Carestia

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È un termine che solo a pronunciarlo richiama alla mente e al cuore il senso di profonda incertezza e tragicità che ne accompagna il verificarsi. Nell’antichità era talmente temuto che ci si propiziava gli dèi, in tutte le culture e forme religiose, per contenerne gli effetti o cercare di annullarne il peso. Accanto alle pestilenze, a quelle che oggi chiameremmo pandemie è certamente qualcosa che riccorrendo nella storia dell’umanità ne segna e ne ha segnato intere ere, secoli modificando e inducendo grandi rivolgimenti sociali.

Parliamo di carestia. Seguendo il dizionario, sappiamo che è un vocabolo che in latino è sostantivo derivante attraverso il participio passato “carestum” dal verbo “carere”, ovvero mancare. Per capirci, quando usiamo l’aggettivo carente stiamo impiegando il senso vero e proprio della parola. In generale si indica con essa la grande scarsezza di qualcosa, soprattutto in tema di derrate alimentari, ovvero di viveri, oppure di qualsiasi altro bene la cui carenza diviene problematica e di soluzione difficile. La carestia può riguardare allora la legna intesa come mezzo di combustione, i combustibili fossili, oppure l’olio. A volte in senso figurato ci si riferisce alla mancanza di persone, oneste, competenti e utili alla comunità.

 Il significato particolare e il più usato riguarda come dicevamo la mancanza o la scarsità grave di derrate alimentari, soprattutto di cereali. Una evenzienza che può essere dovuta a cause naturali (siccità, piogge, grandine, gelo, insetti, locuste, pestilenze, ecc.) o a guerre, rivoluzioni, errori economici con conseguente incremento della mortalità dell’intera popolazione dell’area colpita, o di particolari gruppi all’interno di essa. Sempre il dizionario ci dice che tra le principali cause ricorrono siccità, inondazioni, epidemie, malattie di piante e animali, guerre.

L’evoluzione economica e sociale moderna – ci sovviene ancora l’analisi dell’enciclopedia – ha reso meno pesanti e frequenti le carestie, soprattutto permettendo, con gli scambi e gli aiuti, compensazioni tra annate favorevoli e sfavorevoli e tra paese e paese. Le carestie possono essere ancora oggi determinate, tuttavia, dalla insufficienza dei collegamenti geografici o dei mezzi di trasporto, dalla presenza di larghi strati della popolazione che vivono già di norma vicini ai livelli di sussistenza, o dalla forte dipendenza da particolari condizioni climatiche. Se in Europa le ultime datano intorno al 1930 (in URSS ad esempio, con il corollario tragico per il popolo ucraino affamato da Stalin), nei paesi extraeuropei esse si sono verificate anche nella seconda metà del XX° secolo, come in Cina (1958-61); in Etiopia, 1973 e 1984; in Bangladesh, 1974; in Sudan, 1998). Il pericolo icombente di fenomeni simili è sempre presente in quelle aree, come il Sahel in Africa a rischio costante di desertificazione e di forte dimunzione o crisi delle aree coltivabili. Fenomeno questo che sembra da correlarsi anche all’industrializzazione forzata e forsennata. Un atteggiamento umano potenzialmente suicida se si pensa che il settore primario, quello dell’alimentazione, è sempre stato il fondamento delle altre evoluzioni economiche e, detto in parola semplici, se non ci alimentiamo rischiamo la morte e lo scontro con i nostri simili, non appena la caranza di cibo si manifesta in modo grave.

Occorre ricordare che molte delle cosiddette primavere arabe sono scoppiate per motivi legati al settore alimentare sia come carenza di beni, sia comne strumentalizzazione di questa carenza. E la storia sembra non aiutare a comprendere e ad eliminare le casue di questi fenomeni sociali estremi. 

L’analisi economica delle carestie ha avuto un importante contributo dalla ricerca del premio Nobel per l’economia A.K. Sen. Secondo la sua analisi il calo, anche drastico, della produzione alimentare non fornisce una spiegazione soddisfacente delle carestie in genere, in un’economia di scambio. Ciò che invece è sempre determinante è il collasso dei ‘titoli di scambio’, le opportunità offerte dal mercato a un individuo di scambiare merci con cibo. La perdita di tali titoli da parte di uno o più gruppi occupazionali può generare, come si è verificato in Bangladesh nel 1974, uno stato di carestia anche in assenza di una diminuzione della disponibilità alimentare. Incentivi economici che facciano crescere produzione e reddito e incentivi politici forniti dalla democrazia, come l’esistenza di partiti d’opposizione che possano mettere sotto accusa il governo e di una libera informazione, hanno un ruolo importante nel prevenire e contrastare le carestie, queste le conclusioni del premio Nobel.

Come sempre, spiegazione delle parole ed analisi di ciò che esse indicano e dei valori o disvalori che con esse si manifestano, ci aiuta solo in parte ma consente di capire se tali fenomeni possono essere indotti da comportamenti umani e non soltanto da eventi naturali. È caso più recente delle preoccupazioni mondiali di Onu, Fao, Oms sui possibili effetti di carenza di cereali indotti dall’invasione e dalla guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina, entrambi paesi produttori ed esportatori di grano soprattutto verso i paesi più poveri e dunque maggiormente esposti.

La sensazione forte è quella di una possibile carestia indotta, monitorata persino sui mezzi di informazione che seguono l’evento bellico e il pericolo che il rubinetto dei cereali possa essere utilizzato per veri e propri ricatti o come arma di guerra. Una iattura per tutta l’umanità e non solo per i paesi in cui lo scontro è in atto.

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