Instabilità

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Se il movimento, in qualsiasi forma, costituisce elemento necessario se non distintivo dell’agire umano, quando esso assume connotati parossistici, eccessivi, rischia di divenire fonte di instabilità. Ecco il termine scelto, dunque.

La sua derivazione è latina da un vocabolo pressoché identico. Esso indica molto chiaramente e con incisività, l’essere instabile, e come prosegue il dizionario, la qualità o la condizione di ciò che manca di stabilità. L’instabilità può essere di equilibrio, di una situazione, delle condizioni ad esempio del tempo, può riguardare la nostra sorte specifica; ancora l’instabilità può riguardare il mercato o gli equilibri politici. Che si determina soprattutto quando la maggioranza parlamentare superi di un ristretto numero di voti il fronte dell’opposizione e dunque ogni decisione, ogni scelta sconta inevitabilmente la necessità di un accordo, di una linea condivisa e via dicendo.

L’instabilità può essere ancora meccanica, elettrica, aerodinamica, del sistema informatico. In sociologia, esiste poi l’instabilità sociale ovvero la condizione instabile, propria delle società moderne, dovuta soprattutto alla rapidità del progresso e ai conflitti individuali e sociali che ne derivano.

Ancora con il termine scelto si può indicare la tendenza a cambiare facilmente idea, umore, sentimenti. Si parla allora di instabilità di carattere, di umore, di propositi. In particolare, la spiegazione in psicologia parla di quella emotiva, in pratica l’anomalia del carattere contraddistinta da frequenti cambiamenti di tono e di intensità nelle emozioni.

Sin qui, conciso, il caleidoscopio che è sotteso alla parola che come si vede può riguardare un ampio spettro del vivere umanoattagliandosi il suo significato ad una infinità di situazioni, stati di animo, condizioni effettive o possibili da ogni punto di vista e di osservazione.

Per quel che riguarda il nostro particolare angolo di osservazione, la situazione italiana verebbe da dire che la instabilità sia il dato ontologico, il valore/disvalore che caratterizza ogni ambito, ogni aspetto del nostro vivere civile, politico, sociale. In buona sostanza e in riferimento ad altre realtà internazionali, la nostra capacità di non essere stabili è divenuta patrimonio di tutti. Se si parla di instabilità, il riferimento da decenni è alla condizione del nostro paese, alla sua complessità, e ai molteplici aspetti che denotano molti se non tutti gli aspetti della nostra convivenza civile, sociale e politica.

I giorni difficili che viviamo stanno dimostrando che lo stato di instabilità non può non far parte dell’agire di leader politici ai quali la quiete per così dire non si addice. Accade così che qualsiasi impegno si assuma, venga non tanto disattesso ma criticato dal suo stesso attore, messo in difficoltà ad ogni pié sospinto, soprattutto in relazione ad eventi non soltanto prevedibili, ma preventivabili con un minimo di conoscenza della nostra realtà.

Se si assumono impegni di sostegno ad un governo, chiarendo sin dall’inizio le proprie priorità, non è possibile assistere ad ogni angolo o passaggio a contorcimenti, ripensamenti, minacce, anatemi sempre diretti per così dire a minacciare di “staccare la spina”. La vecchia storia della volpe e dell’uva o quella dell’uovo e della gallina, al di là di costituire semplici ma perenni richiami alla realtà dovrebbero indicare un percorso equilibrato, un’assunzione di responsabilità costante, in relazione al momento, alle scelte da fare, alle necessità cogenti.

Essere instabili per essere instabili è eguale all’opposto, essere stabili o immaginare di esserlo, cercando di contrabbandare messaggi di stabilità e di affidabilità. La pervicacia della stabilità non è solo affidabilità, ma rischia spesso di rivelare il solito vizio del primo della classe, vituperato dai più e vezzeggiato dai pochi.

Per estensione al paese, il vuoto che si avverte è dovuto alla non conoscenza di esso paese per come è e non per come si vorrebbe che fosse, vagheggiandone una immagine che spesso potrebbe trasformarsi in incubo. Non esistono verità assolute ma soltanto percorsi che la politica deve costruire con la capacità di ascolto, di mediazione nel senso più nobile tra diversi se non opposti. Pensare che si possa realizzare qualcosa con la contrarietà o il dubbio di molti, è esercizio sterile nel breve ma anche nel medio periodo. Immaginare alleanze ferree o campi larghi senza tenere conto delle reali condizioni non solo delle forze politiche ma di quello che pensa il paese non è soltanto una pia illusione, ma un vizio inveterato che fa da contraltare alla fine delle idee e della loro versione deteriore: le ideologie.

Quel che occorrerebbe non è soltanto agire da tribuni della plebe o da avvocati del popolo o da fini analisti, ma capire esattamente di cosa stiamo parlando. Le reazioni scomposte o troppo pacate di fronte all’espressione della volontà popolare che ogni volta sposta qualcosa nello schacchiere, dimostrano la grandissima difficoltà e l’assenza di una vera capacità non soltanto di governo, ma di vera e non presunta analisi dello stato delle cose!  

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