Disintegrazione

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La prima precisazione da fare è che chi scrive non è preso da un moto di distruzione o di autolesionismo indiscriminato. La seconda è che la scelta del termine fa preciso riferimento alla realtà, quella realtà per intenderci che supera la fantasia come spesso si usa dire.

Con la parola, dunque, seguendo il dizionario registriamo che si indica l’operazione del disintegrare, il processo di disintegrarsi, ovvero la perdita dell’integrità. In particolare il vocabolo si utilizza in fisica intendendo con esso il processo, spontaneo oppure provocato artificialmente, per cui un nucleo atomico si trasforma in un nucleo diverso emettendo particelle varie (alfa, beta, mesoni, e così via) ed energia elettromagnetica (raggi gamma). Talora viene anche usato come sinonimo di decadimento.

In senso estensivo si può anche riferire allo sminuzzamento di sostanze tenaci, pensiamo alla fibra di legno, alla corteccia per esempio. Più ampiamente e sinteticamente si delinea la perdita della coesione, o ancora la disgregazione. Questo ultimo riferimento è più frequente nella narrazione che riguarda una società, un’istituzione, una classe sociale e così via. Con accezione specifica, in sociologia, vuole intendersi la perdita dell’organizzazione sistematica e della funzionalità armonica e unitaria di un gruppo sociale, dovuta a particolari condizioni economiche, politiche, e via dicendo. Con riferimento a piccoli gruppi o a sottogruppi a carattere funzionale, è più usata l’espressione disorganizzazione sociale. Ancora e qui entriamo in un territorio complesso, la psicopatologia, si parla di disintegrazione della personalità, volendo centrare l’attenzione sull’alterazione profonda della personalità, dovuta a grave disordine mentale.

In sintesi, siamo dinanzi a qualcosa che denota un fenomeno negativo e fortemente pessimistico, oppure una totale mancanza di elementi identificativi di una realtà quale si voglia descrivere.

Gli avvenimenti che di settimana in settimana attraggono la nostra attenzione o che superano il limite degli altri campeggiando per una frazione di tempo su di essi, ci portano a parlare della gravissima crisi del movimento cinquestelle e una sua quasi, appunto, disintegrazione. L’evoluzione prossima e futura dirà cosa e se qualcosa rimarrà di quello che abbiamo conosciuto in questi anni, a torto o a ragione elemento dirompente nella statica realtà nazionale precedente. Da molti anni il nostro paese ha perso ogni elemento di centralità intrinseca, non ha perno per così dire, non ha luogo di sintesi. E’ un arcipelago spezzettato dove il continuo richiamo ai principi costituzionali ha lo straniante effetto di porci sempre di fronte alla distanza spesso siderale di coloro che si propongono in politica e l’aspettativa che il popolo italiano ha (meglio dire aveva) nei confronti delle forze politiche, dei movimenti sociali, della dialettica e del confronto necessario tra di essi e spesso deviato in pura e semplice guerra di posizione tra presunti opposti ma senza caratterizzazione specifica e soprattutto senza elementi distintivi che possano superare le stagioni e le loro turbolenze.

Quando sull’onda del vaffa del guru nelle grandi occasioni popolari, sembrò manifestarsi nel paese una nuova forma di rappresentanza sociale e per converso politica, in molti espressero speranze e opinioni positive sul rinnovamento pur traumatico del sistema bloccato ereditato dalla prima e seconda asfittica repubblica. La reale evoluzione ha mostrato il vero senso delle cose. Se si vuole indicare una nuova strada ai cittadini, oltre ad infiammare gli animi, a coglierne i sentimenti profondi e /o superficiali, occorre avere una visione chiara di ciò che si intende fare nel dopo, in quel dopo dove ogni movimento, anche rivoluzionario, viene a trovarsi: la sua stabilizzazione.

Lasciando ai reparti di psichiatria i concetti di rivoluzione permanente che peraltro trovano il loro limite insuperabile sia nella logica che nella storia, i tentativi di smuovere le acque, produrre benefici effetti rinnovatori sono quanto sinceri democratici devono vivere e analizzare con consapevolezza per seguirne poi le evoluzioni.

La storia dei cinquestelle, si perdoni la ripetizione, sembra più quella di una stella mai nata, di un modo di pensare la società che non lascia radici ma strascichi e poco positivi. Ricordando il titolo di una famosa pellicola di qualche decennio fa dedicata al mondo della moda, potremmo dire “sotto il vaffa … niente”. La capacità di sintesi politica delle centinaia di parlamentari che il movimento ha portato in parlamento, spesso tra malumori, dissidi interni e via dicendo, si è rivelata – al netto di qualche testa pensante –  totalmente al di sotto delle aspettative ma soprattutto delle necessità reali del paese. Nessuno è sinora riuscito a dare una spiegazione convincente, ma soprattutto una spiegazione di quale fosse, è stata, e di quel che resta, la visione, il disegno del movimento per il paese. E questo al di là della sola identità manifestata, quella di essere sempre e comunque contro quella che c’era prima! ma senza saper indicare che cosa si voleva per il dopo!

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