insensato, oggi nel terzo millennio, nella società della rete dove l’oblio invece sembra divenire un desiderio non storico ma personale.

È evidente che il non voler ricordare (osservando che il verbo ha nel suo centro il cor cordis, il cuore latino) con sentimento e il non rammentare (con la mente, il raziocinio) qualcosa sposta inevitabilmente la nostra capacità in un territorio difficile, aspro, nel quale è più facile assumere comportamenti non regolati da norme e riferimenti umani o facendo riferimento a quello che siamo, un piccolo equipaggio di una navicella dispersa nello spazio. L’unico valore positivo è che siamo in grado di comprendere che siamo questa minusola cosa nell’universo, ed è in questa scintilla la nostra diversità, il nostro destino, forse la nostra condanna!

Da questo discende che ricordare o rammentare sono due facce della stessa medaglia, due risvolti del nostro essere e del nostro agire. Se ricordiamo correttamente abbiamo la possibilità di agire con correttezza, equilibrio, saggezza. Se ricordiamo in modo difforme dalla correttezza, si apre invece il terreno delle scelte insensate, violente, folli. Fare la differenza tra questi due estremi è la nostra capacità di convivere con gli eventi, di farli rientrare in una visione che ci dia un senso compiuto o almeno una giustificazione. Solo così è possibile guardare a quanto accade e saper decidere per il meglio dell’umanità allontanandola dal baratro.

La vicenda ucraina, l’aggressione indiscriminata e violenta, la volontà di cancellare un popolo, la sua sovranità nazionale, la negazione del suo stesso esistere non sono frutto dell’immaginazione, ma della specifica volontà del capo del Cremlino in nome di una ricostruzione storica addomesticata, figlia di un revanscismo non sovietico, ma addiriturra panrusso e zarista, come se nel terzo millennio sia possibile ancora concepire la guerra e la sua spiegazione con rozzezza ed ignoranza.

Giova ricordare che quando a Kiev (Kyiv, in ucraino) intorno al 1300 d.c., si formava il “rus” ovvero l’embrione dell’unità delle genti slave, l’aspirazione ad una presenza e ad un ruolo in quelle sterminate steppe acquitrinose, nella zona in cui sarebbero sorte Mosca e Leningrado vi erano ancora le steppe e le paludi, ovvero la civiltà ancora non si era manifestata nel modo al quale facciamo riferimento. Non bisogna dimenticare che Leopoli (Lviv, in ucraino) è stata per secoli il centro più importante, anche la capitale della cultura slava e di una grande entità statuale che andava dalla Polonia e dalla Lituania sino alla Bielorussia e appunto all’Ucraina.

Chi dimentica la storia, il passato, è destinato a riviverlo, osservava un saggio del Novecento. Chi dimentica che l’Ucraina esisteva prima della Russia zarista e dell’Urss ed oggi della Russia attuale commette un falso storico abominevole se messo al servizio di una macchina bellica sporporzionata all’obiettivo! Comunque, nega a delle genti simili ma diverse il diritto ad esistere. Questo ha una sola parola per spiegarlo: nazismo! Come la storia ci insegna e come la memoria ci aiuta a non dimenticare!

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