Instabilità

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È tutta evidenza che la parola scelta non sia altro che la fotografia puntuale di uno stato d’animo diffuso ma anche di una reale condizione dell’umanità di oggi e della situazione internazionale. Quindi si potrebbe dire che parlare di instabilità possa apparire ovvio, scontato, quasi stucchevole. Come se nella normale condizione l’umanità abbia vissuto nel suo esatto contrario.

Il vocabolo indica – la definizione come sempre nel dizionario emerge quasi naturale – l’essere instabile, qualità o condizione di ciò che manca di stabilità. Può riguardare l’equilibrio sia fisico che mentale, una situazione o una condizione, la sorte di ognuno, la situazione di mercato economico e finanziario, la politica e le sue propaggini, le condizioni meteorologiche. In buona sostanza, una sola parola investe e delinea un vero e proprio universo mostrando la sua versatilità e la sua onnicomprensività.

In sociologia, ad esempio se ne parla nelle difficoltà di una collettività, più in generale della condizione instabile, che appare indicativa e propria delle società moderne, dovuta soprattutto alla rapidità del progresso e ai conflitti individuali e sociali che ne derivano. Accade che essa pervada non solo le società democratiche e liberali ma che se ne riscontrino segnali anche laddove meno ci si attenderebbe, in quelle compagini sociali e in quei sistemi di governo dove la figura dell’individuo costituisce una espressione geografica ma non un soggetto di diritti e di doveri per la comunità di riferimento.

Esiste poi una delineazione della parola come tendenza a cambiare facilmente idea, umore, sentimenti. Se ne fa riferimento per il carattere, per l’umore; la si accosta ai propositi che si fanno e si vorrebbero attuare. In particolare, in psicologia, se ne fa riferimento riguardo agli aspetti di emotività, dove essa diviene anomalia del carattere contraddistinta da frequenti cambiamenti di tono e di intensità nelle emozioni.

Come si vede dal dizionario ci arrivano indicazioni preziose che come sempre trasferite nella realtà ci aiutano a capire qualcosa ma spesso ci immettono in dubbi ed ”instabilità” successive.

Condizioni di instabilità, dunque! Se volgiamo lo sguardo intorno a noi, vicino o più lontano, possiamo dire che c’è solo l’imbarazzo della scelta! L’instabilità, come il dubbio potremmo dire, fa parte della vita della specie umana costretta a misurare e comprendere piuttosto che a vivere. Grande dono, certo quello della coscienza e del libero arbitrio, ma anche a volte letto di Procuste dove siamo costretti a rannicchiare le nostre potenzialità.

Tutto intorno a noi è incerto, effimero, labile se si escludono alcuni reperti di antiche civiltà che stanno sfidando millenni e secoli, ma che esse stesse testimoniano quei loro artefici che non ci sono più e portano i segni del tempo. La specie umana, impari di fronte alla potenza della natura, spinta da questa incertezza ed instabilità, ha saputo creare condizioni di vita incomparabili rispetto a pochi secoli fa, sfruttando le proprie capacità mentali, la manualità e via dicendo. Eppure, più ci allunghiamo su questa lunghezza d’onda, più riteniamo di riuscire almeno in parte a domare la natura, più ci troviamo di fronte a dubbi, ad incertezze, ad instabilità.

Questa sarebbe la normale condizione umana da tempo immemorabile vissuta in ogni tempo con coraggio, determinazione, fatalità. Quello che però oggi, in questo terzo millennio nel suo primo vero tornante, si manifesta è quella immarcescibile qualità negativa che ha prodotto sfascio, distruzione, morte, negazione dell’altro. Per questo quanto sta accadendo in modo eclatante in Ucraina, ma che in molte parti del globo è in corso in modo strisciante, è quella ferinità, quella spinta negativa dell’umanità che ne fa emergere i lati peggiori, la violenza, l’oppressione, la sopraffazione. A nulla vale cercare di capire le ragioni di chi attacca essendo esse costruite ad arte per far perdere tempo a chi le analizza e vorrebbe scorgere in esse spiragli di soluzione.

Come sempre la violenza lucida e cieca al tempo stesso avvolge e travalica persino il suo autore rendendolo prigioniero di un incubo (a lui gabellato da uno scenario dai troppi corifei, cortigiani e potenziali traditori). Intanto, tra loro gli uomini si uccidono chi per aggressione, chi per reazione ad essa, in un “tripudio” di orrore, di sangue, di scempio insano della vita. La guerra è una cosa terribilmente seria per lasciarla in mano agli uomini, potremmo dire, perché una volta scoppiata, una volta condotta senza pietà in avanti è difficile da fermare. Ipocrita naturalmente il concetto in voga che non bisogna dare armi a chi si difende perché così si metterebbe fine al conflitto. Indegno solo sottolinearlo e farne strumento di lotta politica.

Augurare a costoro di trovarsi invasi da folli assassini per vederli alle prese con l’atroce dilemma, difendersi o arrendersi, sarebbe semplice e quasi “divertente” immaginando le mille motivazioni che addurrebbero per sostenere la loro necessità di opporsi alla violenza e con tutti i mezzi possibili. Anime belle per le quali vale il concetto che “finché non mi tocca da vicino posso filosofare. Quando mi arriva addosso occorre agire” e soprattutto gli altri devono capire quello che se lontani dal fronte si ostinano a negare a chi difende: un aiuto subito e senza cavilli!     

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