La sindrome del … Titanic

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Equilibrismi, galleggiamenti, decidere di non decidere i mali odierni

Uno sguardo passionato al dibattito nazionale, nel quadro più ampio del periodo storico che si sta vivendo con forti minacce per la stabilità mondiale, di un mondo che ha bisogno ma forse ancora non ricerca un nuovo equilibrio, ci restituisce un quadro da vertigine, da maionese impazzita.

Il titolo che abbiano scelto è certo forte, fa riferimento ad una tragedia, ma in quella tragedia vi è il senso perverso di quello che accade. Il grande transatlantico sta andando dritto, nella nebbia, contro l’iceberg che metterà fine alla sua storia, ma nei saloni pieni di arredi scintillanti un’umanità ignara continua la sua festa ignara del destino in arrivo.

La nostra quotidianità non è certo scintillante, ma quel che si vorrebbe difendere dai tornanti della storia è certamente quello che siamo o vorremmo essere. Per ottenere questo risultato occorre guardare a quanto accade, oggi tenendo accesi i radar non soltanto quelli tecnici, ma quelli prospettici. Quello che si avverte e che si vede ogni giorno è un impasto drammatico di noncuranza, di egocentrismo, di orizzonte minimo dell’oggi e pure del domani, con l’occhio alle minuzie mentre il mondo cambia irreparabilmente e sarà molto diverso da quello che pensiamo ora.

Il risorgere dei nostri problemi particolari fa ormai da padrone nelle cronache informative, la guerra sembra relegata ad una necessaria attenzione, ma intanto dobbiamo occuparci delle prossime amministrative, dei rinnovi vari in arrivo in ogni campo, di riposizionamenti (orribile vocabolo che nasconde il trasformismo nazionale). Neppure la prospettiva delle elezioni politiche del prossimo anno con la diminuzione drastica dei parlamentari, in sé una piccola rivoluzione, sembra interessare più di tanto come se andare in quella direzione fosse un default tecnico, non un cambiamento profondo che investirà il senso stesso della rappresentanza politica.

La disattenzione è massima, l’unico elemento che importa sottolineare è la diminuzione dei parlamentari, la finalmente riduzione della casta. Non quello che accadrà nel paese a tutti i livelli in relazione a questo passaggio che in altri tempi sarebbe stato osannato come epocale e via dicendo con ogni genere di aggettivi rutilanti di contorno. Come sempre ci avviamo ad elezioni amministrative che dovranno necessariamente essere “storiche” per le indicazioni che daranno, a referendum che dovrebbero modificare la giustizia imponendo riforme che non sembrano arrivare mai. Questo il quadro desolante nel quale si parla di alleanze elettorali, di scenario, tattiche, di maggioranze possibili e via dicendo con tutto l’armamentario di sempre.

Sullo sfondo, e neppure tanto, la guerra in Ucraina, ma soprattutto la frattura che essa ha provocato nel tessuto dei rapporti internazionali, nelle alleanze, nelle collaborazioni economiche. Tutto questo sta lì, ci gira intorno vorticosamente ma quasi sembra non interessarci! Tanto la guerra sarà lì anche dopo le amministrative e anche dopo i referendum. 

Ecco perché il dibattito su di essa viene piegato senza troppi complimenti all’interesse del momento. Sostenere lo sforzo del paese e delle istituzioni europee a fianco di una nazione, di un popolo aggredito senza mezzi termini, diviene mezzo di scambio dell’oggi. Essere a favore dell’invio delle armi o contro viene visto come elemento che potrebbe portare consensi in una direzione o nell’altra. La confusione peraltro è massima anche negli stessi schieramenti.

A sinistra il Pd appare fermo nel sostegno al governo anche in tema di aiuti a Kiev, ma sul territorio deve sperimentare quel campo largo che Letta ha indicato in teoria, ma che in pratica si scontra ogni giorno con l’insussistenza della galassia grillina, ormai allo stadio terminale, dove nessuno sembra controllare alcunché e dove ogni occasione è buona per ritornare al sentimento del vaffa, della contrarietà a tutto. Una ben strana alleanza possibile, o forse probabile, certamente non fausta.

Sul fronte opposto, si perdoni il termine militare, lo sguardo è ancor più drammatico. Ogni giorno si parla di alleanza, di unità per andare al governo. Ma per il partito dell’ex cavaliere vale ancora la battaglia per la sopravvivenza e le sue contorsioni sia interne che esterne. Per la Lega è invece in atto una metamorfosi tra quello che si vorrebbe che fosse e quello che realmente è con le inevitabili divisioni tra centro e periferia, tra governo e partito e via dicendo. Abbiamo poi Fratelli d’Italia che sta cercando di monetizzare la sua opposizione dura e pura, ma che senza alleanze con gli altri due soggetti di area difficilmente può pensare di avere un ruolo trainante nel territorio, e in prospettiva nel discorso di una possibile governabilità futura.

Tutto questo porta a vedere un viaggio periglioso, nella nebbia e nei bagliori bellici all’orizzonte che non sembra avere una rotta, ma che per certo ha di fronte un iceberg fatto di decisioni che non possono essere frutto di slogan o di parole d’ordine del momento ma di un reale e comprensibile disegno, del quale non sembra esserci ombra.

Speriamo che all’ultimo momento, come nella migliore tradizione lo “stellone” ci faccia evitare l’ostacolo!

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