U Krajna, sul confine

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Ogni invasione è cruenta e ogni guerra ha i suoi morti, ma le atrocità che stanno avvenendo in questa superano ogni immaginazione. I fatti saranno portati innanzi la Corte Penale Internazionale di Giustizia. L’Ucraina ha denunciato l’aggressione alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, ma la Russia non si è presentata alla prima udienza. Il giudizio andrà comunque avanti.

Al contempo proseguono i tentativi di comporre il conflitto. Sinora tutti falliti malgrado le tardive aperture di Volodymyr Zelens’kyj. La speranza che la tragedia possa essere fermata è andata per il momento delusa.

Si invoca da più parti una ragionevolezza di cui allo stato non si vede neanche l’ombra.

Invero la ricerca di una soluzione imporrebbe una analisi approfondita di tutte le ragioni delle parti in gioco, che in questo caso sono più di due.

I contrasti sono di natura geopolitica e “geo-economica”. A farne le spese la popolazione.

Inizialmente i fattori scatenanti sono stati, da un lato, gli orientamenti geopolitici assunti dai Paesi al confine tra la Federazione Russa e l’Europa – che un tempo facevano parte dell’URSS -, dall’altro, l’influenza e il sostegno, prima, e il compiacimento e lo schieramento, dopo, dei Paesi occidentali per le loro scelte. La questione ucraina era nota da tempo, ma nessuno ha fatto niente per comporla. O almeno contenerla.

Da ultimo l’evoluzione politica e la posizione assunta dal Paese al riguardo sono state lette dalla Russia come una concreta minaccia. Una percezione scatenante. Da anni la Russia paventava che l’Ucraina entrasse nell’Unione Europea e aderisse alla NATO; e che questa posizionasse missili nucleari a ridosso dei confini russi, mettendo così potenzialmente a repentaglio la sua sicurezza interna. Un timore da sempre avvertito da entrambe le parti. Basti ricordare quale era stata la reazione degli USA quando l’URSS aveva pensato di piazzare i suoi missili a Cuba.

Il diritto internazionale, con i suoi i trattati e accordi, ci sarebbero, ma come tutte le leggi sono suscettibili di interpretazioni e la diplomazia in questo caso non è riuscita a farli valere. Un fallimento che non può però essere ascritto esclusivamente ai diplomatici. La sua responsabilità va estesa ai politici, agli operatori economici, ai militari e, non ultimi, ai media che hanno dato loro voce, da una parte e dall’altra.

L’informazione, la controinformazione e la propaganda, nel tentativo di addossare il torto e la ragione all’una o all’altra, hanno finito con l’inasprire gli animi e contribuire al fallimento.

Nei russi hanno rafforzato la percezione della imminente adesione dell’Ucraina alla NATO e negli ucraini l’illusione di godere di una protezione militare internazionale assoluta.

Putin ha maturato il convincimento di non poter contrastare il tutto se non con una guerra.

A questo punto ci sarebbe da chiedersi cosa sarebbe accaduto se l’Ucraina fosse entrata nella NATO e questa avesse realmente posto dei missili ai suoi confini. Quale sarebbe stata la reazione russa?

Ora l’invasione c’è stata, checché ne dicano i russi, e la guerra è in corso. Ma ciò che è inammissibile è che è degenerata in efferatezze tali da essere qualificate come crimini di guerra.

Il tutto a poche centinaia di chilometri dall’Europa centrale che dopo la Seconda Guerra Mondiale era certa che non vi avrebbe più visto nessuna guerra in casa.

Quanto ai rappresentanti dei Paesi europei sono tutti schierati al fianco dell’Ucraina, in quanto vittima e nazione più vicina, più affine e più debole. I Paesi europei stanno maturando addirittura il convincimento di doversi dotare di un un esercito comune e sovranazionale.

Quanto ai cittadini solo una piccola minoranza è filorussa; la maggioranza – al di là dell’ovvia condanna dell’aggressione, della ripugnanza per le inaudite violenze, dello sgomento per le migliaia di morti e di tragedie umane di chi è sopravvissuto – è confusa ed impaurita; vive una sensazione di impotenza e preoccupazione per quanto è accaduto e quanto potrebbe accadere; non solo in Ucraina. Manifesta si la sua solidarietà, ma esclude categoricamente qualsiasi ipotesi di entrare nel conflitto.

È disponibile a dare solidarietà materiale e accoglienza (nella sola Italia ai circa 250.000 ucraini già presenti ne sono arrivati altri 25.000), ma non a combattere. Nel frattempo, assistiamo ad un esodo biblico.

Tutti si stanno tardivamente avvedendo che sono venuti meno i valori e sui quali si sono rette le democrazie occidentali. Valori ai quali siamo stati educati e che ritenevamo inossidabili.

Invece da che mondo è mondo la storia si ripete. Vale ricordare come quei valori erano nati.

Era il 1° settembre 1939 quando la Germania nazista invase la Polonia e diede inizio a quella tragica escalation che portò alla Seconda Guerra Mondiale. Tacciamo sulla posizione dell’Italia, prima neutrale, poi da una parte, infine – per fortuna – dall’altra. E accantoniamo, per esigenze di sintesi, le tante tragedie di quella guerra, ciascuna delle quali meriterebbe un approfondimento.

