Foto di Steve Bisgrove. [Margaret Mazzantini e Sergio Castellitto durante l’incontro in Rai. (https://www.facebook.com/LeConversazioni/photos/a.984474111606670.1073741859.166804376706985/984474318273316/?type=3&theater )]. Attraverso Facebook.

La coppia ospite del Festival  “Le conversazioni”

Castellitto-Mazzantini, quando l’amore diventa un film
di Francesco Curci

Margaret Mazzantini e Sergio Castellitto sono un coppia. Lo sono da circa trent’anni, come marito e moglie, e per di più hanno quattro figli. Ma non sono solo una coppia. Sono anche una coppia affiatata, di quelle che in giro non se ne vedono più. E non è solo apparenza; in fondo, non hanno bisogno di dimostrare nulla a nessuno. Anzi, a dirla tutta, oggi separarsi fa figo. Loro invece stanno insieme e stanno bene. Lo si percepisce da come si guardano, da come si riempiono a vicenda di complimenti, da come si scambiano sorrisi complici, sdolcinati. Stanno seduti lì, perfettamente equidistanti, divisi solamente da Antonio Monda, che gli fa da relatore, e discorrono liberamente di cinema e letteratura, inaugurando la prima giornata del Festival “Le conversazioni”.
È la Rai ad accoglierli. La Sala degli Arazzi è come al solito mondana. Ma di una mondanità rasserenante, avvolgente. Ti mette a tuo agio. E poi ci sono loro, appunto. Sergio e Margaret, due nomi che solo a sentirli ti sembrano sposati anch’essi. Ci sono anche i loro quattro figli – tre a dire il vero – presenti in sala. Uno dei quali, il più grande, Pietro, già visto sul grande schermo. Sì, perché ha partecipato a un film realizzato proprio dai loro genitori: “Venuto al mondo”. Romanzo di mamma, film di papà. Loro fanno tutto in famiglia. E ti fa quasi piacere notare che si spostano addirittura insieme, compatti, dando un esempio vero di cosa sia una famiglia.
Margaret ha due occhioni rotondi e azzurri che ti ci perderesti dentro. Fa la scrittrice, pensi, ma dovrebbe fare tutt’altro. L’attrice, ad esempio. Con il suo fisico tonico, la carnagione cerea, lo meriterebbe molto più di altri. E poi sicuramente sarebbe anche brava. Ne esiste la prova di questo. I suoi esordi, infatti, sono come attrice. Soprattutto di teatro. Peccato solo abbia abbandonato.
«Sul palco non mi vedevo, non mi sentivo a mio agio. Preferivo lavorare al testo, partecipare dietro le quinte» dice.
Parla con parsimonia, si muove con discrezione. Ha un fare composto, bilanciato, che quasi ti mette a disagio. Ogni tanto fa cambio gamba, sposta i capelli dietro le orecchie, si sistema meglio gli occhiali. Solo la voce, forse, la tradisce. Perché è una voce gutturale, imperiosa, meno romantica rispetto al resto. E poi ha un accento da perfetta romana, anche se romana non è. Anzi, non è proprio italiana. È nata a Dublino, ma cresciuta a Tivoli. E questo dice tutto.
Sergio Castellitto invece è esplosivo. È uno di quei vulcani che eruttano quando meno te lo aspetti. Ride, fa battute, ogni tanto provoca sua moglie. Ma soprattutto la guarda. La osserva attentamente, quasi la scruta, mentre si perde nei suoi discorsi citando talora Simenon, talaltra Bukowski.
Raccontano del loro lavoro, della loro sinergia. Lei scrive romanzi «anche se è un po’ lenta», incalza il marito; lui si occupa della trasposizione cinematografica. È successo con “Non ti muovere”, che ha avuto grandi riscontri. Forse per la bravura degli attori, dici. Penelope Cruz, Angela Finocchiaro, Sergio Castellitto. Mica gente da poco.
Poi però esce il secondo film, “Venuto al mondo”. Subito pensi alla cosa più stupida del tipo “non sarà mai bello quanto il romanzo” e invece sei costretto anche questa volta a ricrederti perché il film è bello, ma bello sul serio. E allora smetti di fare paragoni.
«Detesto chi dice: “era più bello il libro oppure era più bello il film”» dichiara lui in proposito.
E come se non bastasse, arriva anche il terzo di film, “Nessuno si salva da solo”, e questa volta la Cruz non c’è. Eppure il film è bello lo stesso. E allora arriva la conferma che sono proprio loro ad essere dei geni. Geni destinati a stare insieme, che lodi il Signore per averli fatti incontrare se poi i risultati sono quelli che sono.
L’incontro, invero, verteva sul tema della diversità. E loro, tra le righe, di diversità ne hanno parlato anche. L’ultimo romanzo di lei, “Splendore”, racconta proprio di questo: due omossessuali costretti a vivere la propria condizione al riparo da occhi indiscreti. Ma cercano comunque di deviarlo, il tema. Cercano di farti capire che la diversità non esiste, o meglio che non dovrebbe esistere. E invece esiste. E l’attentato di Orlando ne è l’ennesima conferma.
Suggeriscono infine qualche film da vedere, qualche libro da leggere. Volano nomi importanti; lei parla del romanzo che le ha cambiato la vita: “E non disse nemmeno una parola” di Heinrich Böll. E in quel momento anche tu pensi al tuo romanzo preferito. Rifletti un attimo e dici: “caspita, è un suo romanzo”. Poi si passa ai film e anche lì, mentre loro rispondono, pensi: “Il mio film preferito?”. Hai un’esitazione, pensi che non può essere, che forse è solo suggestione. Invece no, anche il tuo film preferito è il loro: regia di Sergio, sceneggiatura di Margaret.
Allora che fai? Semplice, no? Ti alzi in piedi, aspetti che gli applausi finali scemino, che la folla si dilegui e con discrezione ti avvicini, ti lasci firmare il libro da lei, le chiedi una foto. Poi passi a lui: ti avvicini, lo ringrazi per i suoi capolavori cinematografici. Lui risponde stringendoti la mano. Gli chiedi una foto, com’è giusto che sia. Allora cerchi qualcuno che te la scatti, ma intorno ti accorgi che non c’è nessuno. Così lui dice: «Facciamoci un selfie, no?». Pensi che abbia ragione, peccato che non ci abbia pensato tu, però. Una cosa così banale. Lo fai sempre. Ma poi rifletti fino in fondo e capisci perché non sei riuscito a pensare ad una cosa così stupida. In una sola volta stai incontrando due tuoi miti, una roba che quando ti ricapita. Allora abbandoni la sede centrale della Rai e pensi che adesso puoi morire davvero felice.

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