Tsunami Internet, capitolo XIV

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Gli Alchimisti

Da anni Hiroshi Ekko non atterrava più a Los Angeles. “Città maledetta – pensava – prima o poi verrà sconquassata da uno tsunami e si inabisserà nel Pacifico”. E intanto, dall’oblò, osservava dall’alto la sua immensa distesa. “Fradicia metropoli sull’orlo dell’inevitabile Big One“- borbottò fra sé.

Hiroshi non l’amava più. Era assolutamente evidente.

Uscì intorpidito dalla pancia del grande Jumbo Jet e, dopo le formalità doganali, si ritrovò, in un luminoso mattino d’estate, al recupero bagagli, insieme a tutti gli altri arrivati da Tokyo.

“Quale è il motivo della sua visita, Sir?” – gli aveva chiesto una grassa, baffuta ispanica al varco passaporti.

“Vacanze” aveva risposto automaticamente mentre lei, distrattamente, verificava qualcosa sul computer .

Ma non era proprio così!

Due settimane prima aveva ricevuto una telefonata da Andy Gung, un suo ex compagno della UCLA University.

“Hiroshi“– gli aveva detto Andy, con un tono talmente fermo da agitargli il cuore – “è giunto il momento! Sono passati 20 anni da quando Armstrong e Aldrin passeggiarono sulla Luna. Ti ricordi il nostro accordo? “

“Si, certamente” – aveva soffiato l’orientale nel microfono – “come potrei non ricordare?”

“Bene. Dobbiamo incontrarci. Gli altri sono già stati avvertiti. Ti aspettiamo “

“Quando e dove è la riunione ? “

“Ci vediamo sabato al Grafton On Sunset , West Hollywood. All’aeroporto vai alla ABC Rent, troverai una limousine con autista prenotata a tuo nome. Mi raccomando Hiroshi, devi esserci. “

“Ci sarò Andy, sta tranquillo. Mi annoio così tanto qui .“

Era il 24 luglio 1989.

Hiroshi si accomodò sui sedili posteriori della Lincoln bianca tirata a lucido e, nel tragitto verso Sunset Boulevard, guardò la sterminata città come se la vedesse per la prima volta. Pensò che fosse l’effetto del jet lag. Ma non era solo quello il motivo. Era veramente cambiato tutto.

Niente era più come quando, a bordo della sua vecchia Volkswagen arancione, si muoveva nella chiassosa metropoli della fine anni 60. Anche la luce, eccezionale, che rimbalzava dallo specchio dell’oceano verso la sommità dei grattacieli , appariva più opaca . “Pollution“ pensò “hanno solo fatto finta di eliminarla …”

In quelle passate stagioni della sua vita studiava economia e business administration all’Università. Divideva una stanza con Andy, cercava sé stesso, l’amore e la Verità.

Ripensò con nostalgia ai vecchi amici, al Peace and Flowers Movement , ai joint di maryuana nel campus della UCLA, agli acidi presi in riva all’oceano, alle passioni del cuore e alle delusioni, ai viaggi in autostop verso il Messico con Janet . Al loro lungo straziante addio dopo il party per la laurea.

Poi era tutto cambiato. Con in tasca il suo dottorato, era tornato in Giappone, s’era sposato, aveva avuto due figli, aveva fatto carriera in una grande banca … ma non aveva dimenticato il giuramento … e neanche la ricerca della Verità.

“Noi cambieremo il mondo”, avevano giurato in coro il 24 luglio del 1969, la sera dello sbarco sulla Luna. “Tra 20 anni ci rincontreremo qui per cambiare il mondo”, si erano detti: lui, Andy e gli altri del loro corso di laurea. E quel momento era giunto.

L’Hotel Grafton on Sunset apparve alla sua destra e Hiroshi interruppe il languido, struggente corso dei ricordi. L’edificio era l’ex Park Sunset Hotel, oggi restaurato con la facciata in stile spagnolo.

