Il ritorno alla economia di guerra

 -  - 


La guerra tra Russia e Ucraina coinvolge tutto il mondo

La guerra in Ucraina comincia a dare i suoi frutti avvelenati.

Prima di tutto alle popolazioni locali che in poco più di una settimana si sono trovati ad essere profughi in giro per l’Europa, lasciandosi alle spalle vite da ricostruire, dopo i danni provocati dalla guerra, ma fra poco, se la situazione continua così, ci troveremo in una situazione drammatica anche noi, non certo per i bombardamenti, almeno si spera, ma per una crisi economica e sociale senza pari  con  la morte di migliaia di aziende, il dilagare della disoccupazione, la disperazione di milioni di famiglie che non ce la faranno più ad andare avanti con l’aggravio, come già oggi, del rincaro forsennato dei prezzi.

Un incubo? Specialmente per l’Italia, una nazione senza materie prime e con ritardi abissali nella riconversione della propria struttura industriale.

Da più di trent’anni non si è messo mani a una politica energetica da renderci meno dipendenti dall’estero, e lo stesso vale per il settore agricolo.

Oggi ci rendiamo tristemente conto di quanto sia stato insensato affidare all’estero le produzioni vitali per la nostra stessa vita. Certo era più comodo, ma è bastata una guerra a più di duemila chilometri di distanza per rischiare di mettere una intera economia in ginocchio.

Sentiamo dai vari media che alla Russia non passa giorno senza che gli venga applicata una sanzione; ma per rimbalzo, come vederemo, saremo anche noi a farne le spese. Cominciano a mancare le materie prime per mandare avanti le nostre produzioni: dall’alluminio al rame, dal grano ai fertilizzanti, insomma ci stiamo svegliando in uno scenario da incubo che già è davanti ai nostri occhi e nelle nostre tasche.

Solo un anno fa, per fare un esempio personale, un pieno di gasolio lo pagavo più o meno venti euro, ieri l’ho pagato 35 euro; quasi il doppio, e, come mi diceva il benzinaio, questo è solo l’inizio.

Tra le materie che mancheranno c’è certamente il gas che non serve solo per cucinare, ma per riscaldare e per produrre energia.

Basta solo questo per comprendere in che situazione stiamo insieme all’Europa, ma noi, per i motivi già esposti, anche peggio.

Le previsioni per quest’anno sono devastanti.

Si parla di estrarre il gas dal nostro mar Adriatico, ma copriamo appena il 5% del fabbisogno a fronte del 53% che viene meno; inoltre occorrono tempi lunghi per poter mettere in funzione al massimo queste trivelle; e intanto cosa succede?

Secondo gli analisti ciò che avevamo guadagnato dopo la fase critica del Covid, adesso è tutto da rivedere e certamente al ribasso.

Il contraccolpo di questa guerra potrebbe essere devastante per intere filiere produttive che rischiano di fermarsi per mancanza di materie da lavorare.

Qualche esempio?

La Russia è la più grande esportatrice di acciaio di cui noi siamo tra i maggiori clienti essendo la nostra una industria di trasformazione; ebbene abbiamo una autonomia di appena un mese, forse due, poi chiudiamo una filiera fondamentale per la nostra economia.

Certo, stiamo cercando approvvigionamenti da altre nazioni, dal Brasile alla Bosnia, ma con tutta la buona volontà è una compensazione assai modesta per il nostro fabbisogno.

Se questa situazione riguarda il mondo dell’industria forse è anche peggio quello del mondo agro-alimentare.

Si parla già in maniera chiara che le nostre scorte di grano possono arrivare massimo a 4 o 5 mesi al massimo e dopo?

Con la guerra in Ucraina – secondo gli studi di Federalimentare – il prezzo della pasta, congiuntamente a tutti gli altri prodotti a base cereale, supereranno probabilmente il 10%, inoltre, all’incremento si deve aggiungere l’aumento di prezzo del 10% della pasta già avvenuto a fine dello scorso anno, e così il pane potrebbe aumentare del 30%.

Non va certo meglio per gli allevatori che oltre ai tanti rincari di questi anni debbono sopperire anche al rincaro, già esoso, del mais, e per i quali si disegnano foschi quadri nel futuro quando si verificherà la sua mancanza dai mercati, insieme a quella di altri prodotti fondamentali.

Questo cereale, di cui ne importiamo circa il 54% per il nostro fabbisogno, è ormai basilare per l’alimentazione degli animali; la sua mancanza creerà dei contraccolpi gravi a tutto il settore, anche per gli altri cereali destinati all’allevamento e ai fertilizzanti.

In conclusione per dimostrare come tutto è interdipendente, noi importiamo grano tenero per il 65% del nostro fabbisogno dal Canada, dalla Francia e addirittura dalla lontana Australia e dalla Russia; e dall’Ucraina solo il 5%; quest’ultima potrebbe sembrare una notizia tutto sommato positiva, ma ovviamente in questo periodo nulla può esserlo.

A soffrire come e anche peggio di noi sono i paesi del Nord Africa per i quali il grano copre il fabbisogno alimentare del 70%, e che da qualche anno sono in grave difficoltà perché dipendenti quasi totalmente proprio da Russia e Ucraina, ora se dovessero rimanere senza approvvigionamenti, queste nazioni si rivolgeranno giustamente ai nostri stessi fornitori e allora come quando la domanda è in crescita e l’offerta è in decrescita i prezzi possono solo che schizzare in avanti senza freno.

Pensavamo che dopo il Covid la situazione volgeva ormai al bello e invece ci siamo trovati in un incubo di cui ancora non sappiamo quando e come ci sveglieremo.

7 recommended
bookmark icon