L’auto elettrica già parla cinese

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La nostra economia, se già non lo fosse, è nelle mani del Dragone Giallo 

Già qualche anno fa denunciammo, proprio dalle pagine di questo giornale, il pericolo prodotto dalle auto elettriche nelle economie nazionali e, soprattutto, guardando alla nostra Italia. Il primo allarme fu lanciato poco prima di morire dal manager delle allora Fiat, Sergio Marchionne, che  con lucidità, mentre il mondo correva verso l’auto ad emissioni zero, dunque l’elettrico, Marchionne alla domanda di un giornalista del perché, a differenza di altre case automobilistiche, la Fiat non aveva iniziato a lavorare su progetti dell’ibrido e dell’elettrico che di lì a poco avrebbero invaso il mondo industrializzato e chi ancora si illudeva di produrre macchine a motore a scoppio era già fuori mercato. 

La risposta di Marchionne fu chiara e concisa: secondo lui la macchina elettrica non poteva funzionare così come veniva concepita perché se ci lamentiamo delle scorie nucleari dobbiamo  pensare che le pile delle nuove auto sono 100 volte più numerose e in costante crescita con l’aggravante che sono prodotti altamente inquinanti e di difficile smaltimento, se poi noi in Italia siamo costretti a comprare energia da altri Paesi per le nostre attività e proprio questi nostri tempi ci dimostrano quanto siamo energicamente fragili.

Bisogna ricordare quanta energia, oltre il fabbisogno normale, dovremmo importare per un parco auto di milioni di esemplari, non solo dovremmo sborsare cifre fuori controllo, ma dovremo trovare pure chi ce la vende vista la montagna di megawattora richiesti e certamente gli altri Paesi industriali non stanno certo a guardare anch’essi affamati come noi di energia. Insomma, avremo forse l’aria più pulita, ma con una economia, è il caso di dire, con le ruote sgonfie. 

Da queste risposte, già gravi, dobbiamo calcolare un elemento che difficilmente si sente discutere: le torrette di ricarica che, secondo le esigenze, dovrebbero stare in ogni parcheggio con o senza strisce blu, altrimenti dovremmo chiedere a un bar sotto casa o al portiere una prolunga di poter ricaricare la macchina non solo pagheremmo la ricarica, ma anche il disturbo di chi ci ha messo a disposizione la sua corrente.

Ma i problemi non finiscono certo qui, un altro problema non meno grave è la solita invadenza cinese.

Dove c’è un business ci sono sempre loro e non certo in veste di buon samaritano.

Secondo alcune stime internazionali, appena fra tre anni, nel 2025, le auto prodotte in Cina e circolanti sulle nostre strade europee copriranno una quota pari al 18%, una su cinque, una cifra pazzesca che apre scenari pericolosi nella macro economia dei Paesi soggetti a questa colonizzazione, un esempio sono le quota di mercato in Norvegia di vetture elettriche a marchio cinese ha raggiunto già oggi il 12,5% e posiamo proseguire con la Svezia all’11,1% e nel Regno Unito arriva al 7,6% a questo bisogna aggiungere che il colosso sempre cinese, Byd, è deciso ad entrare anche in Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Austria e in Gran Bretagna

Intanto per non farsi mancare niente la società ha già una fabbrica di autobus in Ungheria e anche una fetta considerevole della catena di fornitura di tutto il gruppo che risiede è proprio in Europa.

La Cina ha obiettivi precisi di crescita del suo mercato elettrico domestico: 20% di market share nel 2025 – sottolinea Veronica Aneris, direttrice italiana di T&E, la Federazione europea per i trasporti e l’ambiente – “con questi ritmi, e con le economie di scala che ne conseguono, i cinesi avranno gioco facile. Se vogliamo che la decarbonizzazione non comporti perdite di posti di lavoro, l’Ue deve darsi target ambiziosi per sostenere le sue industrie verso la mobilità green”. 

Una vera corsa d’anticipo dei cinesi per arrivare prima del famoso diktat che ci siamo imposti di passare dalle auto a motore tradizionale all’elettrico nel prossimo 2035. 

Mentre l’occidente si trova ancora in una transizione normativa lenta e farraginosa, Pechino dimostra di avere le idee chiare con anni di anticipo. Insomma se questo è l’anticipo di ciò che ci aspetta non c’è da stare certo tranquilli per le nostre economie.

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