Al ricevimento il portiere gli diede una busta. Hiroshi non riuscì a trattenersi e l’aprì in ascensore . C’era una lista di nomi. Tutti vecchi amici, tutti ex laureati nel suo corso. Tutti avevano formulato con lui il giuramento … e tutti stavano arrivando, o erano già arrivati.

Ogni nome era seguito da una sigla che corrispondeva alla banca nella quale oggi lavorava “il vecchio amico … il fratello cosmico”.

Patrick Finch da Londra; Hank De Wildt da Amsterdam; Serge Delourme da Parigi; Christian Charrue da Ginevra; Gerhard Hosfeld da Francoforte; Paul Gardner da Toronto; Keiko Kondo da Honk Kong ; Ofer Uzrad da Tel Aviv . E c’erano poi tre vecchi amici che non s’erano mai mossi dagli Stati Uniti: John Gillmore da Boston; Dom Gotti da New York e Andy Gung da Los Angeles. In tutto 12, lui compreso. Una squadra, la cui età media oscillava tra i 45 e i 47 anni. Insieme all’università avevano fatto di tutto in quei ruggenti anni 60 … di tutto, e talvolta anche di più.

Quei 12 comunque non s’erano incontrati per caso neanche 20 anni prima. Erano stati selezionati nelle loro famiglie d’origine sulla base di antichi, oscuri legami di appartenenza ad una casta planetaria nella quale si tramandavano, di padre in figlio, conoscenze che non venivano mai discusse pubblicamente. Ognuno di loro, sin dai primi anni dell’infanzia, aveva ricevuto informazioni riservate, era stato addestrato al mantenimento del segreto e all’uso di discreti segnali di riconoscimento. Ognuno era stato destinato ad agire in una certa area delle attività umane, all’interno di una squadra costituita da 12 persone, tra le quali veniva nominato un indiscusso leader a vita che formulava le strategie e impartiva gli ordini.

La notte dell’allunaggio i membri della sua squadra avevano votato Andy Gung: disinvolto dandy californiano, surfista proprietario di una Mustang gialla, futuro erede della Gung Inc. Assicurazioni, il quale aveva assunto la responsabilità del comando. E in tal modo gli avevano anche conferito la facoltà di rappresentarli e mantenere rapporti con altre 11 squadre, simili alla loro, che agivano nel Tempo e nello Spazio, nella Geografia e nella Storia del Pianeta Terra.

Ora dovevano “cambiare il mondo”.

Nella quiete irreale della sua stanza insonorizzata, dopo aver dato un’occhiata al contenuto del frigo bar, Hiroshi tentò alcuni antichi esercizi di rilassamento, volti a raggiungere il vuoto mentale. Respirò a lungo in maniera ordinata fissando un punto immaginario al centro di una parete bianca, cercò di cogliere con attenzione quella minima sensazione di attrito con le narici che provoca l’aria quando viene inalata consapevolmente, ma non riuscì a trovare il necessario distacco da quella situazione. La sentiva incombere sulla totalità del suo essere e percepiva quell’appuntamento come tragico, ineluttabile. Alcuni dei suoi neuroni continuavano a vibrare sospettosi. La sudorazione delle mani, non ostante le pratiche di relax, rimase eccessiva. “Il jet lag” – pensò, immediatamente prima di cadere in un agitato brevissimo sonno.

Quella sera in una sala riservata del Grafton ci fu una cena memorabile. Ostriche, champagne, caviale iraniano, aragoste, risotto al tartufo, vino rosso californiano, sorbetti al Gran Marnier, whisky, vodka, grappa, ananas, mango e papaya. Caffè, tè, infusioni. Sigari e cocaina.

La polvere bianca, portata da Dom Gotti, grasso delfino di una potente famiglia mafiosa, apparve prima discretamente in bagno, poi direttamente sulla mensa e Gerhard si divertì a stendere lunghe linee su un piatto d’argento, evocando quegli anni 30 durante i quali suo nonno la raffinava nei laboratori della Bayer al servizio del Terzo Reich.