Torniamo invece ai valori di cui sopra.

Il 14 agosto 1941 gli Stati Uniti d’America e il Regno Unito, con l’intento di opporsi e resistere al nazismo, siglarono un’alleanza militare dei Paesi in guerra contro quello che tedeschi, italiani e giapponesi chiamavano Asse. Gli “alleati” fissarono i princìpi ispiratori di quell’accordo consacrandoli nella Carta Atlantica: rinunzia e opposizione a ogni ipotesi di ingrandimento territoriale da parte di chicchessia; riconoscimento del diritto di autodeterminazione di tutti i popoli e del diritto di accesso, in condizioni di parità, al commercio e alle materie prime del mondo; libertà dei mari; e, una volta distrutta la ferocia nazista, ripudio dell’uso della forza.

Anche allora l’aiuto americano fu inizialmente solo a distanza e di carattere principalmente economico: la concessione al Regno Unito di un credito di un miliardo di dollari (dell’epoca) per la fornitura di armi.

Quei valori divennero i princìpi su cui si è da allora innanzi retto il diritto internazionale per garantire la pace tra i popoli; princìpi poi ripresi, prima (1945), nella Carta delle Nazioni Unite, che diede vita all’omonima organizzazione cui nel tempo hanno aderito 193 Paesi. Poi (1949), nel Patto Atlantico da cui si originerà la NATO, costituita oggi da 30 nazioni.

Vale però ricordare che già il primo accordo, la Carta Atlantica, visto che l’Unione Sovietica nel 1941 ne era stata esclusa, era suonato strano alle orecchie di Stalin.

Ciò non di meno l’URSS contribuì in maniera determinante alla vittoria sul nazismo, combattendo il nemico comune, garantendo al fronte alleato di vincere e pagando in termini di vite umane il prezzo più alto di ogni altro Paese.

Dopo che il nazismo era stato sconfitto venne costituita l’ONU, l’organizzazione che avrebbe dovuto garantire la pace nel mondo; e venne riconosciuto all’URSS, agli USA, al Regno Unito, alla Francia e alla Cina, il diritto di essere membri permanente del Consiglio di Sicurezza con diritto di veto sulle sue determinazioni. Un veto, poi ereditato dalla Federazione Russa, che è stato da lei appena esercitato per contrastare qualsivoglia risoluzione avversa a proposito del suo intervento in Ucraina.

Le nazioni vincitrici inoltre convennero tra loro come dividere il territorio europeo in due blocchi separati, uno a ovest che comprendeva tutti i Paesi occidentali ed uno ad est di cui facevano parte tutti i Paesi sovietici. Uno ispirato al libero mercato, l’altro comunista. La città di Berlino venne divisa in due, Berlino ovest e Berlino Est, che nel 1961, in piena “Guerra Fredda”, vennero separate addirittura fisicamente con la costruzione del famoso muro.

Il sistema comunista andò cedendo e l’URSS gradualmente si avviò verso un lento declino, sino a quando nel 1985 Mikhail Gorbachev non avviò un progressivo programma di riforme, noto come perestrojka, volto a liberare l’economia di regime, e come glasnost, volto a diminuire la pressione sociale sulla popolazione russa in termini di censura, editoria e di accesso agli archivi storici.

La perestrojka nel giro di 4 anni portò nel 1989 al famoso crollo del muro; seguì la dissoluzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e la nascita dell’attuale Federazione delle Repubbliche Sovietiche.

Nelle more, alcuni Paesi di confine tra i due blocchi reclamarono la loro indipendenza e diedero inizio a quel periodo noto come l’Autunno delle Nazioni che partendo dalla Polonia si estese in modo per lo più pacifico a Germania dell’Est, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria, Estonia, Lituania, Lettonia e Romania. Un fenomeno che lo stesso Gorbachev, finché rimase in carica, non poté evitare di tentare di arginare, anche militarmente, senza che il blocco occidentale intervenisse.

Parimenti anche i Paesi occidentali, in nome del diritto che hanno tutti i popoli di vivere in libertà e democrazia, sono intervenuti in molteplici operazioni di guerra, tentando di esportare la democrazia anche attraverso le armi.

E anche l’Italia, malgrado la sua costituzione ripudi la guerra, in quanto membro dell’ONU o della NATO, vi ha da sempre contribuito partecipando a tutti gli interventi militari ritenuti necessari dalle due organizzazioni.

Tutto questo però, salvo nel caso dell’intervento nei Paesi baltici, è sempre accaduto molto lontano. Sicché noi italiani, come gran parte delle popolazioni degli altri Paesi membri, abbiamo vissuto queste esperienze belliche “a distanza”, tanto da poter affermare, malgrado i nostri militari fossero presenti sui vari campi di battaglia, di vivere in tempo di pace.

In sintesi, i già menzionati valori sono stati da tutti osservati solo relativamente.

Alla base di tali scelte una pluralità di fattori, primo dei quali quello economico, che richiede una seria e approfondita analisi, che confidiamo di fare in seguito.

Ci auguriamo nel frattempo che l’uso della ragione prevalga.

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