Evitare la divisione nel paese

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Il governo politico che nasce rischia di perpetuare l’anomalia italiana

La prima considerazione da fare è certamente quella alla quale ci siamo richiamati più volte nel confuso concludersi del governo presieduto da Mario Draghi: capire il sentire reale degli italiani dopo diverse stagioni segnate dalla pandemia, poi dalla crisi economica persistente e infine da una guerra alle porte dell’Europa. Senza dimenticare l’arcobaleno degli esecutivi succedutisi in questi anni. 

Come spesso si è sottolineato il voto degli italiani non è mai banale né casuale. Le oscillazioni che hanno portato a scelte sconsiderate come quella dei cinquestelle per una protesta contro il precedente sistema, un segnale alla classe politica, compiendo un vero e proprio arco si sono ora fermate in un territorio altamente politico che dopo decenni conforma la nascita di un governo proprio a maggioranza politica e non variabile come in passato.  

Il futuro è da scrivere certamente, le affermazioni della neo premier – qui va finalmente fatta una considerazione sull’arrivo della prima donna alla guida del  governo dall’inizio della Repubblica – appaiono fatte con estrema prudenza e soprattutto con grande consapevolezza del peso che consiste nel prendere le redini del paese in un momento particolarmente critico per una sorta di tempesta perfetta che si sta abbattendo sulle nazioni e sull’intera convivenza mondiale. 

Va detto che come ben sa ogni donna che giunge in un punto alto delle responsabilità, una consuetudine becera e poco lungimirante dura a morire, la giudicherà proprio per il suo essere in primis, poi per le sue scelte e competenze. In più nel nostro paese, ancora lontano anni luce da una vera, tale consuetudine è forte a destra, come potrebbe apparire ovvio, ma anche a sinistra, malgrado le profferte di eguaglianza che in questo campo sono continue ma poco produttive. 

Altro punto dolente, che proprio all’indomani (ma anche prima) della scelta del Quirinale, è ancora forte e radicata la posizione preconcetta che una parte della classe politica ha e avrà comunque nei confronti dell’esecutivo. Un atteggiamento frutto non della consapevolezza che dopo ottant’anni la destra torna al potere nel paese, ma della facile deriva ideologica di vedere sempre nel nostro paese solo due realtà antitetiche (pensiamo a fascismo e comunismo), senza porsi minimamente la domanda del perché si sia arrivati a questo punto, del perché la propria proposta politica non abbia attecchitto nel popolo italiano consegnando un risultato negativo forse storico e relegando ad un’opposizione che si vorrebbe severa e costruttiva, ma che salvo evoluzioni augurabili, sarà invece dura e distruttiva. E questo sempre sulla pelle di quel paese che la sinistra e il centrosinistra hanno governato negli scorsi decenni a più riprese non sempre con il conforto elettorale sufficiente. Ma tant’é!

Oggi i numeri dicono una cosa, ma a ben vedere le fibrillazioni evidenti in Forza Italia e alcune esasperazioni che ci si augura la Meloni sappia contenere nella sua parte non consegnano un quadro fermo e immutabile. Le ipoteche sono diverse. Oltre a quella dell’opposizione di sinistra che vorrebbe trovarsi in una sorta di nuova “lotta di liberazione”, a quella governista del Pd incapace per ora di trovare una strada convincente, a quel terzo polo carico di visioni ma non di voti eppure segnale che qualcosa può cambiare nel quadro politico, vi sono poi la voglia di rivincita della Lega sonoramernte ridimensionata  e quella di Forza Italia alle prese con l’eterno dilemma della leadership che seguirà a Berlusconi, sino ad ora il Saturno del mito che ha mangiato tutti i suoi figli. Ultima ma non ultima la sensazione revanscista di una parte del partito della premier, sinora sopita e tenuta sotto controllo, ma che potrebbe farsi sentire forte di una rappresentanza politica in aumento e di ancoraggi anche all’estero. 

Rappresentare il paese, la sua collocazione internazionale, non sarà compito facile in un’Europa dove con il consueto ritardo il nostro paese prende una posizione sovranista e populista di destra mentre queste spinte appaiono fermarsi nel resto del continente e complice la guerra scatenata da Putin la cornice comune e le istituzioni sovranazionali appaiono pur tra mille difficoltà capaci di ancorare l’Unione nel campo atlantico. Formidabile risultato questo delle scelte di Mosca convinta del contrario forse perché anche non bene informata e al di là di certa pubblicistica interna non alle prese con un continente in declino ma capace di reagire soprattutto se si parla della scelta di campo tra democrazia (pur con tutti i difetti e i ritardi) e la dittatura di regimi senza libertà né individuale né sociale. 

La responsabilità in capo al presidente del Consiglio (denominazione che essa ha rivendicato senza indulgenze e bon ton di genere) è altissima e potrebbe fare la differenza nella politica e nel paese se ben condotta e ben amministrata. Il Paese non vuole avventure o contrapposizioni stolide e ideologiche, ma scelte coerenti ed efficaci per farlo marciare in economia come nella crescita sociale e culturale verso una vera e condivisa crescita. La stagione che si apre è certamente per molti versi “costituente” non soltanto per possibili riforme ma per la possibilità di avviare la nostra compagine nazionale verso una normalità che da oltre ottant’anni non è mai arrivata ed è stata anzi artificialmente ritardata per poca lungimiranza, molta arroganza e contrapposizione ormai fuori tempo massimo. È questa temperie che va stemperata, annullata e resa inoffensiva. La sinistra non è riuscita in questo intento, ora gli italiani lo chiedono alla destra. Staremo a vedere!

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