“Quella sì che era roba buona, mica questa merda colombiana tagliata dai messicani” – borbottava badando di non farsi sentire da Dom. “In casa Hosfeld, i membri della mia famiglia hanno sempre tirato il meglio … tanta e buona era il motto. Lo facevano dovunque: a teatro, al ristorante, perfino a messa prima della comunione … era tutto legale.”

Baci, pacche sulle spalle, abbracci, frizzi e lazzi. Barzellette sulla Regina d’Inghilterra, il Papa, il Presidente degli Stati Uniti, Fidel Castro e la Banda dei Quattro, Lech Walesa e Gorbaciov. Fotografie di matrimoni e mogli, ex mogli, amanti, figli, figlie e nipotini in fasce. Racconti sui divorzi. Fotografie di safari, campi di golf, regate oceaniche, automobili, mongolfiere, jet personali, case nel verde e in montagna, piscine, interni di case di città. Storie di investimenti e rendimenti, profitti e percentuali … molti numeri, al rialzo, al ribasso. Bilanci truccati, società offshore, paradisi fiscali. Multinazionali finanziarie, banche d’affari, venture capital, libera circolazione di qualsiasi merce, cenni sulla globalizzazione e la rivoluzione digitale. Microchip, cavi transoceanici e satelliti geostazionari. Cravatte, belle scarpe, sarti da consigliare, studi legali e dentisti da evitare.

Questi gli argomenti affrontati durante la festa tra un brindisi e l’altro.

Un trionfo di passato prossimo fortunato. Un po’ di “com’eravamo”, molto “come siamo e come saremo”. Affanculo il Vietnam e Che Guevara, le minoranze, le diversità culturali: sta per finire la guerra fredda, bisogna “normalizzare i mercati”, conquistare posizioni dominanti nei settori strategici.

“Ragazzi – esordì a un certo punto Andy Gung con un bicchiere di Calvados in mano, mentre Keiko chiedeva l’attenzione facendo tintinnare un cucchiaino contro una bottiglia.

Lentamente il brusio del concitato chiacchericcio si chetò – “Ragazzi! – fece una lenta commossa pausa durante la quale Richard starnutì, Serge tossicchiò e Dom si aggiustò sulla sedia facendola scricchiolare sotto il peso dei suoi 120 chili.

“ Perché noi siamo ancora gli stessi ragazzi di sempre … nooo? Gli stessi che giurarono 20 anni fa di cambiare il mondo … o no?”

“Siiiiiiiii! – gli risposero in coro – noi cambieremo il mondo!”

“Bene – riprese Andy – molto bene. Grazie per essere venuti, vedo che ci siamo ancora tutti e che siamo in buona salute, per cui: veniamo subito al sodo. È inutile spiegarvi per chi lavoreremo: noi siamo, come sempre, al servizio della Storia. La Storia non è la realizzazione di un Idea politica, non è il trionfo del Bene o del Male, di una visione economica o di un’altra, di un’interpretazione teologica o religiosa migliore di un’altra . La Storia è la verifica dell’inevitabile. Una verifica che si effettua al di là del bipolo morale-immorale. Una verifica che necessita di azioni a-morali. Noi non c’eravamo incontrati per caso, non c’eravamo uniti per caso, non abbiamo giurato per caso di cambiare il mondo. Noi – inspirò profondamente – noi, semplicemente LO DOBBIAMO FARE. Noi non siamo migliori degli altri, ma non abbiamo bisogno di consenso, noi siamo l’Effetto della Causa originaria, noi rispondiamo alla nostra natura profonda, noi assecondiamo il nostro DNA – fece un’altra pausa e riprese ormai certo di avere tutta l’attenzione che gli serviva – … i musicisti hanno a disposizione le note, i pittori i colori, gli scrittori le parole, i fisici e i chimici la materia inorganica; i biogenetici la materia organica, i militari dispongono delle armi, i politici impastano e rimpastano le norme … e così via. Bene – continuò schiarendosi la voce – ognuno di noi occupa oggi una posizione di grande prestigio in una banca che svolge operazioni su scala planetaria, noi dunque abbiamo a disposizione il Denaro … e quindi ciò che esso ha da sempre rappresentato: il Valore di Scambio, la misura della ricchezza e del Potere”.

