La parola

La parola della settimana: alienazione

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Lo sguardo attuale alla condizione del nostro paese mostra evidenti segni di scollamento e di separazione tra campi politici ed anche tra concezioni ideali e pratiche di amministrazione e di governo. Di più, appare evidente che in nessun caso si pensi ad un dialogo costruttivo ma soltanto ad una separazione quasi chirurgica almeno in apparenza tra chi sta al governo ed in maggioranza e chi sta all’opposizione in diversi modi.

Se volessimo sintetizzare in una parola questo concetto sicuramente alienazióne fa al caso nostro. Mondi separati ancorché vicini, concezioni messianiche o al contrario esasperazione di tecnicismi il tutto condito in un utilizzo dei temi più importanti in modo costantemente critico senza alcun tentativo di mascherare l’assenza di concezione complessiva della realtà del Paese che esiste ad onta di tutto ciò e attende come sempre risposte, soluzioni, percorsi praticabili per ricolvere i nodi e per avviare quanto meno la costruzione di un futuro più equilibrato. 

Si sa che chi agisce è criticabile, altrettanto andrebbe detto di chi non solo non agisce, ma reagisce per complicare e non per facilitare. 

Andiamo con ordine sempre partendo dal dizionario dove con questa parola di derivazione latina si definisce l’atto giuridico con cui si trasferiscono ad altri soggetti una proprietà o un diritto su beni del proprio patrimonio, mediante vendita, donazione, mutuo, e via dicendo. Più in generale l’atto e il fatto di allontanare, distogliere, estraniare, così si parla di alineazione dell’animo o della benevolenza. Esiste poi quella che viene indicata come mentale e sintetizza lo stato di grave compromissione delle facoltà psichiche derivante da infermità mentale.

La casistica prosegue con il linguaggio filosofico, dove il termine è stato assunto a indicare in genere il trasferimento (effettivo o apparente, avvenuto o presunto, spontaneo o imposto) di qualche cosa di significativo, costitutivo o essenziale, da un centro di riferimento o di possesso ad altro, nell’ambito culturale e vitale della soggettività umana. Così ad esempio nel pensiero marxista si insiste sull’estraniazione (o anche lo spossessamento) del prodotto del proprio lavoro a cui l’operaio salariato è costretto dai rapporti di produzione del capitalismo e in particolare del capitalista che ne compra la forza-lavoro. 

Non poteva mancare e uno sguardo alla psicanalisi post-freudiana, e nella scuola sociologica di Francoforte, secondo cui si verte sulle riflessioni sull’alienazione di sé, della propria natura e della possibilità di crescita interiore, che l’uomo compirebbe nell’economia e nella società dei consumi preferendo l’avere all’essere. 

In un’accezione più corrente e meno specialistica, lo stato di estraniazione, di smarrimento dell’uomo che, nell’odierna società e civiltà tecnologica, e nell’organizzazione dei ritmi della vita, si sente ridotto a oggetto, e pertanto colpito nella propria identità e strappato alla propria autenticità. In particolare con riferimento all’attività lavorativa, senso di indifferente e quasi ostile estraneità al proprio lavoro, provocato soprattutto dalla mancata conoscenza delle sue effettive finalità, oltre che dal carattere macchinoso e ripetitivo, rigidamente predeterminato nei suoi modi e nei suoi ritmi, che ha spesso il lavoro, soprattuto nelle fabbriche.

Come si vede una ponderosa serie di riferimenti e di concetti che chiariscono, solo in parte ma danno una mano a che cosa si possa indicare come alienazione. Un insieme di ragionamenti e di analisi certo importanti e forse più di quello al quale ci vogliamo riferire. Tuttaia di grande attualità ed importanti per avvicinarsi al fenomeno sul quale ci siamo orientati. 

Quello di cui si parla è lo stato di separatezza e dunque di alienazione mentale nel quale si ritrova soprattutto la sinistra e per converso di fronte alla sua crisi anche il mondo moderato e persino quello di destra più avvezzo a certezze non sempre dimostrabili. Ecco allora che ci si avvicina al punto! Nel nostro paese, attraverso libere elezioni si è affermata una coalizione di destra. Una novità a suo modo dirompente che avviene a distanza di quasi ottant’anni dalla caduta del regime fascista e dall’eclissi del mondo che ne era retroterra. L’assioma da quale parte dunque il meccanismo alienante della sinistra è che siamo a rischio di ritorno del fascismo e dell’autoritarismo e questo come concetto aprioristico. Dato dunque l’elemento di riferimento arriva il postulato che ogni azione politica da sinistra debba tendere ad eliminare questa anomalia non accettabile per essa dalle fondamenta. 

Purtroppo però, le cose non stanno in questo modo. Soltanto alcuni estremisti mentali senza voglia di confronto possono acquietarsi in questa visione. Occorre ricordare che l’eccesso di retorica resistenziale e la conventio ad excludendum per decenni ha alienato la corale adesione ai valori di riferimento che da politici sono divenuti personali e poi sembrano essersi eclissati o dati per scontati. Ora il pericolo che secondo questa analisi vi è di ritorno al fascismo commette lo stesso errore concettuale e pratico. In un paese nel quale per eliminare un avversario (nemico) politico si sono “persi” quasi venticinque anni di politica e di amministrazione e di economia nella cosa pubblica non occorre essere profeti per comprendere che atteggiamenti arroccati e sdegnosi del tipo noi siamo, noi rappresentiamo senza spesso capire che cosa, sono anticamera di altri anni perduti alla ricerca della pietra filosofale. La politica in Italia non è deterministica ma è qualcosa di parossistico e certamente alienante anche per le menti migliori!  

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