Italiano medio e casalinga di Voghera

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La stantia e ripetitiva logica della politica verso il voto

Cercare di carpire il sentire del cittadino italiano oggi, catapultato in una specie di vortice di cui nessuno sembra comprendere l’origine, è certamente un’opera quasi megalitica per intenderne il peso e l’imponenza. Il titolo scontato ma non troppo fa riferimento a due espressioni spesso utilizzate senza troppo discernimento ma che per tutti potrebbero indicare qualcosa. 

L’italiano medio dovrebbe essere quello che si trova nel centro del mirino, troppo poco ricco per superare la crisi, troppo poco povero per uscirne fuori con strumenti di sostegno sociale. Insomma, un poveraccio che deve barcamenarsi sempre, a volte vituperato come manifestazione di qualunquismo, altre volte blandito come possibile elettore di una classe media che da molto tempo non esiste più.

La casalinga di Voghera, è invece assurta ad espressione idiomatica del lessico giornalistico, con cui s’intende indicare un’immaginaria casalinga della piccola provincia, la cui figura rappresenta uno stereotipo della fascia della popolazione italiana piccolo-borghese del secondo dopoguerra, con un grado di scolarità particolarmente basso e con un’occupazione non presente o di livello umile. Ed ancora, una figura stereotipata tuttavia portatrice di un’aura di “rispettabilità” per il senso pratico di stampo tradizionale di cui la donna è interprete. Quindi anche sinonimo di saggezza popolare. Di più, secondo alcuni, al maschile, potrebbe corrispondere alla definizione generica del “signor Rossi”, ovvero, qualsiasi.  

In entrambi i casi si ha la sensazione che in un paese diverso e trasformato come il nostro qualcuno voglia ancora serenamente rifarsi alle vecchie interpretazioni di una volta senza troppo sforzarsi di far capire. Il nodo è che nessuna delle categorie sinora utilizzate coglie nel segno e nessuna interpretazione conseguente può arrischiarsi a dare per scontato quello che scontato non è più. E come accade per certa analisi cosiddetta di sinistra si fa riferimento a classi di lavoratori che tali sono ancora ma che non rappresentano più quella sorta di moloch inamovibile che una volta infiammava le piazze e che intimoriva i cosiddetti padroni. 

L’analisi storica dei mutamenti avvenuti nel tessuto sociale e produttivo è stata tale da mettere in discussione ogni tipo di interpretazione preesistente, ha annullato intere filiere di pensiero. Continuare a ritenere possibile di utilizzarle è non soltanto velleitario ma inutile. Quel che occrrerebbe fare è capire in modo autorevole e dottrinario che cosa è divenuto il paese per poi delinearne sia i contorni sia le necessarie ed esaurienti forme di rappresentanza.

Esiste questa possibilità oggi? No. Ecco allora che si torna agli stereotipi, si riempono tomi di studi e approfondimenti su fenomeni, o superati, o già diversi da come li si vorrebbe descrivere. 

La verità disarmante è che la precisa sensazione di vuoto pneumatico che assale guardando alle forze politiche si rafforza ogni giorno di più.

Le parole d’ordine per così dire della sinistra dovrebbero interessarsi di lavoro, di promozione sociale, di crescita dell’educazione complessiva della popolazione qualche garanzia di una democrazia compiuta e capace di affrontare i mutamenti in atto.  Sembra quasi invece che si tratti di una logora ripetizione senza aderenza con la realtà per formazioni che da tempo non sono più rappresentanti esclusive di queste aree sociali.

La destra dovrebbe parlare di decisionismo, di capacità manageriali, di ascensore sociale, di promozione dell’individuo. Ci troviamo invece di fronte a forme anche politiche di sindacalismo esasperato, di movimentismo sconclusionato, dove le categorie prevalgono sull’interesse generale.

Esistono poi forme di fuga dalla realtà come il fenomeno grillino che per molti anni ha intossicato e fatto degenerare istituzioni e sistemi di amministrazione inseguendo folli considerazioni come l’uno vale uno ed inviando per questo in Parlamento e al Governo truppe cammellate non meglio identificate e personale impreparato che si è fatto le ossa sulla pelle degli italiani, che infatti gli stanno dando in gran parte il benservito, ma che appaiono legate allo scoglio come mitili.

Un quadro talmente confuso e talmente scoraggiante da far venire brividi alla schiena. Unica speranza è che il buon senso degli elettori spinga in direzioni equilibrate ponendo fine alla interminabile stagione prima dello scontro ideologico, poi delle guerre allo stato, poi al tentativo di prevalere della criminalità e quindi al trionfo del pressappochismo e del ribellismo senza costrutto né visione del paese. 

La speranza si sa è l’ultima a morire, quindi ad essa potremmo lasciare una chance. Quel che è certo è che pur con le inevitabili contraddizioni e con i ritardi, le complicazioni endogene, l’azione del governo ha inciso e non poco su molti passaggi del nostro vivere e fatto immaginare di potercela fare a rimettere in piedi il paese e a restituirgli il posto che merita nel consesso dell’Europa e del mondo. Un patrimonio che nessuno dovrebbe disperdere ma anzi rafforzare con convinzione perché unica possibilità di risollevare l’intera nazione e riavviarla verso la crescita e lo sviluppo. Una speranza, infatti!     

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