Economia di guerra e speculazione

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Le stranezze di una stagione tragica per la libertà e l’equilibrio nel mondo

Nei giorni scorsi, mentre l’informazione ha cominciato ad occuparsi quasi a tempo pieno degli avvenimenti tragici in Ucraina, a due passi dall’Europa, il Governo e il presidente del Consiglio hanno avvertito il Paese che le conseguenze di quanto accade dopo l’invasione russa, le sanzioni dell’Occidente e lo scontro verticale tra due modi di intendere nel mondo la coesistenza tra diversi, non saranno né brevi, né ininfluenti. Espressione di una generazione seguita alla seconda guerra mondiale, alla lunga stagione di pace (solo apparente a dire il vero) il premier e gran parte dei politici hanno espressamente parlato di economia di guerra, per far capire lo stato delle cose, cosa avverrà e quanto sta già avvenendo nella nostra quotidianità.

Siano frutto di speculazione odiosa o di comportamenti disinvolti di alcuni, ad esempio gli aumenti iperbolici delle materie energetiche, la fotografia è nelle cifre alle pompe di benzina e nelle bollette che da qualche mese già segnalavano rischi di fondo, mostrano la parte per così dire epidermica di quello che potrebbe essere il prosieguo del nostro vivere a contatto con quanto sta accadendo, lontano solo nella mente degli stolti.

La nostra esistenza, al di là delle decisioni politiche, internazionali, della fine delle ostilità, sarà diversa e molto. Non sarà per prima cosa eguale a quella che abbiamo vissuto un attimo prima del 24 febbraio 2022. Da allora il timore, gli effetti riflessi, le conseguenze di quella che l’ipocrisia russa ha definito operazione speciale, come se si trattasse di un’azione di polizia all’interno del proprio territorio e non di un’invasione, anzi di un aggressione in piena regola, ad un paese sovrano, ad un popolo, hanno cominciato a farsi più chiari, ad apparire nella loro invisibilità.

I primi contraccolpi sono stati sulle materie energetiche e sulla necessità, quanto meno tardiva, di affrancarsi dalla comodità del gas russo e cercare di costruire un mix energetico in grado di tenerci lontani da avvenimenti così impattanti. Tardiva abbiamo detto perché da buoni mercanti abbiamo pensato all’oggi e non al domani, alla convenienza immediata e non alla strategia che un paese dovrebbe avere sempre a garanzia del proprio popolo. Oggi quello che accade ci presenta il conto e come è noto abbiamo qualche difficoltà ad inserirlo nell’immenso debito del quale siamo portatori.

Ma il vero dramma, almeno all’inizio, sperando che la follia si fermi, sarà in molti altri aspetti che diverranno evidenti da ora in poi. Il taglio ritorsivo delle importazioni di grano, di mais e di tanti elementi della nostra vita quotidiana, si faranno sentire, anzi potremmo dire che già si fanno sentire con forza sulla lista della spesa, sugli scaffali di negozi e supermercati. Quando entrando in questi luoghi vediamo scene come quelle che caratterizzarono il lockdown e trasferiamo questo in uno scenario bellico come quello in atto, la sensazione forte è che avremo difficoltà crescenti ad essere quel popolo che intonava l’inno nazionale dalle finestre due anni fa. Oggi siamo diventati, stiamo diventando causidici, ognuno si scopre analista politico, stratega, esperto di macroeconomia, di energia e mentre usiamo colorite espressioni al distributore di benzina di fronte al costo del litro che introduciamo nel serbatoio, ci lasciamo andare ad affermazioni colorite e ad analisi anche strampalate.

Poi nel consueto e conosciuto “non nel mio giardino” cominciamo a pensare a come arrivare prima ai beni che ci servono, a come accaparrarci quello che ci serve, ad accusare non gli aggressori ma gli aggrediti che ci turbano la normalità. Di qui a meccanismi degni della criminalità organizzata da sempre in azione anche durante i conflitti, il passo è brevissimo.

Intanto però, ci stiamo ripulendo la coscienza, o lo speriamo, fornendo aiuti materiali e ospitalità alla marea umana che sta per arrivare da noi, incapaci però di opporci a chi ha creato tutto questo. La coesione nazionale sarebbe quella necessaria in un momento come questo, il sentirsi popolo dovrebbe prevalere. Non abbiamo soldati nemici sul nostro territorio, ma vediamo città antiche, monumenti millenari minacciati o distrutti da bombe poco intelligenti, condomini sventrati da missili che fanno poche vittime perché lì dentro non vi era quasi più nessuno! Questo insieme alla sofferenza di bambini, donne ed uomini ci dovrebbe far comprendere da che parte stare, come affrontare questa emergenza senza fine.

È solo se sapremo avviarci su questa strada che capiremo che cosa ci aspetta. Da Mosca d’ora in poi e per molto tempo non arriveranno segnali positivi. La sindrome dell’accerchiamento, ridicola, di un paese di oltre diciassette milioni di chilometri quadrati spiega molte cose ma non sufficienti a dare senso a quello che è stato fatto e che viene fatto ogni giorno davanti ai nostri occhi. Ma dobbiamo anche ricordare che il popolo russo non è chi lo guida e che quegli autentici eroi che si lanciano in proteste sapendo che andranno in carcere anche per quindici anni e se ritorneranno saranno l’ombra di se stessi nella migliore tradizione siberiana, devono farci da sprone a non accettare compromessi e mettere fine ad ogni cointeressenza con coloro che ora cercano di affamare noi, ma che affamano da decenni il loro stesso popolo!              

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