Febbri vere o presunte della politica

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La maledizione balneare continua a diffondere i suoi nefasti effetti

Usciti o meno dalla pandemia che come è stato detto da molte autorevoli parti ci accompagnerà con la sua ombra per molto tempo ancora, e al netto della guerra (se possibile), la politica italiana continua a mostrare in filigrana e mutatis mutandis tra leader e politici vari una vera e propria condizione endemica: quella del caldo estivo o per meglio dire della sindrome balneare.

Quando la nostra democrazia era bloccata dopo le divisioni planetarie decise a Yalta, il cammino delle nostre istituzioni rappresentative, della nostra vita sociale e politica, ha sempre avuto due elementi distintivi: la instabilità e la sindrome balneare, appunto! Non è mai esistito un governo realmente capace di superare questi dati di fatto ontologici per così dire.

Quando si decide di partecipare al governo, pur in una condizione di emergenza e di difficoltà crescenti, si sposta il proprio peso politico in una direzione che dovrebbe trasmettere al popolo un senso di determinazione, di stabile visione delle cose da fare, delle scelte da assumere, mettendo nel conto anche una buona dose di incomprensione, ma convinti sia della necessità ma anche della opportunità di esserci per decidere insieme. Ecco allora che diviene parossistico il fatto di garantire a parole la stabilità dell’esecutivo a Roma e nel paese infondere incertezza, malumore, voglia di andare via, di abbandonare soprattutto facendo riferimento alla disaffezione e alle reazioni che qui e là si producono nel paese.

Tranne qualcuno che si ritiene perno di un sistema che non c’è più e/o depositario autonominatosi di valori quale confronto, democrazia e via dicendo e che proprio per questo dà la sensazione del vuoto sotto di esso, l’insieme di elementi indicati fa parte della quotidianità di movimenti e forze politiche di ogni colore per così dire, tutti accomunati dallo stesso difetto: mancanza di collegialità, affidamento su persone o leader che possono rappresentarne e ne rappresentano una parte, tentativo di trasformare la posizione di ognuno di questi in disegno complessivo mentre al proprio interno ognuno si misura ogni giorno con sensibilità diverse, con posizioni ed interessi contrastanti. La governabilità quella della quale ci si riempie la bocca non si ottiene con le parole, le strette di mano, gli accordi di oggi smentiti domani, ma con la ferrea coerenza nei confronti dei temi di fondo, quelli sui quali si decide di condividere onori e soprattutto oneri.

Non esiste scelta dell’umanità che non comporti conseguenze, privazioni, sacrifici. La nostra convivenza sembra essere divenuta asfittica, senza spessore, umorale, legata all’hic et nunc latino, al qui ed ora. Non esiste visione se non quella propria condivisa con difficoltà persino con i più prossimi. Così non si va da nessuna parte, anzi si va da una parte sola: allo sfascio.

In questo quadro non certo roseo, in questa epoca dell’anno nella quale e per tante ragioni sembrano liberarsi energie vitali favorite dal clima e dalle prospettive di un periodo di svago, di allentamento delle tensioni, torna immancabile, come un appuntamento irrinunciabile la sindrome balneare. Decenni di vita del paese ci hanno abituato alle intemperanze di spiaggia, di discoteca, e così via. Ogni governo tra le decine e decine che si sono susseguiti nella nostra vita democratica ha dovuto prima o poi fare i conti con questa endemica condizione: persino la narrazione dei giornalisti, dei politologi ci ha sempre rimandato questa definizione “balneare”, ad indicare l’humus nel quale si andavano producendo novità positive o negative per i governi nostrani.

O ancora sono esistiti persino esecutivi definiti balneari, nei quali qualche malcapitato si trovava a gestire i mesi estivi con un governo destinato a cadere con la fine della calura estiva. Oggi con le variazioni meteorologiche e ambientali e con le estati modificate, anche queste certezze si sono infrante. Ma la sindrome non cambia, essa è sempre lì pronta a produrre i suoi effetti. A scaternarla può essere un risultato elettorale amministrativo o referendario anche parziale che invece di indurre a ragionare sulle cause di sconfitte, finte vittorie, comunque segnali di divisione ed instabilità, spingono nella consueta, abitudinaria direzione di annunciare con squilli di tromba possibili date di scadenza del proprio impegno e per converso del governo di cui si fa parte.

In questo ambito, nulla conta il paese, le sue emergenze, le sue priorità. Nulla contano neppure quei risultati non brillanti che descrivono un’incertezza ampia e generale e che dovrebbero quindi consigliare pacatezza e soprattutto analisi seria e non bizze da ombrellone. Ma tant’è! La sindrome è sindrome. Solo che a pagarne il prezzo può essere l’intero paese e il suo governo in una delle stagioni più difficili del dopoguerra e mentre intorno a noi si rischia di ridisegnare l’intero equilibrio mondiale. Occorre stabilità e fermezza pur di fronte all’incomprensione del proprio elettorato, in nome di quella statura di governo che si vuole e si pretdende di indicare ad ogni passo. Dopo le dichiarazioni vengono i fatti e se le une differiscono dagli altri, mala tempora currunt!     

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