Dopo quest’ultima affermazione Andy tacque, stirò le mascelle e mosse la testa in tondo come se avesse bisogno di sgranchire i muscoli del collo. E certamente ne aveva bisogno.

Si era preparato a questo incontro meticolosamente per mesi e mesi. Si era allenato di fronte allo specchio e di fronte alla videocamera. Aveva sentito e risentito le sue parole registrate mettendo a punto i toni e le pause. Ora doveva, fortemente DOVEVA, gestire e far valere la leadership. Doveva convincerli e metterli al lavoro per raggiungere gli obiettivi che aveva concordato con gli altri 11 capisquadra. E in particolare con quelli di cibo, energia, trasporti, salute, comunicazione, biogenetica e spazio.

Il suo sguardo, molto lentamente, disegnando un ovale, incontrò lo sguardo degli altri 11. I suoi occhi ispezionarono per un microsecondo le pupille di ognuno alla ricerca di una muta verifica. Quando si ritenne soddisfatto continuò passando da un tono trionfalistico ad uno più pacato e realistico.

“Si, lo so, quel denaro non è nostro, bisogna fare i conti con i Consigli d’Amministrazione, con gli azionisti, con i collegi dei revisori, eccetera eccetera, ma … intanto, molti di noi hanno facoltà di utilizzare questo denaro, di indirizzare gli investimenti, di suggerire opportunità di guadagno. Insomma fratelli … noi possiamo far suonare il denaro, far sparare il denaro, possiamo trasformarlo in potere politico al momento delle elezioni, in cibo, acqua potabile, vestiti, case, energia, medicinali, felicità o infelicità. Noi, grazie al denaro, possiamo cambiare il mondo. Soprattutto noi con il denaro possiamo creare il denaro.” Fece un lungo respiro e poi continuò: “Dimenticate tutte le stronzate sul denaro “atomico”: la massa monetaria, il controvalore, i giacimenti aurei, le materie prime, il Prodotto Interno Lordo … dimenticate le frontiere del denaro, l’oscillazione delle valute, dimenticate il valore d’uso del denaro e immaginate solo il suo straordinario, magnifico, ineguagliabile valore di scambio. Immaginate che da una massa iniziale di denaro, alla quale si conferisca un potenziale illimitato scaturisca, quasi per magia … scaturisca per una sollecitazione alchemica, un enorme valore di scambio. Immaginate una Singolarità, un Big-Bang finanziario”

Ancora una volta tornò ad ispezionare gli occhi dei suoi ascoltatori. Si ritenne soddisfatto. Poi concluse.

“Tutto ciò è possibile. Ognuno di voi troverà nella sua camera un dossier nel quale è dettagliatamente spiegato il processo di cui stiamo parlando. Ma ora basta, oggi è un giorno di festa, basta con il lavoro. Domani sera ci incontreremo qui di nuovo e ognuno di voi, dopo aver studiato il dossier, fornirà i suoi commenti.“

Ciò detto Andy fece un cenno a John Gillmore che si spostò velocemente verso una porta e la apri’ con gesto plateale. Entrarono 12 ragazze vistosamente made up e più discinte che abbigliate, le luci si abbassarono nella sala e dagli altoparlanti cominciò a diffondersi una musica soft, soft lounge. Ogni ragazza aveva un cartoncino fissato al seno sul quale era impresso, a caratteri dorati, un nome: quello del partner che le era stato assegnato. Nessuno ebbe modo di fare domande su quanto Andy aveva accennato.

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