La legge del contrappasso

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Il risultato della guerra di Putin: Nato più coesa, Europa più unita, il mondo in bilico

È così difficile, così sembra, chiamare le cose con il loro nome o schierarsi da una parte o dall’altra che anche quello che dovrebbe essere il primo punto, la chiarezza, difetta o fatica a camminare nelle teste e nelle decisioni che esse intendono assumere. Affermare che la guerra è il male, che occorre fare di tutto per evitarla è talmente ovvio da risultare stupido. Questa dovrebbe essere la leva sulla quale conformare poi le decisioni da prendere. Nel nostro paese, però, quando qualcuno prova ad affermare questa semplice constatazione viene accusato di decisionismo, di non tenere conto delle questioni sul tappeto, alimentando da quel momento in poi una bizantina ricerca di uscire dall’impasse, senza assumere comportamenti o decisioni necessarie anche icto oculi.

Né di qua né di là, né con questo né con quell’altro, sembra essere questo il mantra di buona parte del sentire politico e l’effetto che si produce sulla pubblica opinione è quello di impedire di comprendere appieno che cosa accade realmente. Vi è poi l’inevitabile effetto di stanchezza mentale. Vedendo ogni giorno, su ogni telegiornale o notiziario le devastazioni e la morte si genera una sorta di distacco  e di ricerca di qualcosa di più lieve  o di più personale. Così un atto scellerato, un’invasione senza capo né coda, compiuta da un paese immenso di oltre 17 milioni di chilometri quadrati che va dall’Europa all’Oceano Pacifico, perché a dire dei suoi dirigenti si sente accerchiato, rischia di divenire uno scenario che si dà per scontato, con il quale fare i conti certo, ma pensando al proprio particolare e non al significato che le vicende stanno assumendo per quello che sarà l’equilibrio futuro del mondo non di domani ma di oggi! 

Un errore madornale da rigettare al mittente. Già il constatare che alcuni organi di informazione stanno mettendo in un certo senso in pagine interne con qualche semplice richiamo iniziale, gli avvenimenti alle porte dell’Europa, anzi dentro l’Europa, dovrebbe farci riflettere!

Qualche cosa però si sta delineando e oltre le attese di chi ha mosso i carri armati. Un quasi morto vivente, la Nato, sta riacquistando coesione e appeal per i paesi più esposti, quale linea di difesa di fronte a tentativi di aggressione, quindi ricreando quel muro che si voleva caduto oltre trent’anni fa. Allo stesso tempo anche l’Unione Europea sta battendo più colpi e nel giro di poche settimane e mesi si sta assistendo ad una mutazione quasi genetica. Quello che viene considerato il continente si vecchio ma anche il più importante concentrato di ricchezza, di innovazione, di capacità produttive. Una realtà di popoli numericamente una volta e mezzo gli Stati Uniti  e quasi quattro volte la Russia, nella drammatica contingenza, seguita all’emergenza sanitaria  peraltro ancora presente, che sembra avviarsi verso quella presa di coscienza di sé da tanti auspicata ma non perseguita sinora nei fatti per egoismi e particolarismi.

L’Europa insomma tra ritardi e contraddizioni sta nascendo nel senso più pieno del termine, quasi potremmo dire come “nazione” fatta di complessità e differenze anche marcate ma unita dal voler essere non solo sommatoria di nazioni, non solo federazione di stati, ma un soggetto mondiale a pieno titolo! Dove non hanno potuto i padri fondatori, in qualche modo sta riuscendo un autocrate, un dittatore, come lo si voglia chiamare, fermo ad una concezione del mondo che risale al Novecento e per alcuni aspetti pan-russi addirittura al secolo precedente. Un assurdo sia storico che politico. Ma tant’è!

Appaiono dunque sempre più becere e poco rispettabili quelle posizioni striscianti di chi vorrebbe che le aspettative di un popolo attaccato e devastato fossero equiparate alle preoccupazioni di chi opprime il proprio popolo, chiuso e solipsistico, dalle dorate stanze di quella fu la residenza per secoli degli zar, lo sfarzo che si contrapponeva alla indigenza dei servi della gleba. Contraddizione da cui scaturì la rivoluzione bolscevica che doveva liberare l’uomo e il mondo dall’oppressione e dal capitalismo e che venne attuata però non in una realtà industriale come previsto dai pensatori comunisti, ma nei due paesi più arretrati di allora, e agricoli, come la Russia e la Cina.

Le decisioni del governo, allora, appaiono nella loro chiarezza, contro questo terreno malmostoso del quale abbiamo fatto cenno. Il nodo della questione non è dare ragione all’uno o all’altro, ma riconoscere bene e con chiarezza chi aggredisce e chi viene aggredito, chi da un giorno all’altro si è trovato la propria casa, la propria città, il proprio paese distrutto e devastato da qualcuno che ritiene di agire in casa propria e che paradossalmente distrugge sé stesso in questa insensata orgia del potere plasticamente e iconicamente descritto dalla lugubre “Z” che contraddistingue i mezzi armati invasori.

Abbiamo parlato di legge del contrappasso. Per chi attacca e per chi nega basta ricordare che la “z” è l’ultima lettera dell’alfabeto. Poi si ricomincia dalla “A” ovvero pensare di mettere fine al mondo che non si vuole può sortire l’effetto contrario. È questa la speranza che deve sostenere ogni sforzo per la pace e subito per la fine della guerra in Ucraina!

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