Si falsifica la storia in nome del politically correct

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Cinema e tv in gara per travisare il passato e proporlo come realtà

Quando la televisione era ancora in bianco e nero e con un solo canale, la Rai d’allora trasmetteva, insieme a trasmissioni di intrattenimento, anche programmi culturali importanti, venivano, infatti, mandati in onda i famosi ‘teleromanzi’ che trasponevano per il piccolo schermo capolavori letterari internazionali o italiani che difficilmente un pubblico medio avrebbe mai letto nella sua vita.

Era insomma un’operazione educativa di grande importanza e anche di notevole successo oltre ad essere un modo per aprire la mente al mondo della cultura, ma ricordo ancora la nostra professoressa d’italiano metterci in guardia da una semplificazione televisiva specialmente di autori importanti: ‘Sono – diceva – un adattamento del libro alle esigenze della sceneggiatura televisiva e, spesso, le due cose non sempre collimano’.

Crescendo mi resi conto di questa verità e di come il cinema e la televisione abbiano stravolto capolavori della letteratura inserendo spesso personaggi completamente nuovi o dando maggior rilievo nella storia ad accadimenti marginali, ma che potevano fare “odiens”.

Oggi però a causa del politically correct si è arrivati a travisare non solo la storia, con la scusa di far emergere figure che la storia ha colpevolmente emarginato, ma lo stesso messaggio racchiuso nel testo.     

Così abbiamo film ambientati nel Medioevo dove le donne sono guerriere eccezionali o fanno parte della mitica Tavola Rotonda di Artù, e saltando i secoli troviamo in una serie ‘gialla’, ambientata all’inizio del secolo scorso, donne medico legale alle prese con autopsie, quando ancora le donne non potevano iscriversi a medicina o trovarle detective, ma i casi da citare sono tanti e il lettore certamente ne avrà individuati molti altri, così, anche se l’intento può essere buono, come togliere, ad esempio, la donna dal ‘ghetto casalingo’, se ne falsa però la realtà storica confondendo la verità con la finzione scenica.

Continuando ad adattare e a falsificare le storie si esagera e si sviliscono anche vicende tragiche, ad esempio la schiavitù, come nella serie televisiva di successo The Gilded Age (L’età dell’oro) che svaluta il tema della questione razziale nell’America dell’’800, una tragedia che non finisce certo con la Guerra di Secessione, ma che continua, purtroppo, ancora ai giorni nostri.

Prima di inoltrarci nel racconto, tracciamo brevemente la situazione storica.

Molti afroamericani, dopo la guerra tra nordisti e sudisti, dovettero lasciare gli Stati del Sud, nonostante l’affrancamento dalla schiavitù, alla ricerca di un po’ di benessere, ma anche per avere riconosciuti i loro diritti e non finire ammazzati da gruppi di facinorosi bianchi.

Peccato che nel democratico Nord dovettero subire ugualmente discriminazioni, lotte razziali, ma soprattutto scontri con i bianchi più poveri che si sentivano defraudati dai nuovi arrivati che accettavano il lavoro a paghe assai più basse, alimentando odi, rancori e violenza di cui New York ne fu il teatro violento per molti anni.

In The Gilded Age la storia si svolge proprio in questo periodo assai turbolento, ma viene rappresento il quartiere nero di Brooklyn, dove si svolge parte del racconto, non un luogo di emarginazione e di denuncia di come vivevano queste persone, ma come una zona borghese dove si discute in maniera intellettuale, come se fossimo ai giorni nostri, sui temi dell’emancipazione nera, non dando il giusto rilievo alla lotta titanica che dovettero affrontare queste persone di colore passando dalla schiavitù allo sfruttamento sul lavoro, altro che dibattito culturale sull’emarginazione.

Ma se questo ci lascia l’amaro in bocca per come vengono trattate storie drammatiche, in un’altra serie televisiva, The Brigderton, il falso storico è non solo assurdo, ma anche macchiettistico, ambientato in una cornice storica tra il XVIII e il XIX secolo.

Con una labilissima e fantasiosa traccia assai dubbia sulla sua origine nord africana della regina d’Inghilterra, Carlotta di Meclemburgo-Strelitz emoglie del re Giorgio II, considerata, tra l’altro, una delle più belle donne del suo tempo, e facendo delle sue pseudo origini la trama centrale del racconto.

Si diceva che avesse, appunto, ascendenze berbere almeno secondo le indagini di un certo Mario de Valdes, che studiando le linee genealogiche della nobile famiglia era riuscito a risalire ad una sua antenata portoghese del XV secolo, da questa tenue traccia si sviluppa però tutta la trama del serial televisivo Brigderton, ambientato in un’Inghilterra dove vigeva ancora, ricordiamolo, la tratta degli schiavi.

La serie è inserita nel periodo della storia inglese chiamata l’Età della Reggenza che copre il decennio dal 1811 al 1820 e prende il nome proprio dalla reggenza del Principe di Galles, assurto al potere quando il padre, Giorgio III, venne riconosciuto inabile, il tutto raccontato in modo del tutto inattendibile sul piano storico.

Gli anni di questo regno furono segnati dalla vittoria britannica contro Napoleone e da un clima culturale particolarmente vivace, oltre che dagli smodati eccessi dell’aristocrazia, incoraggiati proprio dal Principe Reggente stesso.

In questo ambito emerge la figura della regina Carlotta, interpretata per la televisione da una attrice di colore e, addirittura, nella seconda serie troviamo al centro della storia due principesse, anch’esse di colore, ma di origine indiana, al centro dell’allora gossip di corte, insomma, un vero pastrocchio storico-culturale, dimenticando cosa sia stata l’India, come del resto le altre colonie, per gli inglesi e come quest’ultimi non avrebbero mai potuto accettare, specie in quell’epoca, persone di colore nel loro ambiente aristocratico.

Il risultato di questa rivisitazione storica è di stravolgere i fatti, nonostante gli intenti di voler combattere il razzismo, ma il risultato è di nascondere però le vere condizioni assai tragiche di popoli e minoranze che hanno a lungo vissuto quei periodi della storia nella miseria non solo economica, ma anche morale.

La storia, nel bene come nel male non possiamo cambiarla a nostro piacimento anche se animati da buone intenzioni.

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