Ambiguità

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Per un elementare dovere di chiarezza e di equilibrio, si parte dal significato del termine nel dizionario. Dunque ambiguità, termine che deriva dal latino e che indica in parole semplici l’essere ambiguo, ovvero la possibilità di essere variamente interpretato. Il vocabolo può riferirsi ad una frase, ad un passo scritto, ad un testo. Oppure alle parole stesse ambigue per le quali occorre evitare ogni ambiguità, risolverla e via dicendo.

In un’altra interpretazione, certamente più negativa, si indica doppiezza, ossia un modo ambiguo di comportarsi. Atteggiamento che può riguardare il carattere, il modo di procedere. In senso meno comune si fa riferimento ad irresolutezza, a perplessità.

In linguistica, il termine descrive la caratteristica delle lingue verbali, per cui la corrispondenza fra significante e significato o fra elementi dell’espressione ed elementi del contenuto non è strettamente biunivoca. Tale condizione, cui si sopperisce attraverso la contestualizzazione dei segni, permette di limitare l’estensione del codice linguistico a un numero di significanti memorizzabile, come per esempio l’espressione ‘viene spedito’.

Come sempre, indicazioni essenziali per addentrarsi in un contesto dove l’animo umano la fa da padrone e non nel modo migliore che si possa immaginare.

Nelle precedenti riflessioni avevamo sottolineato come l’invasione russa in Ucraina avesse indotto ad un ripensamento molta parte della politica nazionale nella quale da sempre, per motivi storici da un lato per affabulazione successiva e mistificazione della realtà, è sempre esistito una sorta di avvicinamento alla Russia soprattutto in un riflesso condizionato da cortina di ferro sovietica e al contempo un richiamo a quelle insegne imperiali che guarda caso campeggiano nella quotidianità del nuovo zar del Cremlino.

La gravità degli avvenimenti avrebbe dovuto comportare una razionalizzazione di questi sentimenti e la nascita di una consapevolezza del nostro essere come nazione al di fuori di riferimenti esterni che per troppo tempo ci hanno condizionato in un senso o nell’altro. Il cammino è tuttora lungo e periglioso. Infatti sotto l’apparente unanimità sulla strada intrapresa dal Governo e dal Parlamento nel sostegno al paese aggredito e plasticamente descritti dalla decisione di Mosca di inserire l’Italia in una lista nera, la realtà anche fuori dell’ambito politico è variegata e non molto equilibrata. Al di là del fatto che quasi nessuno conosce la storia di quelle terre, il rapporto difficile nei secoli con il nascente impero russo, poi la coltre di gelo impenetrabile che ha caratterizzato l’Unione Sovietica.

Eppure noi siamo il paese nel quale pur di non schierarci realmente con qualcuno abbiamo immaginato posizioni che definire ambigue è un eufemismo, anche se paludate da interventi di filosofi, esegeti e culture varie di riferimento. Noi siamo il paese che alleato con i nazisti entra poi in guerra contro di essi e si spacca in due, siamo il paese del né con lo Stato né con le Br; siamo il paese che conta una grande comunità negli Stati Uniti conosciuta nel bene e nel male, dalla scienza alle arti, sino purtroppo ai fenomeni mafiosi. Ecco dunque le fondamenta di azioni politiche del recente passato di avvicinamento (per ragioni energetiche) al grande paese euroasiatico e l’apertura ai soldi da noi pagati per l’energia dei grandi oligarchi che hanno comprato pezzi del nostro paese e della nostra economia.

Tutto bene, è il mercato e l’economia globalizzata … bellezza!? Sia consentita qualche perplessità. Gli anni della Costa Smeralda invasa, del cosiddetto “lettone di Putin” oggetto del gossip e del buco della serratura di un mondo mediatico impazzito, le esibizioni di forza ed atleticità dalle coste sarde alle dacie di Crimea e il plauso per l’amico, hanno fatto parte e fanno parte di un immaginario che non si modifica, questo il succo, per un’invasione militare di un gigante nei confronti di una piccola nazione “periferica” sia per l’ “impero” russo sia per il distratto occidente.

Ecco allora che l’ambiguità di fondo diviene offensiva nei confronti di bambini, donne e vecchi che a milioni stanno tentando di lasciare un paese che le crude immagini della cronaca ci mostrano semidistrutto, martoriato sin nei condomini (come noto ritrovi di assassini e altra risma di delinquenti in ogni città?). Persone uccise da bombe a grappolo e man mano in un’escalation ignobile forse anche con altri tipi di ordigni che non danno scampo.

Eppure nelle parole e nelle considerazioni politiche di ogni parte in questo paese le parole ferme e di condanna hanno il retrogusto acidulo del “comunque” dobbiamo cercare di capire le motivazioni dell’orso russo (senza offesa per il plantigrado minacciato anche dall’estinzione e cacciato dalle dacie). Ogni commento di fronte agli avvenimenti è superfluo e potrebbe apparire di parte. La realtà e la verità sono semplici: prima si è negata l’esistenza stessa del popolo ucraino, poi lo si è accusato di essere nazista, di essere in armi e di provocare i poveri abitanti delle province orientali del loro stesso paese perché russofoni. Un crescendo di mistificazioni e di falsità. Ma la cosa più grave è che nel terzo millennio un leader politico di un paese come la Russia usi la stessa terminologia con la quale Hitler occupò prima i Sudeti, poi mezza Polonia perché abitata da tedeschi e via via sappiamo cosa è successo. E poi decise di negare l’esistenza di un popolo e lo portò all’Olocausto. In quegli anni l’Unione sovietica di Stalin aveva stretto un patto di non belligeranza con Berlino, comodo alibi per fare il proprio comodo nei confini. Poi il furher, non pago, decise di invadere la Russia. Lascio a chi legge vedere le analogie, anzi le coincidenze di quanto sta avvenendo mutatis mutandis, ovvero nelle circostanze date, ma non troppo!

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