Cuneo

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Un termine a suo modo misterioso si aggira per le nostre giornate e ci interroga soprattutto per sapere di che cosa si tratta. Tutti spesso mostrano di non avere dubbi sul suo significato e su cosa si intenda con esso. Ad un più approfondito esame però si scorge la sottile sostanza di conoscenza del termine, impiegato più per sintesi concettuale o per far mostra di non avere necessità di ulteriori spiegazioni. Fatto sta che la parola in questione è divenuta quasi un sogno notturno, un incubo con il quale sembriamo destinati a convivere. Come sempre allora cerchiamo di disvelare il suo significato e le sue implicazioni.

Parliamo allora di cuneo. La prima cosa da fare è sgombrare il campo da equivoci. Non stiamo parlando della simpatica e operosa città piemontese capoluogo della cosiddetta “provincia granda”, ovvero la più estesa della regione.  

Seguendo allora come Dante seguiva Virgilio, approfondiamo cosa ci dice il dizionario. Il primo significato che ci viene indicato è quello di “macchina semplice costituita da un prisma a sezione triangolare, per lo più isoscele, di materiale duro, sulla cui base o testa viene esercitata una forte pressione (per esempio, con un martello) in modo da poter introdurre il taglio o spigolo nel corpo da spaccare (sono cunei, pensiamo agli scalpelli). Si usano dunque espressioni conseguenti del tipo spaccare un tronco con un cuneo d’acciaio.

Ancora con il termine si indica l’organo o elemento fatto a forma di cuneo e che agisce per gli stessi principî meccanici. In particolare, prisma a sezione triangolare che in una macchina serve per contrastare e fissare parti mobili e in alcuni casi anche per regolare, con opportuni dispositivi accessori, la distanza tra parti della macchina medesima. In architettura, con questa parola si descrive l’elemento dell’arco, costituito da un blocco di pietra con due facce convergenti sull’asse dell’intradosso, le quali formano la superficie di combaciamento e di contrasto con le analoghe facce degli elementi contigui.

In quella sorta di santuario della stampa che fu, la tipografia, si indica ciascuno dei pezzi di legno o di ferro, in forma di cuneo allungato, che venivano usati a coppie per serrare la forma contro il telaio sul piano del torchio tipografico ed erano stretti battendoli col martello (oggi sostituiti dalle serrature o serraforme). In questo settore si parla di cuneo del grigio indicando il blocchetto di lega tipografica con la parte stampante piana ma inclinata in modo da ottenere un passaggio graduale di colore dal nero al bianco. 

Se passiamo ad altri significati, purtroppo di attualità in questa stagione, abbiamo il cuneo di mira, ossia un rudimentale congegno di puntamento delle artiglierie, consistente in un cuneo di legno che si poneva sotto la culatta dell’arma per abbassarne o alzarne la volata. Ma esiste anche il cuneo ottico, la lastrina di vetro grigio, di spessore variabile, a forma di cuneo, oppure di spessore costante ma con diverso grado di annerimento nel senso della lunghezza, usata in ottica per determinazioni di trasparenza e per misurazioni sensitometriche. 

Ad un certo punto di questa disamina il dizionario sembra alzare le mani, parlando di nome di varie cose aventi forma o disposizione di cuneo. Ovvero sembra quasi che la parola si spieghi o debba farlo da sé. Nel teatro e nell’anfiteatro romano, era ad esempio ognuno dei settori in cui la cavea era divisa dalle scale, stretti in basso e via via allargantisi in alto. Come formazione tattica di reparti militari, disposti a triangolo con la punta rivolta verso lo schieramento nemico. Oppure nel linguaggio medico si ricorda la vertebra a cuneo, particolare tipo di deformazione di una vertebra, caratterizzata dall’appiattimento della porzione anteriore del corpo vertebrale.

Tutto chiaro, dunque. Potremmo dire sì ma fino ad un certo punto e che il cuneo della difficoltà si insinua facilmente. E veniamo alla croce dei nostri tempi, quella che ci accompagna ogni giorno o quasi e che da decenni sembra la pietra filosofale ma della quale sembra non si trovi mai la quadra: il cuneo fiscale! Con esso si indica la differenza tra il costo del lavoro sostenuto da un’impresa e il salario (o lo stipendio) ricevuto in busta paga dal lavoratore dipendente. La sensazione quasi epidermica è che più si accentua il cuneo e più la disponibilità di ognuno di noi in termini economici diviene minore e in difficoltà. È evidente infatti che se si eleva il costo del lavoro (praticamente una costante di questi decenni, allo stesso tempo per una semplice regola di equilibrio economico si allarga la forbice con le retribuzioni di chi lavora. Ovvero in termini più semplici più aumenta il costo del lavoro meno arriva in tasca al lavoratore!

Il vero dilemma è sul che fare di fronte a questa sfida. Assistiamo così a una singolar tenzone tra opposti e tra incomprensioni. Se le retribuzioni costano di più al datore di lavoro che per conseguenza deprime le retribuzioni abbiamo la formula per il malcontento sociale. Se viceversa alleggeriamo il peso del fisco sul costo del lavoro per gli imprenditori (una sorta di araba fenice) si deprimono le entrate fiscali e il conseguente utilizzi in direzione welfare. Allo stesso tempo solo in qualche caso sporadico le retribuzioni aumentano realmente. Ecco allora il vero cuneo e la sensazione del suo danno! In questo labirinto dalle chiare indicazioni per poterne uscire ma allo stesso tempo confuse e incomprensibili sta la nostra attuale condizione. Ognuno ha le sue ragioni e dunque nessuno ha ragione!

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