Negazione

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La parola scelta come sempre presenta molti aspetti e ha moti significati diretti e indiretti. Ha anche molti richiami al presente, soprattutto al passato e forse anche al futuro dell’umanità. In primo avvicinamento al significato potremmo dire che la negazione è la manifestazione più evidente del non voler fare i conti con la realtà, con la storia, con la positività. Un atteggiamento che se potremmo definire infantile è sicuramente irresponsabile e foriero di lutti se applicato ad ogni narrazione che coinvolga le sorti degli uomini, dei popoli, delle nazioni.

Dunque negazione indica secondo il dizionario, l’atto del negare, e l’espressione con cui si nega (il contrario di affermazione). La negazione può essere recisa, timida, ostinata. Può riguardare una verità, un fatto, un concetto e allora diventa facilmente negazione dell’evidenza. Il suo significato può essere relativo o assoluto a seconda dei punti di vista da cui si procede. In filosofia, già nella logica aristotelica, si sottolinea con questa parola il giudizio che connette il soggetto e il predicato in un rapporto di esclusione, con riferimento alla copula (nel giudizio negativo vero e proprio: A non è B), con riferimento al predicato (A è nonB) o con riferimento al soggetto (nonA è B).

Un valore particolare si ha nella filosofia hegeliana, indicando il momento essenziale del divenire dialettico, implicato da ogni determinazione finita, la quale, negandosi nella sua finita determinatezza, passa ad altra determinatezza di grado superiore (negazione della negazione), in cui peraltro è conservata, sia pure ad altro livello, la positività del grado precedente. Attenzione dunque a negare potremmo dire!

Nella logica matematica, può riguardare una proposizione, funzione logica che assume il valore contrario a quello della proposizione stessa, essendo vera quando la proposizione è falsa e viceversa. Ancora in grammatica, è il termine che serve a indicare sia il fatto di rendere negativo il significato di un’espressione, sia, concretamente, ogni parola (avverbio, congiunzione, pronome), locuzione avverbiale o prefisso che nega l’essere o un modo di essere di una cosa (per esempio in italiano no e nonnessunoniente affatto). Nella grammatica scolastica si parla anche di negazione doppia per indicare la presenza, in una stessa frase, di due espressioni di senso negativo (ciò che in latino equivale, di norma, a un’affermazione, mentre in italiano può costituire soltanto un pleonasmo). 

Facile immaginare che la negazione possa avere un suo peso in psicanalisi, costituendo quel meccanismo di difesa attraverso il quale il soggetto si oppone alla percezione cosciente di pensieri o desiderî proibiti negando che questi gli appartengano. Nell’antivchità poi se ne parlava in termini di mortificazione, umiliazione.  Con un valore concreto, sempre secondo il dizionario, si parla di cosa o azione che appaia decisamente contraria ai principî a cui dovrebbe ispirarsi o ai fini che dovrebbe perseguire.

Com sempre occore partire da quelo che nell’evoluzione storica è il valore sedimentato di un vocabolo per poi avvicinarlo alla realtà, all’evoluzione della storia del mondo e dei percorsi dell’umanità. Qui assistiamo allla prima grande verità, potremmo dire: i potenti, i prepotenti in genere, usano sistematicamente la negazione con lo scopo di impedire l’esistenza stessa dell’altro. Innumeri sono gli esempi dall’antichità nei quali si nega l’esistenza stessa di un popolo, di una nazione, di un etnia. Un comodo sistema per tentare di non rendere conto di quello che si fa, del perché lo si fa!

Ogni dittatore, ogni autocrate usa due mezzi potremmo dire: da una parte convince la propria parte e dall’altra nega l’esistenza dell’altra parte contro la quale procede poi perché oltre alla negazione vi sia in un certo senso l’eliminazione. In questo quadro l’utilizzo degli strumenti è sempre stato lo stesso: negare il diritto all’autodeterminazione di qualcuno sottolineando l’inesistenza stessa di quel qualcuno e quindi l’inutilità del volerlo a tutti costi vedere esistente. Un procedimento infantile e criminale al tempo stesso nel quale come un bambino si vorrebbe dimenticare qualcosa che ha fatto soffrire. Quindi primo negare l’evidenza, poi costruire sopra questa la teoria apposita.

Allora, quello che sta accadendo in Ucraina, appare in una prospettiva più chiara: il capo del Cremlino non capisce (nel senso che non vuole ammettere) che l’evoluzione della storia ha portato oltre al disfacimento in re ipsa del sistema sovietico alla nascita e crescita di aspirazioni per decenni soppresse con la violenza. L’Ucraina non esiste perché lo ammetta o lo neghi chi sta a Mosca. L’Ucraina esisteva ancor prima che a Mosca ci fosse la capitale russa. Negarne l’esistenza vuol dire tagliare le radici della cultura slava e della stessa Russia che vorrebbe esserne l’unico e stolido custode, senza intelligenza, ma con tanta prepotenza! Misurarsi con l’altro è forse la più difficile sfida di ogni essere umano nel corso della sua esistenza. Negarlo oltre ad essere il più vigliacco e arrogante modo di reagire è paradossalmente l’inizio della negazione anche di se stesso mancando ogni paragone, ogni confronto. Dopo la guerra scatenata contro un paese sovrano, con scempio del suo popolo, si vorrebbe dimostrare che quello stesso popolo non esiste in quanto tale e dunque che volerlo a tutti i costi volerlo considerare è propaganda del nemico. In questo modo sono nate e scoppiate tutte le guerre, o quasi tutte, che hanno devastato l’umanità, rallentato la sua civiltà, costretto a ricostruire il senso dell’umanità e del pacifico confronto! Una grande, tragica, sanguinosa sequela di nefandezze per non rispondere delle quali si vorrebbe negarne l’esistenza!

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